Sant’Egidio: da 53 anni a servizio dei più fragili. L’Arcivescovo nell’omelia della S Messa: «In prima linea contro la cultura della solitudine»

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“Sant’Egidio non ha mai smesso, nella sua storia, di combattere contro la solitudine: abbiamo bisogno di occhi, cuore e fantasia per inventare modi nuovi di accompagnare i nostri fratelli più fragili”.

Con queste parole l’Arcivescovo di Genova, Mons. Marco Tasca, é intervenuto venerdì 11 febbraio durante la messa da lui celebrata per il cinquantaquattresimo anniversario della Comunità di Sant’Egidio. Le navate barocche della basilica dell’Annunziata erano piene: non solo il nucleo storico che ha portato in Liguria l’esperienza di Sant’Egidio, ma tanti giovani, gli anziani, i disabili del movimento degli Amici, una rappresentanza delle persone servite ed aiutate dalla Comunità.

A concelebrare, insieme all’Arcivescovo, c’erano il vicario episcopale mons.  Andrea Parodi, don Adriano Olcese, don Andrea Decaroli e don Andrea Benso, della diocesi di Acqui.

In prima fila le autorità: enti locali, forze dell’ordine, politici e rappresentanti delle istituzioni. “Sant’Egidio conosce bene i gesti di chi costruisce relazioni – ha affermato l’arcivescovo Tasca – e combatte contro la cultura della solitudine: questi gesti sono il pranzo di Natale con i poveri, l’attenzione originale e intelligente agli anziani, i corridoi umanitari.

Non basta aiutare le persone che sono nella prova, ma tutti. Abbiamo bisogno di essere accompagnati, anche nelle situazioni che sembrano senza via d’uscita”. Nata a Roma il 7 febbraio 1968 e presente a Genova dalla fine degli anni settanta, la Comunità di Sant’Egidio non ha mai smesso di stare accanto a chi é più fragile, soprattutto in questo tempo di pandemia.

“La crisi che abbiamo attraversato – ha ricordato Andrea Chiappori, responsabile di Sant’Egidio a Genova nel suo saluto finale, citando il lavoro delle Scuole della Pace per i bambini e i ragazzi – ha lasciato un peso, un deposito nella vita di ciascuno e sembra spesso che la vita dei più fragili sia imprigionata. anche se la chiamiamo spesso indipendenza ed autosufficienza, la solitudine è un rischio e mangia la vita delle persone: vogliamo continuare a lavorare per ricostruire le relazioni”.

GM