In cammino con stile sinodale – Guarda l’ntervista a Padre Giacomo Costa

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Quale sarà il cammino che sta per intraprendere la Chiesa diocesana, in sintonia con la Chiesa universale

 

Presso il Seminario Arcivescovile martedì 21 settembre si è riunita la Conferenza Episcopale Ligure, sotto la guida del Presidente Mons. Marco Tasca.

Padre Giacomo Costa, Consultore della Segreteria Generale del Sinodo, ha proposto un ricco intervento in più punti con l’obiettivo di offrire ai Vescovi e ai loro delegati alcuni strumenti per vivere l’autentico spirito di questo cammino a cui è chiamata la Chiesa di tutto il mondo.

Per l’occasione, all’assemblea erano presenti anche Mons. Nicolò Anselmi, Don Gianni Grondona (Vicario Episcopale), Mons. Marco Doldi (segretario); per la Diocesi di Albenga– Imperia Mons. Guglielmo Borghetti, Don Pierfrancesco Corsi (Vicario Episcopale); per la Diocesi di Chiavari Mons. Giampio Devasini, Mons. Alberto Tanasini, Don Stefano Mazzini (Vicario Generale); per la Diocesi di La Spezia–Sarzana – Brugnato Mons. Luigi Ernesto Palletti, Don Enrico Nuti (Vicario Generale); per la Diocesi di Savona Mons. Calogero Marino; per la Diocesi di Tortona Mons. Vittorio Viola, Mons. Guido Marini, Mons. Mario Bonati, Mons. Marco Daniele,  Don Maurizio Ceriani, Don Gianluca Vernetti (Vicari Episcopali); per la Diocesi di Ventimiglia–Sanremo Mons. Antonio Arnaldi (Vicario Generale), Don Angelo Di Lorenzo (Vicario Episcopale).

Abbiamo incontrato padre Costa per alcune domande sul cammino che andrà a breve ad iniziare.

Da quali fonti è nata l’idea di un cammino sinodale per la Chiesa chiamata a ‘camminare insieme’?
Intanto voglio sottolineare proprio il ‘camminare insieme’, perché Sinodo è una parola per tecnici che può risultare non chiarissima.
Sinodo significa sostanzialmente proprio questo, ‘camminare insieme’, ed è alla base della proposta realizzata dalla Chiesa universale.
Camminare vuol dire essere dinamici, mettersi in movimento anche per lasciare le solite abitudini nella propria vita, per ascoltare dove il Signore ci vuole e insieme costruire un ‘noi’, un popolo di Dio che cammina insieme e interagisce, al contrario dell’individualismo a cui spesso il mondo di oggi costringe. Siamo tentati di vivere nelle cosiddette ‘bolle’ da condividere con le persone che la pensano come noi, mentre il Sinodo ci vuole spingere a lavorare insieme pur nelle differenze.
L’idea di questo cammino è sicuramente, alla base, una comprensione dell’insegnamento di Papa Francesco, di un ascolto di che cosa stiamo vivendo nel mondo di oggi e una continua interconnessione che porta con sé però anche molta solitudine.
La Chiesa ci chiama a essere testimoni del fatto che si può camminare insieme, riconoscere che l’altro ha un valore in sé, ha una grande dignità. Un’occasione di riflessione verso l’evento che ci attende e che ho vissuto in prima persona è stato sicuramente il Sinodo dei giovani: sono stati proprio loro a chiedere una Chiesa delle relazioni, della comunicazione, in cui non è la burocrazia che vince ma è l’espressione di una fede condivisa che fa andare avanti; uno dei frutti di questo Sinodo è stato capire che è bello camminare insieme, anche tra Vescovi e giovani, non è soltanto un dovere ma è la forma che desideriamo oggi per la Chiesa, in cui ciascuno non è un oggetto della pastorale, ma un soggetto che contribuisce con una bellezza in sé. Speriamo che il cammino del Sinodo sia autentico, anche a partire dall’invito dei giovani.

Un progetto che si sviluppa a partire dal popolo di Dio, dai fedeli laici e dalle comunità. Che valore ha questo per il cammino della Chiesa?
La partecipazione di tutti è l’elemento di base, fa capire che il Battesimo ci rende membri attivi di una comunità, responsabili dell’annuncio del Vangelo; la partecipazione di tutti, specie di chi è più fragile e a margine della società e si ritiene non abbia niente di significativo da dire, è davvero preziosa. L’obiettivo non è tanto il voto comunitario o arrivare a grandi elaborazioni e documenti, ma piuttosto entrare in un cammino e permettere a ciascuno di poter dire la propria, con la fiducia che se ci si ascolta davvero, lo Spirito apre un cammino con il quale crescere come Chiesa, non soltanto al nostro interno ma anche nell’annuncio del Vangelo e nelle relazioni con il resto del mondo, nella società e nel mondo del lavoro, rispetto alle questioni sociali e ambientali.

Quali sono le tappe principali del cammino sinodale? In che modo ogni diocesi è chiamata a inserirsi con le proprie peculiarità?
Ci sono due cammini sinodali che dovranno essere in qualche modo uniti e armonizzati, quello della Chiesa universale e quello della Chiesa italiana; è ovvio che entrambi si completano e si articolano. Il primo passo per tutti e due è quello di ascoltare quanto viene vissuto, le narrazioni, le esperienze e le difficoltà delle comunità. E’ il primo passo del Sinodo della Chiesa italiana, ma anche il primo del Sinodo universale affidato alle singole diocesi. Ogni diocesi, infatti, aprirà un cammino per rileggere quanto ha vissuto e permettere di far emergere difficoltà e esperienze in cui effettivamente si è camminato insieme. Questo farà crescere le singole comunità, ma permetterà anche di arricchire tutta la Chiesa con esperienze radicate sul territorio. Non si poteva che partire stando con i piedi per terra. In seguito tutto questo verrà affidato a livello nazionale e internazionale, ma non potrà non ritornare indietro. Il frutto è tornare a riorientare la vita di tutti i giorni, camminare insieme non è un’ideologia ma uno stile di Chiesa e di comunità.

La Chiesa è abituata a vivere eventi sinodali che però in questo caso non sono al cuore del progetto. Quali sono gli obiettivi più autentici?
Si parla di Sinodo, incontri, metodi, tappe o compiti da fare. Non è questo il centro del progetto, come non è il documento finale l’obiettivo del Sinodo, ma entrare in uno stile comunitario. Gli eventi singoli devono essere al servizio di una vita della Chiesa e anche di una comprensione di strutture e decisioni che nella Chiesa portino i singoli a essere membri attivi; i fedeli laici hanno competenze e potenzialità in questo senso molto importanti a dare una testimonianza forte di comunità; lo stesso ovviamente nell’ambito famigliare dove ognuno può dare il proprio contributo, pur nelle difficoltà. In tutti questi ambiti si è chiamati a uno stile sinodale.

Come si può evitare il rischio a livello comunicativo che passi l’idea di un evento di contrapposizione piuttosto che di comunione?
E’ sempre rischioso quando si ascolta o si leggono i giornali che tendono a evidenziare conflitti all’interno della Chiesa in eventi di incontro e condivisione. Si tratta della negazione di un cammino comunitario che riconosce che esistono sensibilità e modalità di approccio e comportamento differenti, ma li vuole valorizzare e non contrapporli. La logica della comunicazione è invece purtroppo quella di presentare fazioni contrapposte. L’invito allora è proprio quello di non entrare in questa prospettiva, ma accettare e cogliere la ricchezza di ciascuno, nella fiducia che non si deve vincere, ma è lo Spirito che ci conduce e ci fa andare avanti. E’ il vero motore di questo processo, non le nostre ideologie.
Il Sinodo deve essere vissuto come un momento di preghiera, di confronto on la Parola di Dio, con il modo di fare di Gesù che ci chiama a cambiare: in questo modo si può costruire davvero una strada fatta insieme e non di divisione e opposizione.