Il Card. Bagnasco nella domenica delle Palme: “Seguiamo l’esempio dei nostri fratelli martiri”

La Settimana Santa è il centro dell'anno liturgico e il cuore della fede. I rami di ulivo e di palme benedetti entrano nelle nostre case come segno di pace e riconciliazione. Con queste parole il Cardinale Bagnasco ha introdotto la sua omelia per la S. Messa della domenica delle Palme preceduta, come tradizione, dalla benedizione dei rami di ulivo sul sagrato di San Lorenzo.
Nella lettura della passione di Cristo protagonista appare la folla, che inizialmente osanna Gesù per condannarlo successivamente. I discepoli entrano trionfali con Gesù nella città santa, ma lo abbandonano successivamente sulla via dolorosa. Essi simboleggiano la folla di allora e di oggi: entrano trionfanti con lui, ma poi lo condannano.
“Come appare fluttuante questa folla! Come l'animo dell'uomo si piega ad ogni soffio di vento”. A ciascuno l'Arcivescovo ha chiesto: “Quanto siamo affidabili? Quanto gli altri possono contare su di noi nella sventura, dopo che i momenti di gloria sono passati, e subentra l'oblio?”. E ancora: “Gli altri ci trovano accanto a loro, o trovano il deserto?”.
L'omelia dell'Arcivescovo interroga ciascuno dei credenti: “Sappiamo resistere all'opinione comune, alla derisione?”. Gesù, ha detto il cardinale, ha rischiato molto per l'uomo: solo l'amore di un Dio poteva coinvolgersi così tanto con gli uomini. La compagnia di Dio resta affidabile per l'uomo, ma è sulla parola affidabilità che l'uomo deve interrogarsi. 
L'uomo fa esperienza della presenza di Dio ogni giorno, di fronte ai peccati, alle fragilità e alle infedeltà. “Questo è ciò che dà la forza di vivere portando le croci quotidiane e apprezzando le gioie del momento. L'uomo però non può accomodarsi nella comodità e nella bontà di Dio, ma deve accoglierla, abbracciarla, e da essa farsi abbracciare”.
“L'amore è dono di Dio, non un diritto acquisito dall'uomo” – ha continuato Bagnasco. E l'amore è ciò che misura lo spessore dell'umanità di ciascuno. Per questo l'Arcivescovo ha concluso la prima parte della sua omelia pregando affinché la Settimana Santa sia portatrice di una maggiore affidabilità verso i fratelli e verso Dio.
Tornando alla folla di cui aveva parlato in principio, il cardinale l'ha definita come “un campo di grano che piega il capo ad ogni cambio di vento, di convenienza o di gusto” passando dall'osannare Gesù fino a chiederne la condanna a morte. 
La folla si rivela quindi non un vero popolo, ma una massa anonima dove ogni individuo ragiona con la testa degli altri, specie di chi, magari in minoranza, strepita e acquista più visibilità, riuscendo a condizionare gli altri.
“Cosa manca a quella moltitudine vociante e inferocita per essere realmente un popolo?”. “La folla per natura sua è cieca, il popolo vede”: questa è la differenza principale, ha riflettuto l'Arcivescovo rifancendosi all'attualità più stretta.
“Anche oggi siamo troppo folla, accecati ma non vedenti, rischiando di perdere l'identità di un popolo capace di distinguere e denunciare il male e di professare il bene, indicando la verità anche quando essa è contro corrente e contro tutti i venti dominanti. La verità resta, e qualcuno la deve indicare, e un popolo è tale quando si ribella alla menzogna”. “Siamo un popolo con un'anima che usa la ragione e riconosce la verità, tenendo fermo il contatto con la realtà così com'è, e non si lascia abbindolare?”. Il popolo ha una dignità, la folla è senza: è questa la discriminante fra folla e popolo con una sua dignità, che sta nel riconoscere la verità delle cose reagendo alla menzogna con la propria testimonianza personale.
La testimonianza personale oggi è quella dei “nostri fratelli e sorelle martiri”, in tante parti del mondo. “Essi ci ricordano – ha ricordato Bagnasco – cosa vuol dire essere un popolo, fuori dal compromesso facile, dall'omologazione in cui tutto è equivalente e nulla ha valore. Costoro, piuttosto che rinnegare la propria fede, perdono la vita, poiché considerano la fede la propria ragione di vita”.
A ciascuno è giunto in conclusione l'invito forte e incisivo da parte dell'Arcivescovo a vivere la settimana santa in compagnia della testimonianza di questi martiri cristiani.