«Il tesoro nascosto e la perla preziosa»

Lettera Pastorale 2004

«44 Il regno dei cieli è simile a

un tesoro nascosto in un campo;

un uomo lo trova

e lo nasconde di nuovo,

poi va, pieno di gioia,

e vende tutti i suoi averi

e compra quel campo.

 

45 Il regno dei cieli è simile a

un mercante che va in cerca di perle preziose;

46 trovata una perla di grande valore, va,

vende tutti i suoi averi

e la compra».

(Vangelo secondo Matteo 13, 44-46)

 

INTRODUZIONE

Premessa

In un parrocchia della nostra Diocesi, durante un incontro, una ragazzina dodicenne mi pose una domanda significativa: “Ho sentito dire che Dio ha un progetto su di me! Che cosa significa?”

Le ho risposto subito così: “Dio ha un progetto su di te, cioè Egli ti vede, ti conosce, ti pensa, e questo da sempre; ti vuole insieme con Lui, ti chiama a realizzare la tua vita in amicizia con Lui e tu esisti nel suo cuore da sempre, cioè da tutta l’eternità; la Sua amicizia è a tua disposizione ogni giorno. Tutto questo ce lo ha fatto conoscere soprattutto attraverso Gesù!

Il fatto che Dio ha un progetto, una vocazione su di te, significa ancora che, se vuoi, puoi non essere sola a costruire il tuo futuro, né che sei costretta a conquistarlo a gomitate cercando il tuo “posto al sole”, eliminando chi si mette di traverso sulla tua strada.

Il Signore ha infatti un disegno su ogni persona umana e ad ognuno ha conferito un compito personale ed insostituibile, che nessuno può rubargli e attraverso il quale ognuno può collaborare alla realizzazione di quel grande mosaico che è il regno di dio.

Così, collaborando con Dio, ogni uomo porta il proprio originale contributo a qualcosa di veramente grande e affascinante, quale è il Regno di Dio e, nel contribuire a realizzare tale Regno, sviluppa al meglio, cioè al modo e con la grandezza di Dio, la propria persona”.

Quindi le ho chiesto: “Hai capito?”

Mi ha sorriso, e mi ha riposto: “è dal profondo del cuore che Le dico che ho capito”.

Sono stato colpito dalla intelligenza e dalla vivacità di questa ragazza, dal suo desiderio di conoscere e approfondire il ruolo di Dio nella sua crescita: è stata una consolazione per me come Vescovo, che ha spesso nel cuore il pensiero e la cura per tutte le vocazioni della Diocesi.

Fu così già nella mia prima esperienza episcopale a Vercelli, dove avevo scritto una lettera simile nelle sue idee portanti; oggi a Genova, anche in seguito ai diversi incontri con i giovani e le comunità parrocchiali della Diocesi voglio riproporre e rilanciare una cura particolare per la vocazione e le vocazioni nel popolo di Dio: la propria vocazione è sempre qualcosa da scoprire, per cui mettersi in gioco, perché nella risposta alla chiamata di Dio ciascuno fa della sua vita un’opera d’arte, bella e preziosa al tempo stesso, da custodire e sviluppare in sintonia con lo Spirito santo per l’edificazione del regno di Dio.

Ho pensato allora alle due parabole che Gesù racconta nel Vangelo di Matteo (Mt 13, 44-46) nella consapevolezza che per ciascuno di noi la nostra vocazione è il tesoro nascosto da scoprire e la perla preziosa da custodire con amore; ci riempie il cuore di gioia, al di sopra di qualsiasi bene materiale che possiamo possedere.

Con questa fiducia e gioia un Vescovo può serenamente affrontare una delle esperienze più sofferte che fa nella Chiesa di oggi, cioè quella delle difficoltà che provano i giovani nei confronti della vocazione cristiana, in particolare verso quella  sacerdotale e religiosa. Le difficoltà non sono mai mancate nel corso della storia, e non mancheranno mai. La chiamata a seguire Gesù in modo radicale è sempre stata difficile da accogliere.

Oggi, in modo speciale, se osserviamo le statistiche relative al numero dei preti e dei religiosi e se consideriamo le previsioni per i prossimi anni, potremmo essere facilmente indotti al pessimismo.

Anche nella nostra Arcidiocesi, negli ultimi dieci anni il numero dei nuovi presbiteri non è mai stato superiore a quattro, e sebbene non ci siano stati anni senza ordinazioni presbiterali, constatiamo numerosi decessi tra il clero: solo lo scorso anno ci hanno lasciato 14 sacerdoti.

Il clero di giovane età diminuisce sensibilmente, anche per l’innalzata età anagrafica dei seminaristi: sono sempre più frequenti ingressi in Seminario di ragazzi che hanno conseguito un titolo di studio universitario, oppure che hanno già fatto significative esperienze professionali. I seminaristi – quest’ultimo anno – erano 20, compresi i 4 diaconi ordinati presbiteri a Pentecoste.

Il presbiterio della Chiesa genovese sembra orientato a vedere un progressivo innalzamento dell’età media dei sacerdoti: diciamo «sembra», perché ogni considerazione sociologica, oggettiva, seppure incontestabile, è sempre un dato da considerare con attenzione, ma di partenza. Non dobbiamo dimenticare che la storia delle nostre comunità e di ciascuno di noi è nelle mani di Dio e degli uomini e delle donne che Egli suscita al servizio del Suo progetto di Salvezza: attendiamo e preghiamo per essere pronti ad accogliere ogni novità e trasformazione che il Signore vorrà operare, perché il Suo popolo “abbia pastori secondo il Suo cuore”.

Ecco perché io non sono pessimista e non intendo avallare il pessimismo di nessuno. Il nostro presbiterio diocesano è ricco di figure sacerdotali, dotate di zelo pastorale e capaci di dedizione intelligente ed instancabile alla cura delle loro comunità. Ritengo che il problema delle vocazioni (ma si dovrebbe dire meglio il problema della risposta alla vocazione, o il problema delle comunità odierne di fronte alla vocazione) sia un punto strategico dell’azione pastorale di ogni Chiesa locale. Ciò che intendo suscitare non è perciò un senso di pessimismo (che porta ad incrociare le braccia e a non far nulla) ma un senso dell’urgenza ed un senso di ottimismo che ci invita a maggior impegno.

D’altra parte esiste il mistero della vocazione: perché Dio chiama alcuni ad un particolare ministero o modo di vita? Mentre affrontiamo il problema delle vocazioni, riconosciamo il mistero della vocazione e ci rendiamo conto che non avremo mai tutte le risposte. È importante per noi ricordarci che nella vocazione l’iniziativa è di Dio, e non dobbiamo imputare solo a noi la responsabilità se davanti ai bisogni enormi della società di oggi, la situazione non è quella che vorremmo. Egli lo sa meglio di noi, e vuole la salvezza di tutti gli uomini (1 Tm 2,4)! Una cosa, tuttavia, possiamo affermare con certezza: Dio chiama tutti alla santità (Lumen Gentium, 5) e chiama ancora alcuni al sacerdozio ministeriale e alla vita consacrata religiosa.

Le cause del problema delle vocazioni

Le cause della diminuzione delle vocazioni sono molte e complesse. Vi sono fattori sociali, componenti ecclesiali e difficoltà di ordine personale. Vi propongo di considerarle soprattutto dal punto di vista dei giovani, tenendo presente che la Chiesa esiste nella società, ed i giovani sono membri della Chiesa e della società, e perciò partecipano a tutte le difficoltà della Chiesa e del mondo attuali.

Alcuni fattori sociali, che hanno incidenza sulle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, sembrano essere:

un accresciuto benessere e materialismo, con aumentate occasioni di ricchezza e di affermazione professionale, e con la corsa al successo;

una diffusa secolarizzazione, con progressiva perdita del senso di Dio. Il linguaggio della vocazione e del sacrificio, il linguaggio del Vangelo non hanno senso dove non vi è fede. La pastorale vocazionale non può sostituire l’evangelizzazione di base, e molto spesso proprio di quest’ultima vi è bisogno nella società odierna;

l’esistenza di una cultura giovanile a sé stante, che è una forza formidabile, ma spesso è una forza negativa. I giovani sono sotto una tremenda pressione di conformismo ai gusti ed ai costumi dei loro compagni, e, in questo contesto, la fede e la vocazione godono di scarso supporto sociale;

l’influsso dei mass media: essi spesso tendono a rafforzare le filosofie del materialismo, della corsa al benessere, della ricerca del piacere per il piacere, e così via. Quando accennano al tema vocazionale lo fanno per pubblicizzare gli sbagli della Chiesa ed i peccati del clero, o per evidenziare le defezioni dal sacerdozio o dalla vita religiosa. Raramente i giovani ricevono un ritratto positivo della vita sacerdotale e religiosa o una visione che li ispiri, specialmente tenendo conto che la maggior parte di essi non legge riviste o giornali di ispirazione cristiana;

l’indebolimento della famiglia. La famiglia è sempre stata la culla della vocazione, il luogo in cui la vocazione è nata e si è alimentata, in cui il giovane ha imparato ad amare e ad essere riamato, ad avere fiducia, a pregare, a credere e a servire. Ma in molte delle famiglie odierne ciò non avviene più. La famiglia normalmente era il luogo in cui i giovani vedevano il significato di un impegno per tutta la vita nel modo in cui i genitori si amavano, nelle prosperità e nelle avversità, fino alla fine dei loro giorni. Invece per molti giovani di oggi la lezione pare essere il contrario, cioè che un impegno di tal fatta è impossibile. E’ superfluo osservare che questo «impegno per tutta la vita» è una delle difficoltà più accentuate per gli attuali candidati alla vita sacerdotale e religiosa.

Vi è anche il fatto che la dimensione della famiglia è più ridotta e, dove vi sono famiglie più piccole, i genitori sono meno propensi a incoraggiare i figli a prendere in considerazione la vocazione sacerdotale e religiosa.

  • una fragilità costituzionale dei giovani dovuta a cause familiari oltre che personali, dove l’identità debole può portare ad una difficoltà nel fare scelte autentiche durature e forti, cercando più facilmente sicurezze provvisorie ed apparentemente più gratificanti, nel rifiuto della naturale fatica di un qualsiasi impegno di vita.
  • una distorta percezione della sessualità propria ed altrui, intesa come mezzo di consumo. In questo senso viene sminuito il valore della persona umana nella sua interezza preferendo un piacere edonistico immediato. Possiamo, quindi, considerare la difficoltà ad una comprensione ed integrazione del valore della castità  vissuta  sia come continenza ma anche come capacità di intessere relazioni gratuite che mirano al bene dell’altro, all’oblazione e non al possesso.

Le difficoltà che provengono dalla Chiesa sono altrettanto rilevanti e incisive. Ovviamente la Chiesa si è rinnovata e la vita religiosa è cambiata enormemente, anzi sta ancora cambiando: ciò è un bene, ma crea pure problemi. Per alcuni il cambio è stato troppo veloce, per molti giovani invece è stato troppo lento: come è difficile accontentare tutti!

Le difficoltà che provengono dalla Chiesa sembrano essere:

‑ la mancanza di fede nel Dono di Dio alla Sua Chiesa, priva dell’audacia di una preghiera confidente ed insistente;

– le grandi comunità impersonali delle antiche istituzioni: i giovani di oggi sono molto coscienti dei propri bisogni emotivi, cercano una calda comunità fraterna in un ambiente ristretto e informale. Il formalismo di molte comunità è assai dissuasivo;

‑ la discussa ricchezza di molte comunità in confronto con la povertà del mondo, che esige una reale opzione per i poveri;

‑ un indebolimento del senso vocazionale e lo scarso approfondimento della vocazione battesimale di tutti i cristiani e dei diversi modi di viverla nella Chiesa;

‑ la vocazione del laicato: mentre assistiamo ad un deprezzamento della vocazione dei preti e dei religiosi, dei quali si vede meno la necessità, cresce l’apprezzamento della vocazione del laico cristiano, a cui sono aperte molte forme di servizio e di ministero che una volta erano riservate ai preti e ai religiosi;

‑ gli scandali della Chiesa: molti giovani citano la testimonianza negativa di preti o religiosi come grosso ostacolo sul cammino della loro decisione;

‑ il celibato, in un contesto di forte consapevolezza del valore della sessualità, anzi di sopravvalutazione della sessualità, il cui esercizio è giudicato indispensabile per ogni persona umana che non voglia diventare frustrata, solitaria, egoista;

‑ la scarsità di modelli: i giovani si identificano con persone più o meno della loro stessa età che incarnano in modo esemplare determinati valori, ma ne scorgono pochi nel sacerdozio e nella vita religiosa.

Le paure nei confronti del celibato, della perdita di libertà, dell’impegno definitivo si diradano quando il giovane arriva a conoscere sacerdoti e religiosi che vivono una vita felice in accoglienti comunità fraterne.

La testimonianza della nostra stessa vita è un mezzo potente per promuovere le vocazioni. Dobbiamo aprire le nostre parrocchie e comunità ai giovani, perché in nostra compagnia si sentano a casa e maturino il desiderio di «restare con noi».

PARTE PRIMA

Creati da Dio, fatti per Dio

«Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: -Ecco l’Agnello di Dio -. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: ‑Che cercate?‑. Gli risposero: ‑Rabbi (che significa maestro), dove abiti?‑. Disse loro: -Venite e vedrete -. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui. Erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: -Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo) ‑e lo condusse da Gesù.

Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: ‑Tu sei Simone, il figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro) –

Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: ‑Seguimi ‑. Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo incontrò Natanaele e gli disse: -Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret ‑. Natanaele esclamò: -Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: ‑Vieni e vedi‑. Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: -Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità ‑. Natanaele gli domandò: -Come mi conosci?‑ . Gli rispose Gesù: ‑Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico ‑. Gli replicò Natanaele: “Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele! ‑. Gli rispose Gesù: ‑Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico credi? Vedrai cose maggiori di queste! ‑. Poi gli disse: ‑In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo ‑».    

Gv 1,35‑51

  1. LA VITA COME VOCAZIONE

La vocazione ha una sua storia nel contesto del pensiero biblico e cristiano. L’Antico Testamento parla di vocazione sia personale sia collettiva nel senso di una chiamata ad esistere e ad incontrarsi con l’unico vero Dio, per essere inviati a mantenere viva la memoria tra le genti e a sviluppare quella alleanza che Dio ha stipulato e confermato con l’umanità, nella certezza di poter contare sempre sull’aiuto di Dio. Per il Nuovo Testamento vocazione è la chiamata a mettersi alla sequela di Cristo e ad operare come membra attive del Corpo mistico, che è la Chiesa, per portare agli uomini l’annuncio del suo messaggio di salvezza e testimoniarlo con la propria vita.

In questi ultimi anni, grazie al contributo delle scienze dell’uomo, il termine vocazione si è arricchito ulteriormente, senza tradire i contenuti biblici originali. Esso non richiama più soltanto alla memoria una particolare forma di vita quale quella religiosa e quella sacerdotale, ma tocca la concezione stessa della persona come un qualcosa che la fa essere ciò che è e la diversifica dalle altre cose. Perciò la persona umana non è più considerata come una realtà che ha una vocazione, ma viene ritenuta essa stessa, nel suo essere più intimo, una vocazione. In tal modo il concetto di vocazione viene esteso ad ogni uomo.

Partendo dai dati biblici il Concilio Vaticano II non disgiunge la vocazione alla salvezza soprannaturale dalla vocazione umana. Esso parla di vocazione «integrale» (Gaudium et Spes, 57), che riguarda «tutto l’uomo nell’unità di corpo e di anima, di cuore, di coscienza e di volontà» (Gaudium et Spes, 3).

L’enciclica di Paolo VI Populorum progressio ribadisce che la vocazione viene rivolta «ad ogni uomo e a tutto l’uomo» (n. 14), visto che «nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato ad uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione» (n. 15). La stessa enciclica traccia anche un itinerario, secondo il quale gli uomini sono stimolati a passare da condizioni di vita meno umane a condizioni di vita più umane. Si tratta di coltivare nella vita «la fede, dono di Dio, accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità del Cristo, che ci chiama tutti a partecipare, in qualità di figli, alla vita del Dio vivente, padre di tutti gli uomini» (n. 21).

Ogni vita umana è dunque vocazione, cioè una chiamata ad esistere, a coordinare e a far fruttificare con l’aiuto di Dio, nella condizione di figli adottivi (Gal 4,4), quell’insieme di attitudini e di inclinazioni, che gli uomini posseggono in vista del compimento di un progetto e di una missione nel mondo. Il fatto primordiale della chiamata degli esseri all’esistenza rivela il mistero di una volontà, di un’iniziativa divina, che implica il volgersi di Dio verso le sue creature per arricchirle del dono dell’esistenza, manifestazione del suo amore benevolente. Ma esso chiarisce pure che ogni essere creato non è assoluto né autosufficiente. Non preesistendo a se stesso, nessuno è in grado di autodonarsi l’esistenza, perciò è intrinsecamente e naturalmente dipendente, pur essendo aperto, nel contempo, a tutti gli autentici valori della vita.

 Dio onnipotente ed eterno,

Padre di tutti gli uomini,

mirabile in tutte le opere del tuo amore,

illumina i nostri cuori

perché comprendiamo la tua sapienza,

presente nella profondità del mistero di ogni vita,

e rispondiamo alla tua chiamata

con generosità e con gioia.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

  1. II. CRISTO INVIATO DAL PADRE E MODELLO DELLA NUOVA UMANITA’

La vocazione dell’uomo, anche se decisa prima della creazione, come proclama san Paolo (Ef 1,3-10), ha senso solo se orientata a Cristo, di cui l’uomo è destinato a riprodurre l’immagine. Cristo è il punto di convergenza e il centro propulsore di tutta la storia. Non stupisce quindi che tutte le vocazioni dell’Antico Testamento prefigurino in qualche modo la venuta e l’opera di Cristo, sacerdote-re-profeta, mentre le vocazioni del Nuovo Testamento, che hanno in Cristo la loro origine, appaiono invece come rappresentazione di lui, ordinate a testimoniarlo, a prolungarne la missione salvifica e ad evidenziarne l’unico mistero di santità.

Tutta l’azione liturgico-sacramentale affidata alla Chiesa e da essa sviluppata nell’anno liturgico ha come scopo unitario di sostenere la vocazione cristiana di ogni battezzato, e di plasmarne progressivamente la personalità fino a farlo diventare persona matura in Cristo: «è Lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,11‑13).

Anche il Concilio Vaticano II afferma: «In realtà il mistero dell’uomo non si chiarisce veramente che nel mistero del Verbo incarnato» (Gaudium et Spes, 22). Il Cristo appare come la chiave dell’enigma umano, la somma di tutta l’antropologia, colui che ne scopre il vero senso, essendo Lui l’uomo nuovo, il nuovo Adamo della nuova creazione e del nuovo statuto dell’umanità: «Il Cristo, proprio nella rivelazione del mistero del Padre e del suo amore, manifesta pienamente l’uomo a se stesso, e gli scopre la sublimità della sua vocazione» (Gaudium et Spes, 22).

Con Giovanni Paolo II e con molti pensatori del nostro tempo siamo convinti che lo stato di crisi dell’uomo contemporaneo, lungi dall’essere motivo di pessimismo e di disperazione, può diventare inattesa occasione di incontro con il Cristo e con il suo Vangelo, vivo e vivificante.

Scrive il Santo Padre, in occasione della XXVII (1990) Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, rivolgendosi ai giovani: “Aprite il vostro cuore a Cristo, andategli incontro, dissetatevi alle sue sorgenti. Egli vi offre un’acqua che appaga la vostra sete di verità, di gioia, di felicità, di amore; un’acqua che sazia la vostra sete d’infinito e di eternità, poichè l’acqua che egli vi dà diventa in voi «sorgente che zampilla per la vita eterna»”.

Oggi come ieri il Cristo è pienezza di senso in un mondo che è alla ricerca del suo senso perduto. Di più, il Cristo dà un senso non solo alla condizione umana nel suo insieme, ma illumina anche i problemi concreti di questa condizione. Questi problemi, in fin dei conti, si riassumono nei rapporti dell’uomo con il mondo (ambiente, lavoro e progresso), con gli altri (alterità sotto forma di giustizia, di amicizia, di amore e di carità), con se stesso (solitudine, sofferenza, malattia, morte) e con Dio (peccato dell’uomo e misericordia‑salvezza per mezzo del Figlio incarnato, Cristo crocifisso e risorto).

Cristo dunque non è solo un’irruzione nella storia dell’uomo, ma rivela l’uomo a se stesso, lo decifra, lo interpreta, lo trasfigura: «Ecce homo!» (Gv 19,5).

 Padre,

piego le ginocchia davanti a te:                                                         Fil 2,10

rafforzami potentemente col tuo Spirito

nell’uomo interiore.

Fa’ che Gesù Cristo,

modello dell’umanità nuova,

abiti per la fede nel mio cuore;

fa’ che fondato e radicato nella carità,

possa conoscere l’amore di Gesù Cristo,

che sorpassa ogni conoscenza,

e possa essere colmato della tua pienezza.

Per Cristo nostro Signore. Amen                                                     Ef 3,14

III. LA VOCAZIONE DI MARIA

Pur collocandosi nell’ambito di vocazioni umane che seguono nel tempo le varie tappe della storia della salvezza, la vocazione di Maria (Lc 1,26‑38) appare particolarmente significativa ed eminente, perché non è vocazione di singola individualità, responsabile in un certo senso solo di se stessa, ma anche e soprattutto figura e modello della Chiesa, nuova Eva e immagine dei viventi.

Alla luce dei testi del Nuovo Testamento e della loro rilettura da parte della Chiesa, i principali atteggiamenti interiori con i quali Maria ha interpretato la sua singolare vocazione possono ridursi a quattro:

‑ la fede, una fede, la sua, come quella di Abramo (Gn 15,6), che esprime fiducia assoluta in Dio e determina tutto un comportamento esistenziale ed operativo di fronte al graduale e misterioso manifestarsi di Dio nella storia della propria vita;

‑ l’obbedienza di fronte all’esplicitarsi della volontà salvifica di Dio, che la chiama ad una cooperazione totale. Essa non va intesa come un inevitabile accondiscendimento servile e passivo, ma come libera accettazione, filiale e gioiosa, del progetto salvifico che implica coscienza e libertà, consenso e responsabilità, impegno e partecipazione attiva, consacrazione totale della propria persona perché il piano di Dio si realizzi, giorno per giorno, anche mediante il dono della propria vita;

‑ la speranza: questa virtù la troviamo già implicitamente affermata da Elisabetta, allorché, dopo averla chiamata «beata» perché ha creduto, aggiunge: «Perché si avvereranno le cose predette dal Signore» (Lc 1,45); indicando così a Maria quel cammino della speranza che lei dovrà percorrere nell’attuazione piena del tempo messianico, che è appena cominciato con l’annuncio e il concepimento del Salvatore del mondo. La Vergine stessa poi, nel suo cantico, si proclamerà come colei che, fra gli umili e i poveri, il Signore ha scelto per realizzare le sue promesse ed attuare il regno (Lc 1,46‑56).

In questo senso il Vaticano II asserisce che «Ella primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali attendono con fiducia e ricevono da Lui la Salvezza» (Lumen Gentium, 55), annoverando così Maria fra i testimoni della speranza veterotestamentaria e ponendola al primo posto nella speranza che si attua con il Nuovo Testamento;

l’amore: questa quarta caratteristica della risposta vocazionale della Vergine nasce dalle tre enunciate prima, le anima e le perfeziona dando loro un senso squisitamente umano ed un timbro profondamente religioso e spirituale, sia in quanto l’amore esprime il più bello e profondo dei sentimenti umani, sia in quanto esprime, a detta dell’apostolo Paolo, il più alto carisma dello Spirito, cioè la carità (1 Cor 12,3).

Giustamente il Vaticano II dice che Maria «accolse nel cuore» (Lumen Gentium, 53), fu «amorosamente consenziente» (Lumen Gentium, 58), «coopera con amore di madre» (Lumen Gentium, 63), e conclude con l’affermazione: «La Vergine infatti nella sua vita fu il modello di quell’amore materno del quale devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini» (Lumen Gentium, 65).

La Vergine Maria, come Madre delle Vocazioni, è, inoltre, modello della Chiesa che prega e sostiene il ministero dei chiamati. Ce lo ricorda ancora il Santo Padre:

Maria non ha ricevuto direttamente questa missione apostolica. Non era tra coloro che Gesù inviò «in tutto il mondo per ammaestrare tutte le nazioni» (Mt 28,19), quando conferì loro questa missione. Era, invece, nel cenacolo, dove gli apostoli si preparavano ad assumere questa missione con la venuta dello Spirito di verità: era con loro. In mezzo a loro Maria era «assidua nella preghiera» come «madre di Gesù» (At 1,13), ossia del Cristo crocifisso e risorto.(RM 26)

 O Padre,

che in Maria Santissima, Madre di ogni Vocazione,

ci doni un modello di apertura al Tuo disegno divino,

rendi il nostro cuore docile

perché, col dono dello Spirito Santo,

possiamo anche noi accogliere il Verbo

che chiede di dimorare nella nostra vita.

Per Cristo nostro Signore. Amen

  1. LA VOCAZIONE degli apostoli

 Non totalmente dissimile è la vocazione dei primi discepoli, che possiamo trovare nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli. Riportando i racconti di vocazione di coloro che ebbero un ruolo di guida nella Chiesa: Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, Levi, i Dodici, Paolo, la primitiva tradizione propose un luminoso esempio per tutti i credenti delle epoche seguenti, anche se fanno da contrappunto la mancata vocazione dell’uomo ricco (Mc 10, 17‑22) e la separazione e il tradimento di Giuda (Mt 26,14‑16; 20‑25; 27,3‑10).

Dai vari testi evangelici di vocazione accettata o respinta, concernenti sia i singoli discepoli sia il gruppo dei Dodici, si possono ricostruire i tratti costitutivi della chiamata alla sequela di Gesù.

L’iniziativa della vocazione dipende unicamente da Gesù. Egli passa, ama, chiama. La vocazione è un dono del Padre. La scelta di Gesù è libera, dipende unicamente dalla sua volontà, non vengono prese in considerazione le capacità del chiamato né i suoi interessi, le intenzioni e nemmeno la sua decisione. Gesù sceglie gente del popolo; tra i discepoli ci sono dei peccatori pubblici ed anche il futuro traditore. Più che un comando è un invito, l’appello di Gesù è una grazia, è la realizzazione di un disegno divino.

Ricorda il Santo Padre Giovanni Paolo II: «Erano gli stessi umili uomini che Gesù aveva scelto, uno per uno, tra la gente del suo popolo. Conosciamo i loro dubbi e le loro paure (cfr. Mt 28,17; Gv 20,19); ma essi credettero nel Risorto e, al tempo stesso, ebbero piena coscienza della loro vocazione e della loro missione, in cui lo Spirito Santo li avrebbe confermati, secondo la promessa del Signore stesso: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8)» (Messaggio per la XVII Giornata di Preghiera per le Vocazioni, 1980 ).

Le parole di Gesù: «Vieni e seguimi» (Mt 19,21) esprimono un supremo e sovrano potere sugli uomini: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18). La parola di Gesù opera ciò che annuncia. Al suo cenno i pescatori lasciano le reti (Mc 1, 18), il mestiere ed il padre (Mc 1,20), tutto (Lc 5,11). Levi abbandona la dogana (Mc 2,14), i discepoli del Battista il loro maestro (Gv 1,39). La parola di Gesù crea un nuovo genere di vita.

La risposta del chiamato è immediata, generosa ed incondizionata (Mc 1, 18). «Egli si alzò e lo seguì» (Mc 2,14). La disponibilità del discepolo si fonda sulla conversione e su un atto di fede in colui che chiama e annuncia la volontà di Dio. Ciò è chiaramente riconosciuto nel quarto Vangelo (Gv 1,35-51), ma è presupposto anche nei Vangeli sinottici, soprattutto in Luca (5, 1-11). La chiamata può avvenire anche per mezzo di terzi (Gv 1,44‑46), cioè mediante testimonianza di coloro che hanno già creduto, però essa comporta sempre un incontro personale con Gesù (Gv 1,47‑51).

Seguire Gesù significa aderire alla sua persona, al suo insegnamento, accompagnarlo nelle sue peregrinazioni attraverso la Palestina, entrare in comunione di vita e di mensa con lui, sposare la sua causa e mettersi a sua disposizione. La sequela comporta anche la condivisione delle sue sofferenze (Lc 9,58). I Dodici ricevono la missione di «pescare uomini» (Mc 1, 17), di predicare il Regno (Lc 9,2) scacciando i demoni e guarendo ogni malattia (Mc 3,14).

O Dio,

che hai mandato il tuo Santo Spirito sugli Apostoli

radunati con Maria, la madre di Gesù,

mentre erano concordi nella preghiera,                                      At 1,14

fa’ che la tua Chiesa, animata dall’azione dello Spirito,

viva nella concordia

sostenuta da un’assidua preghiera,

perché non venga mai meno

la testimonianza del Signore risorto,

e continuino in essa i prodigi

operati agli inizi

della predicazione del Vangelo.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

  1. Le vocazioni alla santità nella storia della chiesa genovese 

I Vangeli presentano una profonda teologia della vocazione in tutti i suoi risvolti. Ciò che è avvenuto durante la vita terrena di Gesù rimane un esempio meraviglioso per tutti i seguaci di Cristo attraverso i secoli.

Questa sequela ha una fisionomia particolare per la nostra Diocesi: possiamo dire che i santi e le sante genovesi danno voce e carne all’esortazione del Concilio, quando riafferma la vocazione universale alla santità: “Così la santità del popolo di Dio crescerà in frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato nella storia della Chiesa dalla vita di tanti santi” (Lumen Gentium, 40).

Gli esempi che ci precedono ci incoraggiano a proseguire la strada tracciata dallo Spirito nelle diverse vocazioni.

Nel nostro Seminario si sono formati generosi e “trascinanti” sacerdoti, come Sant’Antonio Maria Gianelli, il Beato Tommaso Reggio e Sant’Agostino Roscelli: fra i tratti comuni di questo filone di spiritualità sacerdotale sono da ricordare la dedizione generosa per la pastorale sacramentale, in particolare per il ministero della riconciliazione (si veda ancora oggi il confessionale del Roscelli nella chiesa della Consolazione e quello del Frassinetti nella chiesa di S. Sabina) e per la catechesi nei diversi luoghi di vita, dal porto alle carceri (si pensi oggi all’attività dei Cappellani dell’ARMO); l’attenzione alla evangelizzazione della società con i diversi mezzi di comunicazione sociale (cf.la stampa cattolica promossa dall’Arcivescovo Reggio, fino al nostro Settimanale Cattolico).

Abbiamo poi il ricco patrimonio di spiritualità femminile, incarnata da donne esemplari che hanno vissuto e annunciato il Vangelo in famiglia e nella società: spicca Santa Caterina Fieschi Adorno, dotata di doni mistici e di un’alta comprensione dell’Amore di Dio (specie riguardo al Purgatorio), ma anche promotrice di un laicato attivo e responsabile verso i bisogni degli ultimi della città (insieme all’opera infaticabile di Ettore Vernazza): il San Martino di oggi è il naturale prolungamento dell’Ospedale Pammatone, dove spese la sua vita.

Con lei – fra le altre – Santa Virginia Centurione Bracelli, apostola della città del ‘600 fino ad ottenerne la dedicazione a Maria, proclamata Regina di Genova; e più vicino a noi nell’800 la sapiente azione educatrice della Beata Eugenia Ravasco, amica e sostenitrice di don Bosco, di cui condivideva l’apostolato .

Non si può inoltre passare sotto silenzio la lunga e gloriosa tradizione di missionari audaci e intrapredenti, fedele alla “naturale” vocazione missionaria di Genova, porta aperta sul mare, come il Beato Carlo Spinola, missionario gesuita in Giappone; come lui, tanti religiosi ieri come oggi, hanno seguito i navigatori (come non ricordare Cristoforo Colombo?) evangelizzando terre lontane: la loro memoria ci spinge a sostenere anche oggi tutti i missionari genovesi nel mondo.

È poi da sottolineare la singolare grazia costituita dalle religiose di vita contemplativa, attive e presenti in Diocesi con ben 8 monasteri di clausura: sono un tesoro prezioso, ricca eredità di profonde radici evangeliche, come quella piantata dalla Beata Maria Vittoria de Fornari Strata, fondatrice delle Annunziate celesti (o Turchine), senza dimenticare l’opera di riforma della monachesimo benedettino dell’abate Casaretto e del monaco olivetano Schiaffino, poi cardinale e stretto collaboratore di Leone XIII.

Nel secolo appena concluso a Genova si sono formati o hanno attinto grandi figure del recente passato come il sacerdote San Luigi Orione, la sposa e madre Santa Gianna Beretta Molla; e genovesi sono anche diversi protagonisti del rinnovamento della Chiesa come Mons. Moglia e l’abate Righetti, promotori della riforma liturgica, fino ad illustri padri conciliari nel Concilio Vaticano II quali i cardinali Siri, Lercaro e Ballestrero.

Tra i recenti frutti di santità nella nostra Chiesa spicca la “Piccola Opera Regina Apostolorum”, con il suo prezioso carisma a sostegno delle vocazioni sacerdotali dal loro sorgere sino alla loro piena maturità, secondo la felice intuizione di Sr. Ada Taschera e di Mons. Recagno, ispirata dalla preghiera sacerdotale di Gesù: “per loro io consacro me stesso” (Gv 17,19).

Sono solo alcuni nomi, che – insieme a tanti altri! – meriterebbero una maggiore conoscenza da parte dei fedeli genovesi: l’identità e la fierezza evangelica di una Diocesi passano anche dall’amore per i frutti di santità che il Signore pone nel suo cammino. Speriamo che per loro intercessione, quanto prima ravvivata dal rinnovato e arricchito “Proprio della Chiesa genovese”, possa essere sostenuta e susciatata la fioritura di santità per la Genova del terzo millennio.

O Dio,

che semini a piene mani

germi di santità,

fa’ che, a imitazione e per intercessione

dei nostri Santi genovesi,

possiamo anche noi seguirTi

con l’amore e la dedizione generosa ai fratelli

nella gioiosa consapevolezza

che Tu porti a compimento

l’opera di santità

che hai iniziato in ciascuno di noi.

  1. LA VOCAZIONE AL MATRIMONIO

Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1603-1617) la vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell’uomo e della donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore (Gn 1,26‑28). Il matrimonio non è un’istituzione puramente umana, malgrado i numerosi mutamenti che ha potuto subire nel corso dei secoli, nelle varie culture, strutture sociali e attitudini spirituali. Queste diversità non devono far dimenticare i tratti comuni e permanenti. Sebbene la dignità di questa istituzione non traspaia ovunque con la stessa chiarezza, esiste tuttavia in tutte le culture un certo senso della grandezza dell’unione matrimoniale, poiché «la salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare» (Gaudium et Spes, 47).

«L’intima comunione di vita e di amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale… Dio stesso è l’autore del matrimonio» (Gaudium et Spes, 48). Infatti l’amore che Dio benedice è destinato ad essere fecondo e a realizzarsi nella comunione di vita indissolubile e fedele tra i coniugi, nell’educazione dei figli, nel servizio alla comunità ecclesiale e nell’apertura alla società. Ai nostri giorni, in un mondo spesso estraneo e persino ostile alla fede, le famiglie credenti sono di fondamentale importanza, come focolari di fede viva e irradiante. È per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un’antica espressione, chiama la famiglia Ecclesia domestica ‑ «Chiesa domestica» (Lumen Gentium, 11). È in seno alla famiglia che «i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede, e secondare la vocazione propria di ognuno, e quella sacra in particolare» (Lumen Gentium, 11). È qui che si esercita in maniera privilegiata il sacerdozio battesimale del padre di famiglia, della madre, dei figli, di tutti i membri della famiglia, «con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e con un’operosa carità» (Lumen Gentium, 10).

La famiglia è così la prima scuola di vita cristiana e «una scuola di più ricca umanità» (Gaudium et Spes, 52). È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita.

Scrive ancora il Santo Padre: «Certamente, tra i servizi che i genitori possono rendere ai figli occupa un primo posto quello di aiutarli a scoprire e a vivere la chiamata che Dio fa loro sentire, compresa quella “sacra”» (Messaggio per la XXIV Giornata di Preghiera per le Vocazioni, 1987).

In questo senso la famiglia può diventare «come il primo seminario» (Optatam Totius, 2) dove i figli apprendono e maturano i primi germi della vocazione sacerdotale e religiosa e dove anche il ruolo della donna come madre educatrice acquista tutta la sua rilevanza ecclesiale e si configura al modello di Maria. Infatti, come la Vergine Madre, pur non avendo nella Chiesa nascente alcun ruolo ministeriale istituzionale, è stata attivo strumento per la crescita del Figlio, unico ed eterno sacerdote (Lc 2,51‑52), e degli Apostoli (At 1, 14), così anche la figura della donna trova nella famiglia la piena realizzazione della propria dignità. In tal modo essa esprime l’insostituibile apporto per l’inizio ed i primi sviluppi della vocazione mediante un servizio pedagogico ed educativo sistematico, graduale e sacrificato fino al dono del figlio a Dio che lo chiama alla sua missione.

O Dio,

che in principio hai formato l’uomo e la donna

e li hai uniti in una comunione di vita e di amore,

noi ti rendiamo grazie

per il vincolo del santo matrimonio,

immagine dell’unione tra Cristo e la Chiesa.                     Ef 5,32

Guarda le nostre famiglie

con occhio di predilezione;

guidale tra le prove e le gioie della vita,

ravviva in esse la grazia del sacramento,

aumenta l’amore e l’armonia dello Spirito,

perché genitori e figli

godano sempre della tua benedizione.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

VII. LA VERGINITÀ CONSACRATA PER IL REGNO

Gesù Cristo è il centro di ogni vita cristiana. Il legame con lui occupa il primo posto rispetto a tutti gli altri legami, familiari e sociali (Lc 14,26; Mc 10,28‑31). Fin dall’inizio della Chiesa ci sono stati uomini e donne che hanno rinunciato al bene del matrimonio per seguire l’«Agnello dovunque va» (Ap 14,4), per preoccuparsi delle cose del Signore e cercare di piacergli (1 Cor 7,32), per andare incontro allo sposo che viene (Mt 25,6). Cristo stesso ha invitato certuni a seguirlo in questo genere di vita, di cui egli rimane il modello (Mt 19,12). La verginità per il regno dei cieli è uno sviluppo della grazia battesimale, un segno possente della preminenza del legame con Cristo, dell’attesa ardente del suo ritorno, un segno che ricorda pure come il matrimonio sia una realtà del mondo presente che passa (Mc 12,25, 1 Cor 7,3 1). Entrambi, il sacramento del matrimonio e la verginità per il regno di Dio, provengono dal Signore stesso. È lui che dà loro senso e concede la grazia indispensabile per viverli conformemente alla sua volontà (Mt 19,3‑12). La stima della verginità per il Regno e il senso cristiano del matrimonio sono inseparabili e si favoriscono reciprocamente (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, 16).

Se tutti hanno visto nella loro vita monaci, frati e suore, pochi conoscono il nome esatto con il quale li denomina la Chiesa: religiosi. «Religioso» è colui che vive seguendo uno spirito ed una regola approvati dalla Chiesa. Chiamato da Dio che mette nel suo cuore una capacità di amore più grande «di più perfetta carità» (Perfectae caritatis, 1), risponde dandosi tutto al Signore e a lui solo: ciò fa di lui un consacrato. Non è prima di tutto uno che si dà agli altri; è uno che si dà a Dio, totalmente a lui. Ed esprime questa totalità con tre impegni: i voti di obbedienza, povertà, castità. La maggior parte dei religiosi vive in comunità: lasciata una famiglia ne trova un’altra. La vita in comune con gli altri gli impedisce di seguire se stesso, lo spoglia del proprio io, lo arricchisce di un affetto tutto speciale, lo sorregge nella sua fragilità.

Afferrato da Dio, il religioso si sente spinto irresistibilmente a portare Dio agli altri, a donare la sua vita per loro. Portando Dio, egli porta la salvezza a tutto l’uomo: annuncia il Vangelo, consola i cuori, istruisce le menti, cura i corpi. Il religioso non è un uomo solo. Egli vive nella Chiesa e per la Chiesa: la percorre in lungo e in largo, liberamente.

È al servizio della Chiesa universale e, nello stesso tempo è anche membro della Diocesi: in essa vive, ama, serve. Il Concilio Vaticano Il ha focalizzato bene lo «stato religioso» considerandolo quasi un dono speciale per tutta la Chiesa (Lumen Gentium, 43). Esso consiste nella sequela di Cristo, professando pubblicamente i consigli evangelici di obbedienza, povertà, castità e assumendo l’impegno di rimuovere tutti quegli ostacoli che potrebbero distogliere dal fervore della carità e dalla perfezione del culto divino. Il religioso infatti «si dona a Dio sommamente amato, così da essere con un nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all’onore di Dio; ciò lo congiunge in modo speciale alla Chiesa e al suo mistero» (Lumen Gentium, 44) e lo sospinge ad operare con indivisa dedizione per il bene di tutto il Corpo. Di qui appare che la vita religiosa è un modo particolare di partecipare alla natura sacramentale del Popolo di Dio. La consacrazione, infatti, di coloro che professano i voti religiosi, è ordinata soprattutto a questo: che offrano al mondo una visibile testimonianza dell’insondabile mistero di Cristo, in quanto in se stessi realmente lo rappresentino «o contemplante sul monte o annunziante il Regno di Dio alle turbe o mentre risana i malati e i feriti e converte i peccatori a bene operare oppure mentre benedice i fanciulli e fa del bene a tutti, ma sempre in obbedienza alla volontà del Padre che lo ha mandato» (Lumen Gentium, 46).

Molti sono nella Chiesa gli Istituti di vita consacrata, diversi l’uno dall’altro, secondo l’indole di ciascuno, come risulta anche nella nostra Diocesi. Ognuno porta il dono della propria vocazione, come «carisma» suscitato dallo Spirito, mediante l’opera di uomini e donne insigni, i «Fondatori», che hanno trasmesso ai propri discepoli un’esperienza dello spirito perché sia da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita. Per questo la Chiesa riconosce e sostiene l’indole propria dei vari Istituti religiosi, che comporta uno stile particolare di santificazione e di apostolato, per l’arricchimento della Chiesa e della società, nell’originalità delle vocazioni adatte alla varietà delle persone e delle situazioni di vita. Qualunque sia però l’indole di ogni Istituto, tutti i religiosi, senza distinzione, sono consacrati per dimostrare pubblicamente nella Chiesa‑Sacramento «che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini» (Lumen Gentium, 31). Ed oggi, davanti al vasto e complesso mondo da evangelizzare, non è sufficiente un santo, ci vuole tutta la «comunione dei santi». Non basta un carisma, ci vogliono tutti i carismi, con la forza inedita che l’unità e la reciprocità possono dare alla testimonianza della carità di ogni persona consacrata e di ogni comunità religiosa.

Dichiara il Papa: «Come sarebbe più povero il nostro secolo se si indebolisse la presenza di esistenze consacrate a questo Amore; e come sarebbe più povera la società se non fosse indotta ad alzare lo sguardo là dove sono le vere gioie!» (Messaggio per la XXIX Giornata di Preghiera per le Vocazioni, 1992).

O Dio,

che chiami uomini e donne

a cercare con tutte le forze

il regno dei cieli nella via della perfetta carità,

alla sequela di Gesù Cristo,

povero, casto, ubbidiente,

semina con abbondanza

questo ideale nella tua Chiesa,

perché, nelle mutevoli situazioni di vita,

non venga meno l’adesione radicale

alla perfezione evangelica,

e nuove generazioni di chiamati,

liberi dagli egoismi e dagli affanni del mondo,

diventino ricchi di te, unico vero bene.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 VIII. LA VOCAZIONE AL MINISTERO ORDINATO

Da quanto si è detto fino ad ora si comprende che la vocazione è un universo di possibilità che tendono a concretizzarsi in situazioni di vita.

Ricorda il Papa: «Gesù, il Servo e il Signore, è anche colui che chiama. Chiama ad esser come Lui, perché solo nel servizio l’essere umano scopre la dignità propria ed altrui» (Giovanni Paolo II per la XL Giornata di preghiera per le Vocazioni, 2003).

Meditando il dialogo vocazionale, fatto di proposta e risposta, nell’ambito del Nuovo Testamento, ci accorgiamo che tra le varie «chiamate» si afferma quella particolare tipologia vocazionale che è riferita agli Apostoli: i diretti discepoli di Nostro Signore, da lui personalmente chiamati, ammessi con lui a comunione di vita, introdotti progressivamente all’intimità solenne e magistrale della sua dottrina.

Ma per quale missione essi sono chiamati?

Se leggiamo le consegne che Gesù lascia loro in momenti decisivi della sua vicenda storica e pasquale, scopriamo che questi Dodici li ha prescelti tra molti perché annunzino il Vangelo a ogni creatura e battezzino nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28,19) e celebrino l’Eucaristia in memoria di Lui (Lc 22,19; 1 Cor 11,23‑26). Ma nel lungo dialogo dell’Ultima Cena, di incalcolabile valenza vocazionale (Gv 13,17), Gesù lascia loro un altro mandato: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12); da integrarsi con la qualità del suo amore subito dopo enunciata: «Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i fratelli» (Gv 15, 13). Confrontando queste tre consegne evangeliche si ottiene il profilo inconfondibile del «ministro ordinato» o «sacerdote», con le genuine attribuzioni sue proprie. Diciamo allora che il «sacerdote» è un cristiano chiamato nella Chiesa e dalla Chiesa a esercitare autorevolmente i mandati sopra enunciati: a lui compete di annunciare il Vangelo a ogni creatura, provvedendo all’inserimento nella Chiesa dei novelli battezzati; a lui compete di rinnovare nell’Eucaristia il sacrificio della croce, in memoria di Cristo; a lui ancora compete di garantire il livello più alto di carità vicendevole a regime evangelico: non più semplicemente «amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18), ma «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12), con lo specifico ministero di presidenza per la comunione. La misura dell’amore evangelico non è più dunque l’io individuale, ma l’Io di Cristo, quell’«Io sono» ribadito nel Vangelo di Giovanni (Gv 8,59) con una trascendente memoria dell’«lo sono colui che sono» di Es 3,14. Occorre ancora notare che, nel Vangelo di Giovanni, Cristo stesso è la vita: l’espressione sopra ricordata – «non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i fratelli» (15,13) – assume così una profonda dimensione eucaristica. Perciò il massimo del servizio sacerdotale letto sotto il profilo dell’amore consiste nel dispensare ai fratelli nell’Eucaristia il Pane vivo disceso dal cielo (Gv 6,52).

La riflessione successiva ha condensato queste luminose intuizioni evangeliche sotto un austero e preciso rigore dottrinale, ravvisando:

‑ nel dono del Battesimo, dell’Eucaristia e degli altri sacramenti quello che viene chiamato il ministero di santificazione, in quanto i sacramenti esistono per la santificazione della Chiesa;

‑ nell’attività di annuncio il ministero della Parola, indispensabile per far si che i cristiani non pensino secondo gli uomini ma secondo Dio (Mc 8,33; Is 55,8‑9) e che gli uomini giungano a conoscenza della verità (1 Tm 2,4);

‑ nella carità vicendevole, esercitata agli eccelsi livelli evangelici, il ministero pastorale o di governo ecclesiale, illustrato dall’allegoria del Buon Pastore (Gv 10; Ez 34).

Accettare la vocazione sacerdotale significa quindi lasciarsi avvincere irresistibilmente dal fascino dell’Eucaristia, della parola di Dio e della carità, scrigno e vincolo di ogni perfezione (Col 3,14).

Eventuali vocazioni sacerdotali che si propongono sul supporto di altre motivazioni devono dunque essere guardate con qualche diffidenza e sospetto, perché soltanto queste tre imprescindibili dimensioni ne costituiscono l’inequivocabile dignità e autenticità.

La Chiesa, una volta accertate in un soggetto richiedente le accennate disposizioni, ne consacra la genuinità ecclesiale con il sacramento dell’Ordine. Si tratta del modo con il quale la Chiesa nella sua multisecolare tradizione distribuisce a livelli differenziati le accennate tre componenti sacerdotali in quei tre gradi denominati: Ordine dei Vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, cui i soggetti idonei vengono elevati con il rito dell’imposizione delle mani e con la preghiera di ordinazione (At 6,6; 13,3; 1 Tm 4,14).

Come è noto, il Concilio Vaticano II ha rivalutato, quale grado a sé stante, il diaconato, ricostituendolo come servizio permanente nel popolo di Dio, in comunione con il Vescovo ed il suo presbiterio: «Ai diaconi sono imposte le mani non per il sacerdozio, ma per il servizio» (Lumen Gentium, 29). Anche la nostra Diocesi è arricchita da un gruppo di diaconi permanenti che dall’Eucaristia, nella quale esercitano uno specifico ministero, traggono quello stile di servizio che sono chiamati a vivere ed a promuovere nella comunità. Sarà opportuno effettuare un’accurata valutazione del cammino fatto, anche in vista di nuovi appropriati e più efficaci inserimenti pastorali, oltre al servizio liturgico-caritativo, secondo l’ispirazione originaria (At 6,3) e secondo le necessità della nostra Diocesi.

Il sacramento dell’Ordine, ora delineato nelle sue componenti strutturali, non deriva la sua energia da precise disposizioni verbali di Nostro Signore, ma, al pari degli altri sacramenti, è per così dire scaturito dal costato aperto di Cristo morente in Croce, secondo un’efficacissima contemplazione di sant’Agostino (Commento al salmo 138). Ecco allora che, all’origine dell’Ordine sacro e della vocazione ad assumere gli onori e gli oneri che ne sono presupposto, sta come per gli altri sacramenti il Mistero Pasquale.

Molte altre vocazioni ecclesiali possono essere condizionate dai tempi e da vicende storico-sociali. La vocazione al sacerdozio invece, proprio per il suo irrinunciabile carattere strutturale nell’organico della Chiesa, non potrà mai estinguersi completamente senza che venga a cessare la Chiesa stessa. In pratica la stessa promessa petrina ‑ «le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16,18) ‑ è coestensibile alla permanenza storica del ministero ordinato. Ma ciò non esime da un impegno serio e appassionato per il sorgere e lo svilupparsi delle vocazioni sacerdotali. Tutti i sacerdoti sono con il Vescovo solidali e corresponsabili nella ricerca e nella promozione delle vocazioni presbiterali. Infatti, come afferma il Concilio «spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori alla fede, di curare che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione specifica». È questa «una funzione che fa parte della stessa missione sacerdotale, in virtù della quale il presbitero partecipa della sollecitudine per la Chiesa intera, affinché nel Popolo di Dio qui sulla terra non manchino mai gli operai» (Presbyterorum ordinis, 6 e 11). «La vita stessa dei presbiteri, la loro dedizione incondizionata al gregge di Dio, la loro testimonianza di amorevole servizio al Signore e alla sua Chiesa ‑una testimonianza segnata dalla scelta della croce accolta nella speranza e nella gioia pasquale ‑, la loro concordia fraterna e il loro zelo per l’evangelizzazione del mondo sono il primo e il più persuasivo fattore di fecondità vocazionale» (Pastores dabo vobis, 41).

Una maturazione teologico‑pastorale del presbiterio è premessa indispensabile per un cammino spirituale di un impegno pastorale organico della nostra Chiesa. Prima di tutto, è necessario recuperare la funzione fondamentale del presbitero in ordine alla formazione, alla cultura e all’impegno missionario di ogni comunità cristiana. Il sacerdozio ministeriale è al servizio del popolo di Dio come «carisma tra i carismi», come ministero di edificazione della Chiesa, con il compito di assicurare, attraverso la testimonianza alla Scrittura, la fedeltà alla radice apostolica, indispensabile per il costituirsi stesso della Chiesa.

Per questo si può dire che il vigore di una comunità e l’azione pastorale di una parrocchia, cellula della Chiesa particolare, sono in qualche modo legate anche alla vitalità del suo presbitero o parroco e all’esercizio del suo ministero (Presbyterorum ordinis, 3), considerando il fatto che spetta a lui il «ministero della sintesi», cioè il servizio del riconoscimento pubblico e ufficiale di tutti i doni presenti nella Chiesa, la promozione delle responsabilità di tutti e di ciascuno e l’instancabile ricerca di un’efficace e visibile comunione (Lumen Gentium, 12 e 30).

 Signore, tu hai chiesto a Pietro,

dopo la sua risurrezione: «Mi ami tu?».                                    Gv 21,15ss

Oggi lo chiedi a me.

Io ti voglio rispondere:

«Signore, tu lo sai che ti amo».                                               Gv 21,15

Mi affido a te,

voglio poggiare sul tuo amore

e lasciarmi ricostruire interiormente,

al fine di accogliere con piena fiducia

la parola della missione:

«Pasci il mio gregge».                                                           Gv 21,15

Tu vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

  1. LE VOCAZIONI LAICALI

La Chiesa non è fine a se stessa ma è «a servizio» della salvezza dell’umanità, mandata da Gesù Cristo come «universale segno di salvezza» (Lumen Gentium, 48). In essa le diverse vocazioni e i diversi «servizi» devono manifestare questa sua particolare e specifica vocazione d’insieme.

Perciò ogni cristiano, in virtù del battesimo e della confermazione, partecipa della vocazione e missione della Chiesa, ha a cuore le necessità del Popolo di Dio e mette a disposizione e a servizio di tutti, i talenti umani e spirituali, i carismi che lo Spirito Santo dona.

Sento il dovere di essere profondamente riconoscente verso i fedeli laici che partecipano anche nella nostra Chiesa genovese, in vari modi e nei diversi campi, alla missione e all’azione della Chiesa nel mondo. Tutti insieme, come Popolo di Dio, accogliamo con gioia la Parola proclamata, ci sentiamo pienamente inseriti nella comunità ecclesiale, ci uniamo alla lode del Padre insieme a Cristo, e diventiamo testimoni del Vangelo nelle strutture di comunione della Chiesa e nei riguardi del mondo.

La partecipazione dei fedeli laici può crescere e rafforzarsi in particolare nella promozione dei valori di solidarietà e di giustizia nelle strutture sociali, politiche ed economiche. È importante che emerga chiaramente un atteggiamento ed un’azione pastorale missionaria indirizzata a tutto il territorio e ai vari settori della vita umana. Proprio attraverso l’impegno del laicato qualificato e maturo nella fede, la Chiesa diventa segno‑presenza che incide in modo significativo nelle situazioni socio‑culturali del territorio.

Oltre che nei riguardi del mondo in cui vivono ed operano, i fedeli laici hanno una particolare vocazione e ministerialità all’interno della Chiesa. Una forma significativa del servizio dei fedeli laici è la loro corresponsabilità ecclesiale in vista soprattutto dell’educazione e della catechesi, aiutando la Chiesa a vivere il passaggio storico da un Cristianesimo di tradizione ad un Cristianesimo motivato e fecondo in rapporto alla cultura e ai mezzi di comunicazione sociale. In questo contesto, speciale rilievo riveste l’Azione Cattolica per la sua storica collocazione di ministerialità laicale a servizio della gerarchia e dell’intera comunità ecclesiale, recentemente rinnovatasi nello slancio apostolico, attraverso il nuovo statuto e il nuovo progetto formativo, affidati significativamente alla Vergine di Loreto, in comunione con il Papa Giovanni Paolo II.

Questa corresponsabilità non può consistere solo nel fare ciascuno la propria parte, quasi prescindendo dagli altri. Corresponsabilità significa l’incontrarsi e il convergere corale nelle varie espressioni ed iniziative della comunità ecclesiale: significativa in tal senso è l’esperienza e l’opera della Consulta diocesana delle aggregazioni laicali.

Sono dunque da valorizzare e da sviluppare le strutture partecipazione, di corresponsabilità e di comunione, in particolare i Consigli pastorali parrocchiali e il Consiglio pastorale diocesano, in modo che nelle nostre comunità si possa ripetere quello che S. Ignazio di Antiochia scriveva della Chiesa di Efeso: «Conviene procedere d’accordo con la mente del Vescovo, come già fate. Il vostro presbiterio, ben reputato degno di Dio, è molto unito al Vescovo come le corde alla cetra. Per questo dalla vostra unione e dal vostro amore concorde si canta a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate ad una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca, per le buone opere, che siete le membra di Gesù Cristo. È necessario per voi trovarvi nella inseparabile unità per essere sempre partecipi di Dio» (Lettera agli Efesini, 4).

Nella varietà multiforme dei «carismi» di cui ogni battezzato è portatore, ve ne sono alcuni che si traducono in servizi, continuativi e stabili nella Chiesa, per la diffusione del Regno di Dio. Essi sono chiamati ministeri, in quanto carismi che si esprimono in servizi stabili attraverso un mandato ecclesiale. Parliamo perciò di ministeri laicali, in quanto, oltre ai ministeri «ordinati» (derivati dal sacramento dell’ordine) anche i laici, in forza del battesimo e della confermazione, hanno il «diritto e il dovere» (Apostolicam Actuositatem, 3) di esercitare i loro carismi, e quindi di tradurli in ministeri.

Ciò significa che i ministeri laicali non devono valorizzarsi come supplenza per la scarsità dei preti, ma piuttosto per realizzare la Chiesa secondo il disegno di Dio, sviluppando ogni carisma secondo la natura che gli è propria, così che il Corpo di Cristo venga edificato «mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro» (Ef 4,16).

I ministeri istituiti e i ministeri «di fatto»

Se i ministeri sono carismi tradotti in servizi stabili mediante mandato ecclesiale, il mandato ecclesiale costituisce il momento in cui il carisma si traduce in ministero. Per i ministeri laicali il mandato ecclesiale si fonda sul riconoscimento di un carisma che trova la sua radice nel battesimo e quindi il suo sviluppo nella confermazione e può essere conferito in modi diversi che vanno dalla semplice accettazione dell’esercizio a una designazione più o meno ufficiale. Tra le diverse modalità di affidamento dei ministeri laicali si deve fare una distinzione fondamentale:

‑ molti ministeri vengono conferiti dalla comunità cristiana con modalità diverse, più o meno esplicite e ufficiali, ma comunque non liturgiche. Questi ministeri vengono comunemente indicati con l’espressione di ministeri «di fatto» (e pensiamo ai ministeri della carità, della catechesi, dell’assistenza ai malati e a tutte le forme di volontariato organizzato);

‑ alcuni ministeri vengono conferiti attraverso un atto liturgico, cioè una celebrazione il cui rito è stabilito dalla Chiesa. I ministeri che si conferiscono in questa celebrazione sono chiamati ministeri istituiti e si tratta, concretamente, del lettore e dell’accolito.

Il lettore istituito deve essere «segno» in tutto ciò che riguarda l’attenzione alla Parola di Dio; l’accolito istituito deve essere «segno» nell’ambito di un culto soprattutto Eucaristico, che si traduce in comunione fraterna.

 Ministri straordinari della Comunione Eucaristica

Talvolta può profilarsi una situazione particolare, quando la comunione eucaristica non è accessibile per mancanza di ministri ordinati. In tal caso la sua distribuzione è affidata a laici, uomini e donne, appositamente scelti. Essi potranno amministrare l’Eucaristia sia durante le celebrazioni liturgiche nelle chiese sia agli infermi nelle case.

Certamente si tratta di ministri «straordinari», essi devo no cioè esercitare il loro ministero quando vi sia una necessità (e non siano per essa immediatamente disponibili né presbiteri, né diaconi, né accoliti). Ma tale necessità diventa un’esigenza normale quando si pongano in atto le linee di una pastorale di comunione, e particolarmente una pastorale degli infermi, nell’ambito di una Chiesa che vive intensamente la realtà dell’Eucaristia. Infatti vivere la comunione vuol dire vivere la Chiesa come famiglia. In una famiglia gli ammalati sono al primo posto nella premurosa attenzione di tutti.

In questa dinamica pluralità di ministeri, nella quale guida spirituale e centro unificatore è sempre il presbitero-parroco, la Chiesa locale manifesta efficacemente tre aspetti della sua missione di amore.

‑ la comunione, che è l’amore in quanto unifica, così che realizza l’unità nella pluralità dei doni (Ef 4,1‑16);

‑ il servizio, che è l’amore in quanto si dirige al bisogno di ogni persona umana;

‑ la testimonianza, che è la trasmissione dell’esperienza del Signore presente (Mt 18,20), compiuta con l’annuncio della Parola (Rm 10, 14), reso efficace dal segno della comunione e del servizio.

Guarda con bontà, o Padre,

tutti noi, fedeli laici,

che offriamo la nostra vita a te,

nel nome di Gesù Cristo

per servirlo in ogni persona.                                         Mt 25,40

Confermaci nel nostro proposito

con la tua benedizione,

perché dall’ascolto assiduo della tua parola,

docili all’insegnamento della Chiesa

e sostenuti dal pane eucaristico,

centro della nostra vita spirituale,

ci impegniamo nei campi a noi affidati,

con generosa dedizione,

a lode e gloria del tuo nome.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

PARTE SECONDA

La promozione e il sostegno delle vocazioni

«Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore.

Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe».                                                  Mt 9,35-38

  1. LA PASTORALE RINNOVATA DELLE VOCAZIONI: FORMAZIONE E DIREZIONE SPIRITUALE

La vicenda vocazionale mette alla prova il processo di maturazione personale umana delle disposizioni e degli atteggiamenti che fondano la capacità di un impegno elevato ed esigente, sino a condurre la persona al dono totalmente gratuito di sé (cf Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 10).

L’intervento educativo si rivela perciò sommamente necessario per aiutare i giovani sul duplice orizzonte della chiarificazione dei valori, da una parte, e insieme per offrire loro l’opportunità di una più profonda conoscenza di sé, per crescere nella libera adesione ai valori e ideali oggettivi. Questo intervento viene vissuto comunitariamente attraverso la formazione sistematica nelle parrocchie, nei gruppi e nelle associazioni, negli incontri di catechesi e nella scuola, specialmente ad opera degli insegnanti di religione. Peculiare importanza e significato ha la presenza dell’Azione Cattolica, che, perseguendo lo stesso fine apostolico della Chiesa, si qualifica come «collaborazione dei laici all’apostolato gerarchico» (Apostolicam Actuositatem, 20). La costante e benemerita attività formativa per i giovani è sostenuta in Diocesi da diverse associazioni, gruppi e movimenti: oltre all’Azione Cattolica, ci piace ricordare l’esperienza dell’AGESCI, che ha mosso i suoi primi passi all’inizio del ‘900 a Genova, e che oggi è diffusa e attiva in tutta la Diocesi; le tante associazioni operanti nel settore sportivo e ricreativo (dall’ANSPI al CSI, sino alla miriade di società sportive di ispirazione cristiana).

Tutte insieme rappresentano un’appropriata mediazione educativa per far fiorire il terreno buono del mondo giovanile e per far germinare in esso i semi di vocazioni. Anzi, un ambiente che coltiva le vocazioni cristiane e le fa crescere ha un’importanza decisiva in una società pluralistica come la nostra, e può così verificare la bontà delle sue opzioni e dei suoi metodi formativi.

Ma non bisogna dimenticare che la vocazione suppone un cambiamento di esistenza, una conversione sostenuta e confermata dal sacramento della riconciliazione, unitamente alla direzione spirituale. Per linee convergenti questa educazione ai valori oggettivi, e questo accompagnamento dei giovani ad un incontro vero, frequente e fecondo con Cristo, unico loro Maestro e Salvatore, gravita verso il sacramento della riconciliazione, che è il più pedagogico dei sacramenti. Difatti, specie nella sua forma individuale, è l’unico che raggiunge la persona singola concreta nella sua situazione particolare. In esso la parola di Dio che è detta per tutti viene applicata alla situazione di ciascuno: al suo livello spirituale, alle sue capacità di percezione e di risposta alla grazia di Dio, secondo le esigenze della sua personale maturazione.

È a tutti nota la convinzione e quindi l’insistenza di don Bosco sull’opportunità della scelta di un confessore stabile da parte dei giovani, fino a dire: «Finché voi non avrete un confessore stabile, in cui abbiate tutta la vostra confidenza, a voi mancherà sempre l’amico dell’anima».

Un giudizio del santo educatore sulle cause della poca perseveranza da parte di ex alunni educati da religiosi ci può servire di verifica: «Questo grave inconveniente ‑ dice don Bosco ‑ proviene da ciò che i giovani non vengono abbastanza a contatto col prete e quindi non si confessano abbastanza di frequente. Le anime giovanili, nel periodo della loro formazione, hanno bisogno di sperimentare i benèfici effetti che derivano dalla dolcezza sacerdotale».

Come la frequente confessione, secondo don Bosco, è necessaria «a sostegno della instabile giovanile età», così la scelta di un «confessore stabile» e di un direttore spirituale è necessaria per avere, nella stessa età, una «guida sicura».

Comprendiamo come, nella preadolescenza e nell’adolescenza, il giovane in fase di graduale e progressiva maturazione della sua personalità ad ogni livello (da quello fisico a quello affettivo, morale, intellettuale, fino a quello spirituale) abbia assoluto bisogno di appoggio e di aiuto: ad un tempo, robusto e discreto. Bisogno di qualcuno che non ne blocchi lo sviluppo con imposizioni autoritarie che gli impediscono di formarsi delle solide convinzioni personali, o con ricatti affettivi, che lo mantengono in uno stato di dipendenza infantile, ma neppure che lo abbandoni in balia dei suoi impulsi istintivi. Bisogno di qualcuno che gli offra un aiuto valido, ma che non glielo imponga; di qualcuno che lo illumini nelle scelte, lo sostenga nelle difficoltà, senza sostituirsi al suo sforzo personale, alla sua personale responsabilità e all’istanza legittima di maturare attraverso personali esperienze.

Infine, se importante è l’opera di questo «amico dell’anima» per affiancare la crescita umana e cristiana del giovane, per collaborare all’azione interiore dello Spirito, non lo è di meno per il discernimento della sua vocazione personale. A tale discernimento, che denomina «scelta dello stato», don Bosco annette estrema importanza. È il momento in cui, con la maturazione integrale della persona, progressivamente si rivela nell’individuo la divina chiamata, cioè il senso ultimo della propria esistenza personale alla luce della fede.

Indubbiamente il sacerdote-guida spirituale è la persona più idonea per dare un consiglio disinteressato ed autorevole in materia. Difatti il Concilio dichiara che «spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare, per proprio conto o per mezzo di altri, che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il Vangelo» (Presbyterorum Ordinis, 6).

Riscoprendo il valore della guida spirituale nella prassi e nella pedagogia spirituale della Chiesa, vorrei ancora sottolineare che, nella crisi che oggi sta attraversando la famiglia con la carenza della figura del padre, il bisogno di incontrare questo «amico dell’anima» non si è attenuato, ma è diventato più urgente e necessario che mai. Se questo è vero per tutti, lo è ancor più per il discernimento e la formazione di vocazioni sacerdotali e religiose.

Consiglio caldamente ad ogni giovane impegnato la direzione spirituale, che deve poi essere praticata con regolarità, perché accompagna e sostiene il lavorio interiore che lo Spirito attua progressivamente per conformare il chiamato a Cristo, abituandolo ad uno sguardo limpido e illuminato sull’esperienza personale e sulle motivazioni che lo guidano, così da affinare la lealtà e la docilità per l’accoglienza feconda dell’iniziativa di Dio. Chiedo pertanto che nei diversi itinerari formativi di AC, AGESCI e delle altre associazioni cattoliche che operano con i ragazzi sia annunciata, promossa e favorita la prassi della confessione frequente come cammino semplice di graduale crescita cristiana.

Nel contempo esorto anche i sacerdoti a meditare seriamente quanto è scritto nella Pastores dabo vobis: «I sacerdoti siano i primi a dedicare tempo ed energia a quest’opera di educazione e di aiuto spirituale personale: non si pentiranno mai di aver trascurato o messo in secondo piano tante altre cose, pure belle e utili, se questo era inevitabile per mantenere fede al loro ministero di collaboratori dello Spirito nell’illuminazione e nella guida dei chiamati» (n. 40).

Signore Gesù Cristo,

che hai chiamato attorno a Te gli apostoli,                                           Lc 9,10

per educarli

alla comunione con Te e con il Padre,

fa’ che i sacerdoti

scelti dai giovani

come amici della loro anima

siano sostegno e guide sicure

per giungere a quella maturità della persona

che li renda leali e docili

all’azione dello Spirito

e capaci di conformarsi a Te

nel dono pieno della loro vita.

Tu che vivi e regni

nei secoli dei secoli. Amen.

  1. La scelta di privilegiare la pastorale giovanile

Ricordo infine che la pastorale vocazionale non è separata dalla pastorale d’insieme, perché, sulla base della comune Cristoconformazione battesimale, essa è la prospettiva unificante di tutta la pastorale cristiana, «nativamente» vocazionale. La pastorale vocazionale trova nella pastorale giovanile il suo spazio vitale, e la pastorale giovanile diventa completa ed efficace quando si apre alla dimensione vocazionale. E’ urgente superare una certa frammentarietà dell’azione pastorale, che a volte è ancora presente nelle nostre comunità, per una logica sempre più unitaria e comunionale. Per questo sono necessarie verifiche pastorali più ravvicinate e periodiche, per consolidare la valenza positiva dell’azione pastorale a livello parrocchiale, zonale e diocesano.

Le variegata situazioni e le difficoltà operative hanno progressivamente orientato gli animatori vocazionali a privilegiare nel loro ministero gli adolescenti e i giovani. È questo del resto un orientamento comune in tutta la Chiesa, che sottolinea la necessità di uno strettissimo rapporto tra pastorale giovanile e pastorale delle vocazioni, tra formazione e discernimento vocazionale. Il periodo giovanile è il periodo privilegiato, anche se non unico, per la scelta vocazionale. Il servizio più grande che può essere fatto ai giovani è quello di aiutarli a scoprire e realizzare il piano di Dio su ciascuno. È necessario proporre anche le varie vocazioni ai ministeri ordinati e alle differenti forme di consacrazione.

L’esigenza di una maggiore attenzione al mondo giovanile è manifestata anche dalla Chiesa italiana, che ha istituito il «Servizio nazionale per la pastorale giovanile» con il compito di creare collegamenti regionali e diocesani tra gli operatori di pastorale giovanile, aprire spazi di dialogo e collaborazione con associazioni, movimenti e congregazioni religiose impegnate nel mondo giovanile, stimolare la progettualità di ogni singola Diocesi, la preparazione e la cura della giornata mondiale dei giovani.

Anche molti Ordini e Congregazioni religiose hanno avviato iniziative per raccogliere intorno alla figura e alla spiritualità dei Fondatori gruppi giovanili, e anche se non mancano di incontrare difficoltà, cercano di riconoscere, accogliere e dare risposte alle domande di senso e di vita che i giovani propongono, e di elaborare una reale proposta educativa.

 In tutta questa attività un ruolo fondamentale è svolto dai giovani stessi. Pensare che una comunità o un animatore vocazionale possano fare pastorale giovanile vocazionale da soli e secondo criteri piovuti dall’alto è pura utopia. È necessario evangelizzare i giovani con la testimonianza e l’impegno di altri giovani. Si tratta perciò di mettere in moto una catena apostolica, di piantare un seme di pastorale giovanile che ha bisogno di morire anche eventualmente nelle sofferenze delle incomprensioni, di essere innaffiato abbondantemente dalla preghiera e di crescere nella paziente e fiduciosa attesa di quello che lo Spirito di Dio vuol produrre.

Signore, nulla possiamo senza di te;

noi ti offriamo i nostri propositi e gli orientamenti

scaturiti dal confronto della nostra Chiesa

con le esigenze del Vangelo

e il bisogno di evangelizzazione dell’umanità:

per l’intercessione di Maria madre della Chiesa,

per intercessione degli Angeli,

di San Siro nostro padre nella fede

e di tutti i santi delle nostre terre,

conferma l’opera che hai iniziato

e portala a compimento,

fino al giorno di Cristo Gesù,

che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

XII. IL COMPITO DELLA FAMIGLIA

Il Concilio Vaticano II così precisa la missione della famiglia nella Chiesa:

«I coniugi si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale e nell’accettazione ed educazione della prole ed hanno così nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al Popolo di Dio (cf 1 Cor 7,7). Da questa unione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo, diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo» (Lumen Gentium, 11).

Nel decreto sull’apostolato dei laici viene presentato il ministero educativo dei genitori:

«I coniugi cristiani sono cooperatori della grazia e testimoni della fede reciprocamente e nei confronti dei figli e tutti gli altri familiari. Sono essi i primi araldi della fede ed educatori dei loro figli; li formano alla vita cristiana e apostolica con la parola e con l’esempio, li aiutano con prudenza nella scelta della loro vocazione e favoriscono, con ogni diligenza, la sacra vocazione eventualmente in essa scoperta» (Apostolicam Actuositatem, 11).

L’impegno di favorire una vocazione di speciale consacrazione eventualmente scoperta nei figli viene ricordata dal decreto sulla formazione sacerdotale:

«Il dovere di dare incremento alle vocazioni sacerdotali spetta a tutta la comunità cristiana che è tenuta ad assolvere questo compito anzitutto con una vita perfettamente cristiana. A tale riguardo il massimo contributo viene offerto tanto dalle famiglie le quali, se animate da spirito di fede, di carità e di pietà, costituiscono come il primo Seminario, quanto dalle parrocchie, della cui vita fiorente entrano a far parte gli stessi adolescenti» (Optatam Totius, 2).

La famiglia è dunque l’alveo primario dentro il quale la vita nasce e cresce, la grazia arriva, la libertà è coltivata, il servizio viene appreso, i giovani s’avviano all’evento dialogico vocazionale. La famiglia è la mediatrice dei piani di Dio, l’orientatrice della stessa vitalità e libertà, l’educatrice e la formatrice primaria della maturità di base umana e cristiana. È fattore centrale, esemplare, profondo, prolungato, anche se insufficiente e bisognoso di molte integrazioni per completarsi, negli anni della massima evoluzione e costruzione della personalità.

La famiglia è luogo dove i mutamenti di cultura e costume, le crisi di valori e rapporti, le speranze di novità trovano eco larga e influente, ripercuotendosi in maniera profonda e decisiva sui figli e sul loro cammino vocazionale.

Oggi le famiglie hanno più bisogno di aiuto da parte degli animatori e dei promotori vocazionali, disposti a dare e chiedere lunga collaborazione di orientamento, discernimento, accompagnamento.

Contemporaneamente sta affermandosi un più maturo stile di spontaneità e libertà, di impegno prolungato. Attorno alle famiglie stanno nascendo le comunità attente ai giovani, arricchite di catechesi, associazioni, gruppi e movimenti che nella vita e nella educazione cristiana coinvolgono genitori e figli, armonizzando sia le proposte che le risposte vocazionali.

Il rapporto famiglia-vocazione resta molto stretto, anche se è vario negli atteggiamenti e fluido nelle condotte.

Un ricerca in diverse Diocesi del Nord d’Italia ha indicato che in un campione di adulti sposati, praticanti o ferventi (per gli altri è quasi superfluo fare domande vocazionali), di fronte all’ipotesi che un figlio si sentisse chiamato dal Signore, tra i padri mostrerebbero gratitudine a Dio meno della metà e la percentuale diminuisce progressivamente se l’esito della scelta è per un religioso-prete diocesano, per una figlia suora, per un missionario o una missionaria, per un monaco e un fratello (religioso non prete) o una claustrale: in questo caso sono riscontrati veri casi di atteggiamenti di ribellione; tra le madri le percentuali sono simili anche se ancora inferiori, con maggiori casi di ribellione per una figlia claustrale.

Per gli altri il sentimento sarebbe di turbamento e timore. La condotta si distribuisce oscillante tra l’opposizione con tutti gli argomenti e con tutte le forze, la resistenza e la dissuasione, la rassegnazione amara (almeno agli inizi, poi alcuni cambierebbero!). Circa un quarto cercherebbe di spegnere precipitosi entusiasmi, di dissolvere pericolose illusioni, di sincerarsi sui luoghi di formazione e di inserimento. Insomma dovrebbe e vorrebbe dissipare parecchi sospetti prima di acconsentire.

Nessuna meraviglia se tra i figli, di fronte all’ipotesi di una chiamata vocazionale del Signore, troviamo turbamento e timore in circa la metà, gratitudine a Dio in un quarto e gioia in un sesto (tra i giovani di buona vita cristiana!).

Nei confronti dei propri genitori solo la metà ha l’impressione che troverebbe comprensione piena o parziale. Un terzo pensa che i relativi genitori farebbero un’opera di dissuasione; un sesto prevede addirittura una certa opposizione. Quattro su cento confessano che i loro genitori non li lascerebbero liberi di decidere.

Certo, non tocca alla famiglia dare la vocazione ai figli, né decidere della loro vocazione e neppure trasmettere le proposte concrete.

Ma è suo compito specifico e diretto la coltivazione liberatrice e maturante della «disponibilità vocazionale» remota e prossima: trasmettere e formare un buon temperamento, un buon carattere, una idonea personalità dotata di basi umane e cristiane; mettere i figli in contatto con gli altri fattori di crescita e di proposta; consentire e collaborare.

Oggi si dice che il compito iniziale della famiglia è di educare i figli a percepire, coscienti e convinti, sensibili e liberi, la vita come vocazione, e soprattutto la fede e la vita cristiana come missione e dono di sè.

In termini simili si esprimeva il mio predecessore, il Card. Tettamanzi, quando scriveva che «i genitori che hanno dato la vita ai loro figli devono dare loro le ragioni della vita: le ragioni per cui è bello e serio vivere. Bello e serio: al di là di queste due piccole parole stanno, mi pare, i due contenuti di fondo dell’opera educativa, impegnata com’è a presentare la vita, con la parola e la testimonianza, come vocazione e missione.

Ogni uomo, infatti, è chiamato ad accogliere la vita come un dono: un dono dell’amore dei genitori, anzi dell’amore stesso di Dio. Ed è mandato con il compito di vivere la vita nella logica del dono. L’uomo è un-dono-che-si-fa-dono, secondo la celebre descrizione fatta dal Concilio, là dove scrive che “l’uomo in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa (e che) non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (Gaudium et spes, 24). E l’educazione consiste appunto nell’aiutare il figlio a capire che il valore primo, in un certo senso unico, della vita è il dono di sé e ad attuarlo, questo valore, nelle scelte e nelle azioni quotidiane» (“Famiglia dove sei?” 2002, n° 41).

 Poi la famiglia accompagna i figli a incamminarsi nel vivo della comunità capace di altri messaggi, verso più determinate vocazioni e missioni. Figli disponibili, capaci di captare e capire «voci» concrete di nuova intuizione, ispirazione, motivazione, opzione, nel crescere dell’età fino alle scelte radicali, totali, ardue, non usuali che le vocazioni comportano con consacrazione, promesse e voti, missioni, nella concretezza e compiutezza dei disegni di Dio, di Cristo, dello Spirito, della Chiesa dentro di sé e nel mondo.

O Signore,

concedi a noi genitori,

che viviamo la difficile e impegnativa missione di educatori,

di avere fiducia in te prima che in noi stessi,

per affrontare ogni giornata

con coraggio e perseveranza,

per essere accanto ai nostri figli,

partecipi delle loro vicende,

illuminati dalle proposte

che ci vengono dalla tua divina parola,

e dal desiderio di essere luogo educativo

capace di preparare il buon terreno,

perché il germe della vocazione

possa fruttificare abbondantemente,

secondo la tua volontà.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 XIII. IL COMPITO DELLA COMUNITA’ PARROCCHIALE

Se la liturgia, con enfasi fiduciosa, dice che Dio semina a piene mani germi di vocazioni nel campo della Chiesa (Messale Romano, 791), la comunità parrocchiale esercita un ruolo difficilmente sopravvalutabile nella loro individuazione e nella loro crescita. Infatti ciò che è della Chiesa nasce nella Chiesa. Da questa constatazione si possono trarre conseguenze impegnative: se infatti le vocazioni al ministero ordinato e religiose sono in fase calante, vuol dire che le comunità parrocchiali non sono in buone condizioni di salute. La situazione è per molti aspetti sotto gli occhi di tutti; e allora Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Pastores dabo vobis, 41, dice: «È quanto mai urgente, oggi soprattutto, che si diffonda e si radichi la convinzione che tutti i membri della Chiesa, nessuno escluso, hanno la grazia e la responsabilità della cura delle vocazioni. Il Concilio Vaticano II è stato quanto mai esplicito nell’affermare che il dovere di dare incremento alle vocazioni sacerdotali spetta a tutta la comunità cristiana, che è tenuta ad assolvere questo compito anzitutto con una vita perfettamente cristiana”» (Optatam Totius, 2).

La comunità parrocchiale ha bisogno di rivitalizzare quei suoi canali di comunicazione che la fanno mediatrice tra Cristo che perennemente chiama e i potenziali chiamati, i quali talora non sono incoraggiati dal regime di vita cristiana mediocre di molte chiese locali.

Possiamo, quindi, tracciare alcune linee essenziali per una fecondità vocazionale della parrocchia secondo le indicazioni del Santo Padre Giovanni Paolo II:

«Le vocazioni di speciale consacrazione sono una esplicitazione della vocazione battesimale: esse si alimentano, crescono e si irrobustiscono mediante la seria e costante cura della vita divina ricevuta nel battesimo e, usufruendo di tutti quei mezzi che favoriscono il pieno sviluppo della vita interiore, conducono a scelte di vita completamente dedite alla gloria di Dio e al servizio dei fratelli. Essi sono:

– l’ascolto della Parola di Dio, la quale illumina anche circa le scelte da compiere per una sequela di Cristo sempre piu radicale;

– la partecipazione attiva ai sacramenti, soprattutto a quello dell’Eucaristia, che è centro insostituibile della vita spirituale, sorgente e alimento di tutte le vocazioni;

– il sacramento della penitenza, che, favorendo la continua conversione del cuore, purifica il cammino di adesione personale al progetto di Dio e rafforza il legame di unione con Cristo;

– la preghiera personale, che consente di vivere costantemente alla presenza di Dio, e la preghiera liturgica, che inserisce ogni battezzato nell’azione pubblica della Chiesa;

– la direzione spirituale, come mezzo efficace per discernere la volontà di Dio, il cui compimento è fonte di maturazione spirituale;

– l’amore filiale alla Vergine Santa, che viene ad inserirsi come un aspetto particolarmente significativo per la crescita spirituale e vocazionale di ogni cristiano;

– l’impegno ascetico, giacchè le scelte vocazionali esigono spesso rinunce e sacrifici che solo una sana ed equilibrata pedagogia ascetica può favorire». (Messaggio per la XXVII Giornata di Preghiera per le Vocazioni, 1990);

Infine non si dimentichi di valorizzare, con iniziative adeguate,quest’anno pastorale come Anno Eucaristico e perciò si avvii, dove non ci fosse, l’Ora di adorazione settimanale e la preghiera quotidiana dei fedeli per le vocazioni di speciale consacrazione.

Naturalmente anche l’attività catechistica, in cui è esercitato in maniera ordinaria il magistero della Chiesa, sarà tanto più stimolante quanto più si sforzerà di dare risposta agli interrogativi basilari intorno al senso della vita e al significato della vita cristiana, attingendo alle inesauribili risorse della sapienza evangelica.

Così un esercizio caritativo autentico, non altalenante, ma organico e sistematico, evangelicamente motivato, anche se poco appariscente, potrà provocare l’insorgere di interrogativi vocazionali, inducendo molti a scegliere come ideale di vita di servire Dio nei fratelli (Messale Romano, 791).

In questo modo si intende dire che una vita spiritualmente intensa deve essere coniugata con una costante azione pastorale seriamente impostata, inquadrata entro una visuale spiccatamente evangelica, dalla quale scaturiscano iniziative dichiaratamente vocazionali, che non sporadiche o disordinate iniziative, avulse da una programmazione ecclesiale che si sforzi di riconoscere priorità all’azione liturgica, catechistica e caritativa.

È ovvio che ancora una volta l’impostazione pastorale globale viene a gravare, almeno nelle linee di fondo, sui pastori i quali, considerate le loro risicate energie, l’età sempre più avanzata e il numero ridotto, dovranno investire sempre di più la comunità in settori di attività che si potrebbero dire collaterali e di fiancheggiamento, affidandoli all’intelligente e sistematica collaborazione degli organismi previsti dal Concilio Vaticano II per concentrarsi su questi tre irrinunciabili, in quanto espressioni ministeriali del Cristo sacerdote, maestro e pastore.

Non possiamo accontentarci di esercizi di pietà, pur validi, ma dobbiamo orientarci su obiettivi concreti, che suppongono tutto un coinvolgimento personale e comunitario da tradurre in operosità. Perciò, in collegamento inscindibile con la preghiera intensa, ogni parrocchia dovrebbe:

‑ essere una comunità propositiva: pregare e operare affinché la comunità sia «segno» e «scuola di fede»; ciò ingloba la vitalità spirituale di tutta la pastorale giovanile sottolineando la sua inseparabile dimensione vocazionale;

‑ personalizzare l’itinerario di fede: qui la preghiera e l’azione fanno rivolgere lo sguardo e la preoccupazione all’uno per uno, alla necessità dei contatti apostolici personali, alla direzione spirituale, all’esercizio del sacramento della riconciliazione in chiave vocazionale, all’avviare la libertà del giovane a crescere in una spiritualità apostolica sentita, sviluppando opportunamente le doti sociali e caritative nei rapporti con gli altri;

‑ creare esperienze maturanti: qui la preghiera sollecita lo spirito d’iniziativa ed accompagna le programmazioni concrete che aiutano il giovane a crescere nella fede, nella scelta di Dio, negli impegni apostolici e missionari, nelle esperienze di gruppo, negli oratori;

‑ saper chiamare e accompagnare: certamente la preghiera stimola in noi, anzitutto, il coraggio di chiamare in forma delicata e penetrante come aspetto inerente alla personalizzazione dell’educazione alla fede, e poi assicura la costanza di un accompagnamento amichevole, sia per superare le varie difficoltà che si presenteranno, sia per far maturare gradualmente verso un ideale cristiano di esistenza.

Quindi il nostro dialogo con il Signore in risposta al suo appello a pregare per le vocazioni (Mt 9,38) si arricchisce di tanti temi concreti. Essi allargano i contenuti della nostra preghiera per le vocazioni; servono, inoltre, a dimostrare che la preghiera deve, per noi, essere legata all’azione vocazionale, così che entrambe, in fusione vitale, proclamino la verità di un’unione con Dio che esplode in carità pastorale.

Per tutto questo però c’è bisogno di una sensibilità nuova, di abbandono di certe mentalità abitudinarie divenute di fatto ormai superficiali, di ripensamento in profondità, ossia di una conversione spirituale e apostolica che dia nuovo volto alle antiche e benemerite nostre comunità parrocchiali.

O Signore,

riempi del tuo Spirito di unione

le nostre comunità cristiane,

perché faccia zampillare nei credenti

una sincera volontà operosa

e un autentico impegno missionario

aperto alla condivisione e collaborazione;

perché attraverso la gioia

che nasce dalla comunione reciproca,

vissuta con cuore puro e leale,

ogni comunità cristiana

sia zelante nel promuovere

tutte quelle iniziative vocazionali

capaci di portare i giovani

a cercare la radice dell’amore,

Gesù Cristo morto e risorto,

e al dono totale di sé.

Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

XIV. IL COMPITO DEL SEMINARIO

Dopo che, mediante la prima accoglienza e l’iniziale discernimento operati nella comunità di provenienza (famiglia, parrocchia, associazione o movimento giovanile), il giovane è giunto alla determinazione di chiedere alla Chiesa di poter iniziare il cammino verso il sacerdozio, spetta al Seminario come «comunità educativa in cammino» (Pastores dabo vobis, 60) il compito di discernere e di formare il candidato a quella maturità umana, spirituale, intellettuale e pastorale che è necessaria al ministro sacro.

Questo passaggio è il primo atto di fiducia e di donazione di sé che il giovane fa alla Chiesa, affidando alla comunità la sua scelta personale ed accettando di percorrere un cammino di discernimento e di crescita vocazionale stabilito dalla Chiesa nel concreto delle persone e dei metodi proposti dalla comunità locale. Infatti, se è vero che «le comunità da cui proviene il candidato al sacerdozio… continuano ad esercitare un influsso non indifferente sulla formazione del futuro sacerdote» (Pastores dabo vobis, 68), è anche vero che è il Seminario «la comunità promossa dal Vescovo per offrire a chi è chiamato dal Signore a servire come gli Apostoli la possibilità di ricevere l’esperienza formativa che il Signore ha riservato ai Dodici» (Pastores dabo vobis, 60).

Nel Seminario il Vescovo, sia personalmente sia mediante il ministero del Rettore, si rende presente per valutare i segni della vocazione e per aiutare il candidato ad una risposta che richiede un cammino graduale prima della definitiva scelta della sacra ordinazione. Questi segni di vocazione sono da interpretare con prudenza e saggezza tenendo conto dei diversi momenti dello sviluppo e della crescita della vocazione. È evidente, infatti, che per accettare un giovane ad iniziare il cammino di formazione, cioè ad entrare in Seminario, sarà sufficiente che egli abbia ben inteso e voglia esplicitamente donare se stesso a quell’ideale sacerdotale inteso da Cristo come partecipazione al suo ministero di Maestro, Sacerdote e Re (Presbyterorum Ordinis, 1) e concretizzato storicamente nella Chiesa locale, ed inoltre possieda quelle potenzialità per poter corrispondere alla divina chiamata in un cammino di crescita graduale e continua fino alla maturità sacerdotale.

Ben diverso dovrà essere il discernimento finale prima della sacra ordinazione, quando questo cammino dovrà essersi sostanzialmente concluso ed il candidato dovrà dare prova di quella idoneità senza la quale il Vescovo non può lecitamente ordinare (C.I.C., can. 1052, par. 3).

Questa idoneità finale si esprime soprattutto attraverso i seguenti segni di maturità:

  1. a) a livello umano si richiede una sufficiente salute psicofisica proporzionata al sacro ministero; una conoscenza ed accettazione realistica di sé coi propri talenti ed i propri limiti che permetta un impegno costante ed anche sacrificato per amor di Dio; una capacità di relazione e comunicazione con gli altri senza strumentalizzazioni; capacità di tollerare tensione, solitudine e disapprovazione senza abituale ricerca di compensazione o ribellioni aggressive; capacità di prendere iniziative e di collaborare senza compiacenza o dominazione;
  2. b) a livello spirituale si richiede una dedizione alla preghiera personale (ascolto silenzioso della Parola, adorazione, lettura spirituale) e comunitaria (Liturgia delle Ore, Eucaristia, devozione alla Madonna e ai Santi); frequenza al sacramento della Penitenza e fedeltà alla direzione spirituale nonché un tenore di vita disciplinato e sacrificato;
  3. c) a livello intellettuale si richiede che il candidato sia capace di apprendere la cultura del proprio tempo ad un livello di scuola superiore e di saperla integrare con lo studio delle scienze sacre secondo le finalità proprie del ministero sacerdotale;
  4. d) a livello pastorale si richiede quella «carità pastorale» intesa come «modo di essere in comunione con i medesimi sentimenti e comportamenti di Cristo Buon Pastore» (Pastores dabo vobis, 57) sia verso il popolo affidato sia verso gli altri presbiteri.

Questa multiforme maturità non è certamente da intendersi staticamente come un punto fisso di arrivo, quasi uno stato privilegiato ed elitario, bensì va intesa dinamicamente come l’indicazione della giusta direzione di quel cammino ascetico e spirituale che è interminabile in questa vita perché tende sempre alla perfezione.

Per raggiungere questi traguardi l’istituzione formativa dei Seminario deve offrire tutti quei mezzi disponibili per un reale e personale aiuto al candidato, non solo per precisare il suo ideale sacerdotale, ma anche per quella conoscenza di ciò che egli è in positivo ed in negativo come condizione per il cammino di crescita vocazionale che include non solo lo sviluppo delle potenzialità positive, ma anche la correzione delle naturali fragilità e contraddizioni. Per questo il Concilio Vaticano II ha ripetutamente raccomandato che, insieme ai mezzi tradizionali, si faccia anche uso dei contributi offerti dalle moderne scienze umane, che, quando siano in armonia con la visione cristiana, possono favorire quella maturazione umana che è una delle condizioni per un’adeguata risposta alla divina chiamata (Optatam Totius, 2).

È inoltre essenziale che lo stesso candidato accetti liberamente e responsabilmente di collaborare con l’istituzione formativa approfittando delle opportunità proposte onde poter meglio raggiungere il comune scopo di discernimento e formazione vocazionale (Pastores dabo vobis, 69).

In questa linea il mio Predecessore ha indirizzato proprio al Seminario nelle sue varie componenti la lettera “Maestro dove abiti?” l’8 settembre del 1997. Invito a rileggerla e a valorizzarla, specialmente i Seminaristi: sappiano che la preghiera dell’Arcivescovo per ciascuno di loro è costante e piena di fiducia.

L’opera formativa del Seminario va poi posta in continuazione col successivo ministero sacerdotale. Il riferimento alla formazione permanente del clero come continuazione (senza ripetizione) della formazione in Seminario (Pastores dabo vobis, 71) esprime questa preoccupazione della Chiesa di «mantenere vivo un generale processo di continua maturazione» dei sacerdoti, specialmente nei primi anni dopo l’ordinazione.

Anche nella nostra Diocesi il Seminario è stato lungo i secoli la casa propria della formazione dei candidati al sacerdozio, nelle due articolazioni di Seminario minore del Chiappeto e di Seminario Maggiore in via Porta d’archi prima e al Righi adesso. Recenti lavori di ristrutturazione e ammodernamento, rendono il nostro Seminario sempre più uno spazio flessibile al servizio della Diocesi per incontri del clero, esercizi spirituali e ritiri di associazioni e parrocchie. Anche nel panorama cittadino è facile riconoscere tra le tante case, quella dove si formano i futuri presbiteri. Sarebbe bello che, passando per la città e scorgendo la “vela” del Seminario, ognuno fosse richiamato a pregare per i seminaristi e i loro Formatori.

Noi ti supplichiamo, Padre santo,

perché coloro che hai scelto

come araldi del tuo vangelo

e ministri dell’altare,

durante i preziosi anni

di formazione seminaristica

imparino nella preghiera

ciò che dovranno insegnare

e acquisiscano interiormente

ciò che dovranno trasmettere;

si abituino a offrirti sacrifici spirituali

e nella quotidiana partecipazione ai santi misteri

sperimentino la forza redentrice

dei tuoi sacramenti;

nella via dell’obbedienza

riconoscano la voce del Buon Pastore

e divenuti pastori del tuo popolo,

siano pronti a dare la vita

per il gregge loro affidato.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

  1. IL COMPITO DELLE COMUNITA’ DI VITA CONSACRATA

 Nella storia della Chiesa, accanto ad altri cristiani, non sono mancati uomini e donne consacrati a Dio che, per un particolare dono dello Spirito, hanno esercitato un autentico ministero profetico, parlando nel nome di Dio a tutti ed anche ai Pastori della Chiesa (Vita consecrata 84 ).

Si colloca proprio in questo “essere-accanto” la missione e la testimonianza delle comunità di vita consacrata all’interno della pastorale vocazionale.

Se, da un lato, esse sono, per la stessa identità che le caratterizza, testimonianza profetica del primato di Dio nella vita di ogni uomo, dall’altro esprimono anche, nella comunione di cui sono espressione , accoglienza dei semi di vocazione che Dio mette nei cuori e luoghi in cui tali semi possono fiorire e fruttificare.

Per questo è necessario che le comunità siano sempre più efficacemente inserite nella pastorale della Diocesi, punti di luce e di riferimento per i giovani, in cui essi possano trovare una autentica vita di preghiera e la testimonianza di una vita vissuta solo per Dio e per i fratelli.

È importante sottolineare che la presenza dei religiosi e delle religiose nei vari ambiti della pastorale diventa anche stimolo e domanda per i giovani insieme alle proposte forti che nascono dalla loro stessa vita e missione.

Ampliare gli spazi dell’apostolato e della presenza, rifuggire il particolarismo, testimoniando il cuore grande della Chiesa, porta a vivere anche il discernimento vocazionale e lo stesso accompagnamento con libertà e distacco, avendo a cuore il bene ed il disegno di Dio sulle persone più che il progresso e la promozione del proprio stesso Istituto o Congregazione.

La vita consacrata, nei molteplici carismi e stili di vita suscitati dallo Spirito, diventa ricchezza per la vita della Diocesi, delle Parrocchie e possibilità di incontro e di animazione vocazionale semplice ma pregnante, tanto nella partecipazione ai momenti ufficiali proposti come alle occasioni più semplici ma ugualmente efficaci.

L’accoglienza di giovani nelle proprie case ed alla partecipazione ai propri momenti di preghiera e di vita è testimonianza, tanto da parte delle Contemplative come per i religiosi e le religiose dedite in special modo all’apostolato, di una vita riconciliata nel dono totale di sé, che realizza l’armonia della persona alla maniera di Cristo.

È quindi necessario che le comunità di vita consacrata si facciano responsabili dell’invito di quest’anno e si mettano a disposizione delle diverse attività ed iniziative proposte, cominciando da una preghiera assidua e fervente.

Signore Gesù Cristo,

Offerta viva al Padre,

rendi le nostre comunità religiose

luoghi di santità e di amore fraterno,

autentiche “scuole di preghiera”,

dove l’esperienza di fede vissuta ed alimentata

diventi attrazione e stimolo,

per i nostri giovani,

ad una vita donata

per amore Tuo e dei fratelli.

Amen

 

PARTE TERZA

ORIENTAMENTI E PROSPETTIVE PER LA CHIESA DI GENOVA

XVI. LA PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

Giovanni Paolo II ha un’affermazione molto forte sull’efficacia della preghiera, che penso sia determinante per la pastorale vocazionale. Egli afferma: «La preghiera ha un valore maggiore e un frutto spirituale più grande che la più intensa delle attività apostoliche».

Il modello primo della preghiera per le vocazioni lo troviamo nello stesso Gesù Cristo. Vedendo egli le folle come pecore senza pastore ha detto ai discepoli: «La messe da raccogliere è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate perciò il padrone del campo perché mandi operai a raccogliere la sua messe» (Mt 9,35‑38). Parecchie volte Egli stesso ce ne ha dato l’esempio; così per la scelta degli apostoli: «Gesù andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, radunò i discepoli: ne scelse dodici e diede loro il nome di apostoli» (Lc 6,12). Dobbiamo pensare spesso a questa intera notte di preghiera prima di una scelta vocazionale: è un fatto oltremodo significativo che sottolinea l’origine divina della vocazione e la sua importanza per la missione della Chiesa.

La nostra preghiera per le vocazioni è anzitutto una risposta all’invito esplicito del Signore e l’assunzione convinta dell’urgenza della missione di salvezza assegnata alla Chiesa genovese; la nostra preghiera non è opera nostra, ma risposta all’anelito incessante che in noi proviene dallo Spirito Santo, è partecipazione cioè alla preghiera di Gesù al Padre (significativo in tal senso è il dialogo di preghiera dopo l’ultima cena, narrato dall’evangelista Giovanni al cap. 17); chi prega per le vocazioni non è solo, ma si inserisce in questo dialogo fecondo tra le persone della Santissima Trinità, perché tutti rispondano alla vocazione che il Padre ha seminato nel loro cuore. Ma la preghiera per le vocazioni è, per sua propria natura, assai più ampia di una singola Diocesi: guarda a tutti gli operai della Chiesa, in estensione missionaria. Sappiamo che don Bosco, ad esempio, ha lasciato detto: «Ricordiamoci che noi regaliamo un gran tesoro alla Chiesa, quando procuriamo una buona vocazione; che questa vocazione vada in Diocesi, nelle missioni o in una casa religiosa, non importa; è sempre un gran tesoro che si regala alla Chiesa di Gesù Cristo» (Memorie biografiche, V,396‑97). La preghiera per le vocazioni è dunque universale nella sua destinazione, anche se parte dalla situazione peculiare della nostra Diocesi e sgorga da una carità pastorale impegnata apostolicamente nell’ambito della Chiesa genovese.

Ma sottolineiamo alcune iniziative di preghiera personale e comunitaria che vanno coltivate nelle nostre comunità locali. È indispensabile che la preoccupazione per le vocazioni venga inclusa esplicitamente, in forma rinnovata e intensa, nei momenti di preghiera che siamo soliti fare sia quotidianamente sia in determinate circostanze della vita ecclesiale. Deve divenire sempre più un vero respiro spirituale da incrementare ai vari livelli, per poter offrire proposte viventi del Signore che chiama attraverso la nostra testimonianza.

Senza pretese esaustive, possiamo esemplificare così: a livello personale ogni fedele è chiamato a sensibilizzarsi alle urgenze che provengono dalle sfide del mondo, quindi dall’urgenza della messe e della scarsità degli operai. Sarà una preoccupazione che accompagnerà tutta la sua unione con Dio: nei momenti di dialogo spontaneo con il Signore, nell’azione di grazie dopo la Comunione, nelle visite al SS. Sacramento e nell’adorazione eucaristica, nella recita del Rosario, nel lavoro apostolico attraverso giaculatorie, nell’offerta delle proprie sofferenze e prove.

Gli ammalati e gli anziani, che vivono in loro la passione salvifica di Cristo Crocifisso, possono davvero fare molto al riguardo! Sono una riserva orante, un vero tesoro nascosto di valida impetrazione. E come dice Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Salvifici doloris, la sofferenza «è un bene, dinanzi al quale la Chiesa si inchina con venerazione, in tutta la profondità della sua fede nella redenzione… Nel corpo di Cristo, che incessantemente cresce dalla croce del Redentore, proprio la sofferenza, permeata dallo spirito del sacrificio di Cristo, è l’insostituibile mediatrice ed autrice dei beni indispensabili per la salvezza del mondo. È essa, più di ogni altra cosa, a fare strada alla grazia che trasforma le anime umane. Essa, più di ogni altra cosa, rende presenti nella storia dell’umanità le forze della redenzione. E perciò la Chiesa vede in tutti i fratelli e sorelle di Cristo sofferenti quasi un soggetto molteplice della sua forza soprannaturale. Il vangelo della sofferenza viene scritto incessantemente ed incessantemente parla con le parole di questo strano paradosso: le sorgenti della forza divina sgorgano proprio in mezzo all’umana debolezza» (n. 27). Ciò è concretamente vero anche per lo sviluppo delle vocazioni al ministero ordinato ed agli altri servizi ecclesiali.

La presenza nella nostra Diocesi dell’OFTAL, dell’UNITALSI, dei Volontari della Sofferenza e delle altre associazioni, che hanno irradiato il carisma mariano dell’amore verso gli ammalati, convalida e diffonde questa feconda spiritualità.

A livello di comunità locale ogni parrocchia, comunità religiosa, associazione e gruppo saprà trovare le iniziative da programmare sistematicamente. Ci sono già interessanti esperienze: ad esempio la determinazione di un giorno speciale della settimana per introdurre l’intenzione per le vocazioni in tutte le preghiere comunitarie della giornata; l’adorazione eucaristica settimanale e mensile; l’inserimento quotidiano di una supplica per le vocazioni nelle invocazioni delle Lodi e nelle intercessioni del Vespro; la celebrazione mensile della Messa per le vocazioni sacerdotali e religiose, celebrazioni speciali della Parola; peculiari incontri di preghiera parrocchiali o zonali con i giovani e i fedeli, ecc. Ciò che importa è creare un clima comunitario e degli impegni frequenti di speciale preghiera per le vocazioni.

A livello di Chiesa universale sono varie e promettenti le iniziative per le vocazioni. C’è innanzitutto la focalizzazione della Domenica del Buon Pastore (IV di Pasqua) che è la«giornata mondiale di preghiera per le vocazioni» in tutta la Chiesa, accompagnata da uno specifico messaggio del Papa, da conoscere e da commentare: nella nostra Diocesi da diversi anni questa preghiera culmina con la celebrazione in Cattedrale delle ordinazioni diaconali.

In secondo luogo è ormai consuetudine valorizzare la Solennità di Pentecoste per preparare la venuta tra noi del protagonista delle diverse vocazioni, suscitare la disponibilità alle sue mozioni insieme ad un sapiente discernimento. La grande Veglia al Santuario di N.S. della Guardia è un appuntamento bello in cui coinvolgere con più entusiasmo tutte le realtà giovanili della Diocesi; ed inoltre la domenica di Pentecoste è un appuntamento vitale per la nostra Diocesi perché in Cattedrale si celebra l’ordinazione dei nuovi presbiteri, preparata dal triduo di preghiera per le vocazioni sacerdotali nella chiesa di Santa Marta.

Anche la giornata mondiale delle missioni è occasione propizia per una proiezione apostolica dei giovani che, oltre a reinterpretare la loro vita stessa come vocazione, faccia loro scoprire il proprio posto nella costruzione del Regno e assumerlo con consapevolezza e generosità.

Infine il confronto con i Santi che nell’anno liturgico la Chiesa propone all’imitazione dei fedeli ‑ vescovi, sacerdoti e missionari, fondatori di movimenti di spiritualità e di carità operosa, laici e suore che hanno segnato il cammino dell’umanità con una traccia fulgida e convincente, numerosi peraltro anche nella nostra Chiesa genovese ‑ potrà provocare un salutare momento di grazia nel quale i giovani più maturi ed i loro educatori potranno discernere i segni di vocazione ad un più generoso impegno con Cristo Redentore del mondo. Se nella Chiesa si è venuto constatando in questi ultimi anni un ritorno dei giovani alla preghiera, sarà urgente per noi non disattendere questa disponibilità, e anzi programmare iniziative che la promuovano in collaborazione con il Centro Nazionale delle Vocazioni, che offre opportuni sussidi, e d’accordo con il nostro centro diocesano, che cercherà di rivitalizzare la sensibilità e gli ideali vocazionali delle singole parrocchie e zone pastorali.

Nel fervore della preghiera si sperimenterà davvero che lo Spirito del Signore è il grande protagonista delle vocazioni e che la sua presenza si manifesta nel «mistero della vocazione», quale dialogo ineffabile tra Dio e l’uomo, facendolo uscire dall’anonimato superficiale e dagli egoismi paralizzanti, per estendere il suo «interesse» ed il suo amore all’orizzonte salvifico del Cuore di Cristo.

Signore Gesù Cristo, pastore buono delle nostre anime, tu che conosci le tue pecore e sai come raggiungere il cuore dell’uomo, apri la mente e il cuore di quei giovani che cercano e attendono una parola di verità per la loro vita; fa’ loro sentire che solo nel mistero della tua Incarnazione oggi trovano piena luce; risveglia il coraggio di coloro che sanno dove cercare verità, ma temono che la tua richiesta sia troppo esigente; scuoti l’animo di quei giovani che vorrebbero seguirti, ma non sanno poi vincere incertezze e paure, e finiscono per seguire altre voci e altri sentieri senza sbocco. Tu che sei la Parola del Padre, Parola che cerca e che salva, Parola che illumina e che sostiene i cuori, vinci con il tuo Spirito le resistenze e gli indugi degli animi indecisi; suscita in coloro che tu chiami il coraggio della risposta d’amore: «Eccomi, manda me» (Is 6,8).

Vergine Maria, giovane figlia d’Israele, sorreggi con il tuo materno amore quei giovani, ai quali il Padre fa sentire la sua Parola: sostieni coloro che sono già consacrati.

Ripetano con Te il sì di una donazione gioiosa e irrevocabile. Amen.

Giovanni Paolo II

XVII. Il Centro Diocesano Vocazioni

In linea con i suggerimenti e le indicazioni che vengono dalla Conferenza Episcopale Italiana e dal Centro Nazionale Vocazioni, verrà costituito nuovamente il CDV, Centro Diocesano Vocazioni, l’Organismo pastorale che ordina e propone iniziative di carattere vocazionale in linea con le proposte dei Vescovi e la Pastorale unitaria.

Il Centro Diocesano Vocazioni (CDV) esprime l’impegno della Chiesa particolare per l’animazione vocazionale, promuovendo e coordinando le attività di orientamento vocazionale nelle parrocchie e nelle comunità cristiane della Diocesi, sotto la guida e la responsabilità del Vescovo.  Accoglie in sé e sollecita la presenza e l’apporto di tutte le forme vocazionali (sacerdoti diocesani, diaconi, religiosi, religiose, missionari, consacrati secolari, laici) e dei rappresentanti di organismi pastorali, sia nella sua struttura che per il suo funzionamento.

Quindi collaboreranno in tale organismo, sotto la guida di un sacerdote Direttore:

– 2 sacerdoti vice-direttori

– il Rettore del Seminario

– 1 rappresentante dei parroci

– 1 seminarista

– 2 religiosi

– 2 religiose

– 1 missionario

– 1 diacono permanente

– 1 consacrato secolare

– 2 giovani

– 2 coppie di sposi

– 1 delegato per i ministranti.

Essi, insieme col Vescovo, programmeranno e organizzeranno iniziative di carattere vocazionale con particolare attenzione a queste linee operative:

  • La preparazione e l’animazione della Veglia di preghiera annuale in vista della Giornata di preghiera per le Vocazioni: è un momento significativo e un segno importante, perché vede tutta la comunità diocesana, insieme con il Vescovo, a pregare per le Vocazioni di speciale consacrazione e a ringraziare per questo Dono alla Chiesa.
  • Il coinvolgimento di persone sensibili e già impegnate nella pastorale vocazionale parrocchiale – gli animatori vocazionali parrocchiali – i quali, all’interno della Parrocchia e d’accordo con il Parroco, susciteranno una promozione delle vocazioni e una mentalità vocazionale nei diversi ambiti pastorali (Consiglio Pastorale Parrocchiale, Gruppo Catechisti, Ministranti, Malati, Gruppo famiglie, Pastorale giovanile…).
  • Un impegno sempre maggiore maggiore nella promozione dell’Adorazione eucaristica invitando i grandi e i piccoli a vivere questo momento che pone in stretto contatto con il Dono che Gesù ha fatto di se stesso per noi tutti come offerta viva al Padre. Sarà opportuno tenere presente la tradizione del primo giovedì del mese così come dell’Adorazione notturna che, ormai da qualche anno, viene proposta dal Seminario diocesano. Non è da trascurare una particolare attenzione nella redazione della preghiera dei fedeli per la celebrazione eucaristica domenicale.
  • L’attenzione ai ministrantri che sono, tradizionalmente, un ambito privilegiato di animazione vocazionale. La loro formazione in maniera sistematica, orientata ad un approfondimento del significato del servizio all’altare e della profondità di quanto compiono insieme all’impegno spirituale che esso comporta, sarà un compito da curare con speciale attenzione. Quindi, oltre all’incontro annuale del 25 Aprile saranno previsti altri incontri periodici insieme a sussidi di orientamento vocazionale per i gruppi parrocchiali di ministranti. Sarà inoltre proposto un Campo-scuola annuale.
  • La diffusione, a livello vicariale e diocesano, di gruppi di riflessione e di discernimento vocazionale per i ragazzi e i giovani, dove la vocazione presbiterale e consacrata viene proprosta con gradualità e coraggio, inserita in una formazione alla vita come vocazione, attraverso la Parola di Dio, l’accompagnamento spirituale, insieme ad altri percorsi adeguati alle persone e alle situazioni contingenti ( Gruppo Samuel, Comunità Eccomi,…). Non si manchi di promuovere la consuetudine degli Esercizi spirituali per i giovani, momenti privilegiati di ascolto e di silenzio.
  • La valorizzazione della Festa del 2 Febbraio, Presentazione del Signore al tempio, ed il Giovedì Santo, in cui la Chiesa ricorda l’Istituzione del Sacerdozio e dell’Eucaristia, invitando i fedeli a partecipare a tali appuntamenti diocesani in Cattedrale. La promozione della devozione a Maria ed in modo particolare un rinnovato impegno nella recita del Santo Rosario e la sensibilizzazione alla Consacrazione a Maria. Essi sono aspetti della vita spirituale che sospingono a vivere la propria vita come vocazione e, quindi, aperta a qualsiasi chiamata del Signore per il Suo Regno.
  • La collaborazione con l’Ufficio Catechistico Diocesano, per la ricerca e valorizzazione delle piste catechistico-vocazionali all’interno degli stessi catechismi adottati e per tracciare alcuni percorsi adeguati ai fanciulli e ai ragazzi.
  • La promozione dell’attività del Serra Club come Associazione benemerita a favore delle vocazioni.

Inoltre, come aiuto ed approfondimento della spiritualità della vocazione, le Lectio mensili dell’Arcivescovo saranno a sfondo vocazionale.

XVIII. Ulteriori ambiti di impegno

Nella fiduciosa speranza che ci possa essere una ripresa vocazionale, si prenderanno in considerazione in ambiti distinti le istituzioni umane ed ecclesiali nelle quali le vocazioni tradizionalmente sbocciano e si sviluppano, nonché i mezzi per la loro promozione e salvaguardia. Di conseguenza ci occuperemo da un lato della famiglia e del presbiterio diocesano e dall’altro della preghiera e della catechesi con gli aspetti educativi che le sono connessi.

  1. Pastorale familiare

Per quanto attiene alla famiglia come luogo originario delle scelte vocazionali, riprendendo quanto già esposto, è opportuno che:

‑ attraverso la Commissione diocesana per la pastorale familiare, cui compete di promuovere e coordinare iniziative in questo ambito della pastorale, si promuova un’azione di aiuto ai genitori per l’educazione dei figli a scelte di vita coraggiose e irreversibili, mediante insegnamenti ed esempi ispirati a una visione di fede della vita;

‑ i parroci costituiscano o confermino, laddove già esistono, gruppi familiari in ambito parrocchiale o interparrocchiale, tali da prospettarsi come punti di riferimento per la crescita cristiana dell’intera comunità ecclesiale, al pari della società civile esposta al rischio della frammentazione;

‑ l’educazione all’amore inteso come donazione di sé, oltre ad essere direttamente riferita alla scelta matrimoniale, preveda pure altre possibilità di impegno evangelico nella consacrazione sacerdotale e religiosa, ancor più attraenti quanto più la famiglia saprà coltivare con trasparente evidenza il senso dell’amore come reazione a una cultura che tende a banalizzarlo;

‑ vengano confermati e rinforzati gli organismi di supporto all’azione della famiglia nella predetta opera di educazione all’amore e alla lealtà nella scelta vocazionale. Concretamente ci si riferisce al Centro di consultazione prematrimoniale e familiare, alla scuola per genitori, ai corsi per fidanzati e a varie giornate per la famiglia, in ambito zonale e diocesano;

‑ si ottenga altresì un più efficace coordinamento tra pastorale vocazionale e familiare onde incrementare la reciproca efficacia.

  1. Il Presbiterio Diocesano

 Il presbiterio diocesano, cioè l’insieme dei sacerdoti della Diocesi, è da considerarsi elemento in un certo senso prioritario nella pastorale delle vocazioni, in quanto la sua qualità e il suo complessivo regime di vita sono tutt’altro che irrilevanti agli effetti della seminagione vocazionale. Il presbiterio è l’ambiente privilegiato per la proposta e l’accoglienza delle vocazioni. Non è pensabile una vocazione che si produca a prescindere dal presbiterio, cui è altresì in qualche modo finalizzata. Il presbiterio diocesano tanto più diventa stimolo vocazionale, quanto più si qualifica per le seguenti caratteristiche:

‑ una dimensione contemplativa che animi evangelicamente l’ordinaria prassi vocazionale;

‑ un’essenzialità di intenti che sappia distribuire su lucide priorità gli svariati impegni pastorali;

‑ un’austerità di vita che si sforzi di raggiungere gli irriducibili appelli evangelici alla povertà (Mt 6,24);

‑ uno spirito di gratuità nelle prestazioni pastorali, quale si addice a servi inutili (Lc 17, 10) consapevoli di non poter vantare crediti dinanzi a Dio;

‑ un senso di fraternità evangelicamente motivata (Gv 13,35) che lasci impressione di fragranza (Sal 132,1.3) ed edifichi alla concordia (At 4,35) pur nella legittima diversità di opinioni.

Il presbiterio diocesano potrebbe apparire quasi una sorta di astrazione che si visibilizza solo in circostanze primarie della vita della Chiesa (giovedì santo ‑ Missa chrismatis; concelebrazione nelle feste principali); perciò le accennate dimensioni di vita dovrebbero potersi percepire in ambito parrocchiale e interparrocchiale, nell’amicizia sincera e leale tra presbiteri, superando con remissione evangelica (Mt 5,23) eventuali tensioni e rivalità.

Realisticamente e concretamente il presbiterio diocesano, presieduto dall’Arcivescovo, demanda l’azione educativa su vocazioni che già si sono decise per il Vangelo a pieno tempo al Seminario, ove figure sacerdotali di provata esperienza e virtù devono divenire i punti di riferimento educativi e prevalenti per gli alunni, invitati a non avere rimpianti (Lc 9,62) per i loro eventuali gruppi e associazioni di provenienza, per i quali si prepareranno a rendere un qualificato servizio pastorale con i doni di grazia ricevuti.

  1. Altri ambiti

La difficoltà è quella di individuare le vocazioni che tuttora non mancano nella Chiesa. Occorre saper portare alla luce vocazioni occulte e sotterranee e invitare gli spiriti esitanti e dubbiosi a risolversi con fiduciosa generosità, suggerendo loro che la remunerazione è garantita da un Padrone che in generosità non si lascia battere da nessuno (Mc 10,29‑30).

Il primo mezzo da utilizzarsi in tale opera di discernimento è ancora la preghiera, di cui si è già detto in precedenza. È singolare che Gesù, il quale pur avendo molto pregato e istruito intorno alla preghiera, abbia segnalato pochissime intenzioni di preghiera: una delle rare, e dunque preziose, è quella per gli operai della messe (Mt 9,38).

Inoltre occorre potenziare al massimo e utilizzare con intelligenza evangelica tutte le occasioni educative di cui la Chiesa dispone. E sono molte.

Una formazione catechistica alla confermazione, che non preveda pure aspetti vocazionali, è monca e incompleta, gra vemente irrispettosa dell’esperienza di fede dei fanciulli, chiamati espressamente da Gesù (Mc 10, 14), proprio in una stagione della vita in cui si affacciano alle grandi scelte dell’esistenza.

Analogamente l’insegnamento della Religione Cattolica nelle Scuole dovrebbe trasmettere, almeno ai più sensibili tra gli studenti, il senso vocazionale della vita con le grandi scelte a servizio del Vangelo.

Ogni parrocchia, in modo particolare attraverso l’esperienza associativa e in sede di gruppo dei catechisti e ministranti dovrebbe darsi un programma educativo per gli adolescenti che privilegi il momento vocazionale dell’educazione.

Un’attenzione particolare meritano i centri giovanili, già tradizionale e abbondante vivaio vocazionale, ove la maturazione della personalità, non esclusi i momenti ludici e sportivi, favorisce la sensibilità verso ideali vocazionali percepiti e sviluppati per l’ampiezza di iniziative e di impegni che il centro stesso propone, come momento di sintesi armonica e totalizzante della personalità.

CONCLUSIONI

«Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.

Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò alti! cinque, dicendo: -Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque -. ‑Bene, servo buono e fedele ‑, gli disse il suo padrone, ‑ sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone ‑. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: ‑Signore, mi hai consegnato due talenti: vedi, ne ho guadagnati altri due -. ‑Bene, servo buono e fedele‑, gli rispose il padrone,‑ sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone ‑.

Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: ‑Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sottoterra: ecco qui il tuo‑.

Il padrone gli rispose: ‑Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha dieci talenti. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti ‑».     Mt 25,14‑30

La ricchezza di santità diffusa nella Chiesa genovese dalle sue origini attraverso pastori degni e zelanti, che hanno saputo riunire attorno a sé comunità sacerdotali esemplari, in una circolarità incessante di carità pastorale e di fraternità presbiterale, è un patrimonio da non disperdere. Anche il dono di carismi vocazionali nelle varie Congregazioni religiose femminili nate nel cuore della Chiesa genovese, o trapiantate nel nostro territorio e qui fiorenti, è una caparra di fecondità cristiana e apostolica non ancora spenta. Sono perciò ottimista per il futuro nonostante le ragioni di preoccupazione alle quali ho accennato all’inizio della mia lettera. Anzi, proprio il fenomeno dell’invecchiamento, delle malattie, delle sofferenze di sacerdoti e religiose anziane, come pure dei fedeli, potrebbe divenire un tesoro assai fecondo se vissuto con atteggiamento orante. La relazione tra la teologia dell’incarnazione, che ci spinge all’azione apostolica, per la quale ricerchiamo gli operai, sempre attivi, a qualsiasi ora per la vigna del Signore (Mt 20,1‑16) e la storia della salvezza che si scrive con il contributo di tutti, trafficando i talenti di ciascuno (Mt 25,14‑30) secondo la condizione propria di ogni membro del Corpo di Cristo, va contemplata alla luce del Mistero Pasquale. L’offerta del dolore, in situazione di sofferenza fisica e morale e di inazione forzata, fa partecipare efficacemente alla preghiera di Gesù impastata del realismo di quella speranza che lo portò alla donazione totale di sé sulla croce (Mc 10,45).

Sono ottimista perché credo nei giovani, nella loro forza ideale mai spenta e nella loro generosità, nella loro buona volontà e nel loro desiderio di costruire un mondo degno di Dio e dell’uomo. Credo nella missione di questa nostra Chiesa genovese, madre delle Chiese liguri e di tante altre Chiese locali, alle quali, in tempi difficili e in condizioni perdenti, più di oggi, ha inviato santi pastori ed apostoli; credo in questa nostra Chiesa «missionaria» che, alle soglie del terzo millennio, ha dato sacerdoti, suore e laici per la «missione della redenzione» in America latina e che è chiamata oggi a un compito affascinante per il futuro della società e dei giovani, ad essere cioè fermento storico per una rinnovata ora di fede cristiana. Gesù Cristo, il primo grande missionario del Padre (Gv 3,16), ci accompagna e ci sostiene.

Credo che Dio ama ancora il mondo e ama i giovani, che lo Spirito Santo è attivo nel nostro mondo e continua a rivelare l’amore del Padre per i giovani del nostro tempo e della nostra Diocesi. Speriamo che Egli continui a scegliere giovani che siano «la ripresentazione sacramentale» del suo Figlio Gesù, che «ne proclamano autorevolmente la Parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col battesimo, la penitenza e l’eucaristia, ne esercitano l’amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé» (Pastores dabo vobis, 15).

E proprio il Beato Tommaso Reggio che, come gli altri miei predecessori, ci ispira l’affidamento a Maria della quale ha sperimentato la particolare efficacia materna nella ricerca delle vocazioni, nel loro discernimento e nella loro maturazione, scriveva: «Maria è la regina dei martiri e degli Apostoli. Specchiatevi in lei, giovani, come la vedete ai piedi della croce offrire con il Figlio il sacrificio della redenzione, oppure nel cenacolo implorare, accesa di un fuoco celeste, il fuoco dello Spirito Santo sugli Apostoli.

Anime che amate Maria, imparate da lei la principale virtù senza la quale le altre sarebbero nulla, l’amore. (…) Chi dopo di lei sulla terra amerà il Signore maggiormente se non un tenero discepolo che cerca di somigliarle e trova in lei una mano potente che lo sorregge nel difficile cammino?

La carità è corona e principio di ogni virtù. L’amore a Maria sarà scuola di quella celeste prudenza che la rese prima tra le vergini sagge che incontrano lo Sposo divino» (Tommaso Reggio, Esercizi ai chierici).

Maria è definita dal Papa «la persona umana che più di ogni altra ha corrisposto alla vocazione di Dio» (Pastores dabo vobis, 82); ha nutrito ed educato Gesù che è stato, possiamo dire, la vocazione suprema del Padre. Quando nel tempio di Gerusalemme Maria ritrova Gesù dodicenne e gli manifesta la pena di Giuseppe e sua durante i tre giorni impegnati nella ricerca, si sente rispondere: «Perché cercarmi tanto? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49). Possiamo considerare questa risposta come la confidenza del figlio adolescente che manifesta ai genitori la sua vocazione. Quanto avrà meditato Maria sulla vocazione di Gesù e sulla propria vocazione! L’accettazione generosa e la realizzazione della propria vocazione ha reso «beata» Maria nel suo cuore e l’ha resa protagonista nella storia dell’umanità, più importante e benefica di tanti personaggi potenti e sapienti. Il suo canto del Magnificat ci rivela la gioia personale e l’incidenza storica che porta con sé ogni vocazione: è infatti la realizzazione di un progetto di Dio per l’umanità. I progetti di Dio sono tutti espressione di amore verso la persona del chiamato e sono impegni di bene per la fraternità e per la salvezza degli altri. Quando nel «Padre nostro» preghiamo «venga il Tuo Regno», chiediamo al Signore di essere collaboratori dei suoi progetti, così come lo è stata in pienezza Maria. Da Lei impariamo a considerare la vocazione come un vero tesoro da apprezzare, da proporre, da difendere, da far fruttare in ogni giovane che ci avvicina.

Con i Santi Genovesi, che secondo la tradizione, hanno invocato ardentemente Maria come Madre e Ausiliatrice premurosa, presso il Santuario della Guardia, mèta della preghiera delle nostre comunità cristiane, vogliamo implorare con fervore di fede la sua intercessione per la nostra Chiesa e compiere il pellegrinaggio mensile diocesano come un affidamento ‑ un metterci sotto il manto della sua protezione ‑per l’anno pastorale 2004-2005, affinché porti frutti «per il dono della grazia di Dio» (Ef 3,7).

Genova, 29 agosto, Festa di N.S.  della Guardia

Tarcisio Card. Bertone

Arcivescovo di Genova