Il restauro del fronte di San Lorenzo riporterà a splendore la Cattedrale

Il 16 febbraio 2022 sono iniziati i lavori di restauro del fronte principale della Cattedrale di San Lorenzo. Ormai da tempo si rendeva necessario questo intervento a causa di molti problemi presenti su tutto il prospetto, compreso il campanile, da dove cadono con una certa frequenza pezzi di cemento, usato precedentemente per ripristinare parti mancanti delle cornici marcapiano del campanile stesso. Purtroppo furono scelte non felici, visti i risultati attuali.

Il progetto di restauro compreso il campanile, voluto dal Capitolo dei Canonici di San Lorenzo è stato redatto in maniera unitaria da chi scrive. La realizzazione del campanile è finanziata e realizzata dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Genova e la provincia di La Spezia, i cui lavori dovrebbero iniziare a breve. La rimanente parte del prospetto è viceversa finanziata attraverso il Bonus facciate, oltre al contributo della Compagnia di San Paolo e di MSC. La direzione lavori è affidata sempre a chi scrive.   Questi lavori fanno parte, ormai da diversi anni, di una serie di importanti interventi come il restauro e consolidamento dell’altare maggiore, del battistero, della cupola, portati avanti dal Prefetto della Cattedrale: Mons. Carlo Sobrero, attento e appassionato custode della Chiesa Metropolitana.

La facciata attuale costituisce l’inizio di quella che doveva essere la ricostruzione globale dell’intero edificio sacro. Sotto la guida di un Magister normanno si doveva gradualmente smontare la chiesa romanica e, campata dopo campata, sostituirla con una logica progettuale più moderna, secondo i dettami dell’opus francigenum. Per constatare la nuova impostazione del futuro edificio è sufficiente entrare in chiesa, oltrepassare l’endonartece e, immediatamente dopo, nelle navate di sinistra e destra si possono ammirare le imposte incomplete di quelle che dovrebbero essere state le volte della nuova costruzione sacra, mai conclusa, quasi certamente per problemi economici.

Pertanto il nostro prospetto rappresenta, in chiave locale, il Westwerk (corpo ad occidente), secondo i dettami che allora si stavano formando nelle costruzioni sacre di Rouen, Chartres e altre della Francia settentrionale. È probabile che l’inizio di tali lavori sia stato coincidente con l’arcivescovado di Ottone II Ghilini, in carica tra il 1203 e1239.

Il fronte della chiesa rappresenta nell’ambito della storia dell’architettura sacra un unicum assoluto, sia per le forme, sia per i materiali impiegati, senza uguali negli edifici sacri europei di quel momento.

La sua sagoma completa doveva configurarsi con due torri, di cui quella di sinistra, rimasta incompleta, è stata sormontata nel XV secolo dalla loggia eseguita dal Magister Giovanni di Gandria.

L’imponenza del fronte d’ingresso è costituita dai  tre grandi portali fortemente strombati, caratterizzati dal susseguirsi di colonne di varia foggia, dimensione e materiali costituenti che culminano nella parte alta nelle ghiere che completano la profondità dei tre strombi d’ingresso. I due laterali, sono caratterizzati da tre enormi ghiere che compongono i due archi. Mentre quello centrale è concluso con un arco composto da quattro ghiere. Ognuna di queste ghiere è composta da un repertorio iconografico unico, senza uguali nella storia dell’architettura, dove le diverse forme geometriche si incastrano tra loro dando vita ad un intreccio fantastico che, nel portale centrale, incanala la vista sulla lunetta con la scena del Cristo giudice e del martirio di San Lorenzo.

I materiali che compongono l’intera facciata sono cinque:

  • Pietra Nera di Promontorio;
  • Peridotite verde e nera;
  • Marmo rosa di La Spezia;
  • Oficalci rosse e verdi di Levanto e Valpolcevera;
  • Marmo Bianco delle Alpi Apuane.

L’intersecarsi dei vari lapidei è tale da apparire molto superiore a quelli che realmente la compongono, proprio per il modo con cui sono tra loro interconnessi.

L’interconnessione dei vari lapidei è ulteriormente maggiorata dalla moltitudine di elementi fitomorfi e zoomorfi che caratterizzano le varie parti scultoree quali capitelli, modanature e lesene.  Insieme a questo sfolgorio architettonico decorativo, variamente colorato, dobbiamo considerare la moltitudine di sculture prodotte dall’atelier francese, con una collocazione certamente non casuale. Il fronte della Cattedrale è un inno a Maria, che come dice Clario di Fabio[1] viene realizzato con discrezione ma con proporzioni grandiose dalle membrature architettoniche e dalle rappresentazioni figurate. Non si tratta solo delle scene figurate negli stipiti del portale maggiore (Albero di Jesse a destra e Storie dell’infanzia di Cristo a sinistra), ma della traduzione in pietra dell’idea stessa della Vita nel suo germinare. Dal Cristo giudice della lunetta centrale, vera luce di questo mondo, come recita l’iscrizione del libro che tiene in mano, si passa a Maria, co-protagonista del programma iconografico della facciata, quasi la rappresentazione lapidea di un inno mariano cistercense: Tu Regis alti ianua,/ et porta luci fulgida.

La nostra cattedrale non gode oggi della fortuna critica che posseggono altre cattedrali europee. Viceversa era molto più celebrata nel periodo medievale, dove nel contesto letterario del tempo viene decantata dal fiorentino Fazio degli Uberti, che presente a Genova nel 1346[2] scrisse un poema: il Dittamondo, ispirato alla Commedia dantesca, dove San Lorenzo viene inneggiata per i suoi “porfidi e marmi naturali”.

Il restauro in corso d’opera sta evidenziando interessanti spunti di studio. Come per esempio la lunetta centrale con il Cristo giudice e il sottostante martirio di San Lorenzo. Oggi appare molto sminuita dal degrado del tempo, ma originariamente era completamente colorata, sia con cromatismi applicati direttamente sui marmi che la compongono, sia attraverso mosaici ceramici provenienti da vasi e piatti di origine medio orientale, molto commercializzati a Genova in quanto uno degli status symbol della nobiltà dell’epoca. Un cromatismo che parzialmente si può verificare in una delle miniature all’interno del Codice Cocharelli, scritto a Genova tra il 1330 e 1340 da un nipote di Pietro Cocharelli rifacendosi ai ricordi del nonno.

Questi colori oggi si riscontrano su pochi lacerti e non sono visibili da lontano, ma solamente con una visuale ravvicinata.

Certamente l’aspetto cromatico deve aver avuto all’epoca un effetto notevole sui genovesi. In una città abituata a edifici bianchi e neri, il prospetto della Cattedrale deve aver avuto l’effetto che ha prodotto il passaggio dalla televisione dal bianco e nero a quella a colori.

Gli spunti di studio che il restauro in corso sta mettendo in luce sono numerosi e non elencabili tutti in questo articolo per motivi di spazio. Si può citare, per esempio, la parete di fondo dello strombo del portale sinistro, che appare liscia, contrariamente a quella del portale di destra dove il profilo è mistilineo in quanto in corrispondenza di ogni colonna è presente un incavo, di raggio diverso in funzione del diametro delle singole colonne che si susseguono.

Uno sguardo superficiale non evidenzia questa differenza, che evidentemente stabilisce due momenti costruttivi diversi, così come denotano altri segni presenti sulla costruzione sacra. Mi riferisco alle tarsie dell’endonartece, presenti sui costoloni delle volte a crociera sino a un certo livello e completamente mancanti nelle parti più alte. O ancora alla scala interna del campanile di destra, dove sono ben visibili le varie partiture costruttive, con le diverse dimensioni dei conci costituenti la muratura, così come la cella campanaria, il cupolino ecc. Non dimentichiamo peraltro che la torre di sinistra è stata completata solamente nel 1525.

L’argomento del restauro della facciata è estremamente vasto e, come dicevo, non riassumibile in questo breve articolo. Si potrà eventualmente ritornare sull’argomento a lavori più avanzati.

Claudio Montagni

 

[1] Di Fabio Clario, La Cattedrale di Genova nel Medioevo – secoli VI – XIV. , Genova 1998, pagg. 164 – 182.
[2] Di Fabio Clario, cit. pag. 152.

 

Di seguito riportiamo alcune foto dello sviluppo dei lavori