Fase diocesana del cammino sinodale: si dovrà partire dall’ascolto

Dieci novembre 2015, Convegno Nazionale di Firenze. Papa Francesco così parla alla Chiesa italiana: “Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta con il volto di mamma che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”. E poco oltre: “Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi una indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale un approfondimento dell’Evangelii Gaudium per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni”.

Il Santo Padre si riferisce a quanto espresso limpidamente nel Capitolo Primo dell’Esortazione Apostolica e in special modo al n. 32. E nel discorso del 30 gennaio 2021, tenuto per i sessanta anni della costituzione dell’Ufficio Catechistico Nazionale, Francesco dà un invito chiaro e incontrovertibile per cominciare un cammino nuovo: “Dopo cinque anni la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo Nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare.

“È dunque, come si legge, un richiamo ad organizzare non un evento, ma ad iniziare un “processo” di Sinodo Nazionale basato sullo “stile Firenze” che si esprime su tre livelli: anzitutto lo stile stesso fondato sugli atteggiamenti di vita quotidiana, poi le strutture di ascolto e dialogo e infine gli eventi sinodali propri. È la Chiesa che vuole Francesco, fondata sull’ascolto e sul dialogo con la gente nella sua realtà di vita, non su un calendario di temi prefissati e selezionati: una Chiesa ispirata allo “stile del Buon Samaritano”, che si prende cura, si ferma, ascolta, dialoga, fascia le ferite, si fa carico e vive così la compassione. Su tutto ciò poi si innesta il “discernimento”, cioè la capacità di leggere le situazioni secondo il progetto di Dio, per capire quali strade Egli stia aprendo, nella novità dello Spirito Santo che soffia quando e dove vuole e sconvolge l’assioma del “si è sempre fatto così”. La Chiesa che costruisce processi sinodali è la Chiesa “col volto di mamma”, che ascolta, dialoga, comprende, accarezza, accompagna; una Chiesa che, come dice Papa Francesco, parla “il dialetto della gente” per entrare nel cuore di ciascuno e fargli capire che Dio lo ama e ha cura di lui, una Chiesa di popolo, non elitaria, una Chiesa, come dice il Cardinal Semeraro, “conciliare avviata su processi sinodali, cioè in cammino…in sintonia con la gente, capace di guardare la realtà e il mondo come sono”. Era infatti il 1965 quando, sull’onda del Concilio Vaticano II, con “Apostolica Sollecitudo”, Paolo VI istituiva il Sinodo dei Vescovi per favorire una stretta unione fra il Papa e i Vescovi del mondo e per raccogliere informazioni dirette sui problemi della vita della Chiesa.

Nel 2018 Francesco con la costituzione apostolica “Episcopalis Communio” trasforma il Sinodo da evento a processo, inserendo in esso anche la fase preparatoria che prevede “la consultazione del popolo di Dio” da tenersi nelle Chiese locali con il contributo anche delle famiglie religiose e delle associazioni laicali: solo in seguito si tiene a Roma l’Assemblea dei Vescovi. Tutti questi cambiamenti voluti dal Santo Padre, la cui novità più grossa è proprio la consultazione dal basso, si attueranno nell’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si terrà a breve sul tema “Per una Chiesa Sinodale: comunione, partecipazione e missione”.

Il cammino durerà dall’ottobre 2021 all’ottobre 2023 e si articolerà in tre fasi: una “diocesana e nazionale”, una “continentale” e una conclusiva a livello di “Chiesa universale”, poiché, come si è già detto, il Sinodo “non è solo un evento, ma un processo che coinvolge in sinergia il popolo di Dio, il Collegio Episcopale e il Vescovo do Roma, ciascuno secondo la propria funzione”. L’apertura avverrà in Vaticano il 9-10 ottobre, nelle singole diocesi il 17 ottobre.

La fase diocesana si svilupperà tra l’ottobre 2021 e l’aprile 2022 con la consultazione del popolo dei battezzati, ascoltati perché depositari del “sensus fidei infallibile in credendo”, con l’ausilio di un documento accompagnato da un questionari e da un vademecum per realizzare tale consultazione presso gli organismi ecclesiali rappresentativi, come i Consigli Pastorali Diocesani e i Consigli Presbiterali, le Associazioni laicali, ecc., a discrezione del Vescovo locale. I contributi saranno inviati alla Conferenza Episcopale Nazionale per dare origine alla fase del “discernimento” che produrrà una Sintesi da cui scaturirà la redazione di un “Instrumentum Laboris” che sarà discusso poi a livello “continentale” per un ulteriore discernimento, alla luce delle culture specifiche di ciascun continente.

Nascerà un Documento finale che ispirerà un secondo Instrumentum Laboris, che sarà inviato e discusso nell’Assemblea Generale dei Vescovi nella fase finale di livello “universale”: saremo ormai nell’ottobre 2023. È un itinerario complesso, inedito e articolato poiché va dalla base al vertice e coinvolge tutta la Chiesa universale perché possa rispondere alle domande dell’uomo di oggi e possa veramente e significativamente camminare nella storia del III millennio: la Chiesa infatti non è, come si è sempre detto, “Popolo di Dio”, ma “Popolo di Dio in cammino”. Questo certo “ci chiederà pazienza, ci chiederà lavoro, ci chiederà di far parlare la gente” perché “esca la saggezza del popolo di Dio”: con lucidità e senso della realtà il Papa ci consegna tutto questo progetto che è certo una sfida grande, specie in questo tempo di pandemia in cui è prevalso il senso della paura, della chiusura e dell’isolamento.

È necessario invece aprirci al soffio dello Spirito per creare quello “stile di presenza nella storia” che sappia dire la verità del Vangelo nelle mutate condizioni di vita degli uomini e delle donne del nostro tempo”, scrive il Cardinal Bassetti. Ma è necessario che ognuno si lasci generosamente coinvolgere per dare vita a quel “Noi ecclesiale ricco di storia e di storie, di esperienze e di competenze, di carismi e ministeri, di ricchezza e di povertà”. È uno stile che sollecita ad una “conversione pastorale” e che fa risaltare il primato della persona sulle strutture, che mette in dialogo le generazioni, che scommette sulla corresponsabilità. È un cambio di rotta che ci è richiesto, perché ciascuno possa prendersi cura di quel “Noi ecclesiale” che dobbiamo far rivivere, perché il cammino sinodale ha bisogno di tutti per portare avanti nel tempo che ci è affidato la missione di Cristo Risorto.

Missione che si realizza nell’annuncio convinto e costante del Kerigma, unico ma sempre nuovo, nella centralità della Parola di Dio, nella cura della vita spirituale, e si articola in un processo basato, come scrivono i Vescovi, su tre direttrici: “ascolto, ricerca e proposta”, ossia sull’ascoltare dal basso le domande e i bisogni delle famiglie, dei giovani, dei poveri, per poi “narrare” tutto ciò e poterlo leggere con uno spirito di ricerca sapiente che aiuta il discernimento e infine generare proposte “profetiche” per annunciare in modo snello, libero, evangelico, umile, come chiede Papa Francesco. Dunque la Chiesa sinodale è la Chiesa per l’oggi, perché si poggia sulla memoria di un passato che è storia che ci appartiene, ma si proietta oltre, come profezia di futuro.

 Maria Galizia Sanna