Vivere e parlare

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail
Omelia pronunciata in Cattedrale dopo la processione per la solennità di San Giovanni Battista, patrono di Genova
24-06-2015
Arcidiocesi di Genova
Mercoledì 24.6.2015
Festa di San Giovanni Battista
Patrono della Arcidiocesi e di Genova
Omelia dopo la Processione
‘Vivere e parlare’
Autorità civili e militari
Cari Fratelli e Sorelle
Con le reliquie di San Giovanni Battista abbiamo benedetto la Città e il porto, simbolo di Genova, della quale Richard Wagner nel 1853 scriveva: “E’ qualcosa di indescrivibilmente bello, grandioso, caratteristico (…) Anche oggi la mirabile impressione di Genova domina tutti i miei ricordi d’Italia”.
1. Abbiamo pregato il nostro Patrono perché aiuti i genovesi ad avere coraggio, ad essere all’altezza de loro Padri – gente di lavoro, determinazione e ingegno. Abbiamo pregato perché, anche nella perdurante e grave congiuntura economica e lavorativa, Genova non abbia ad essere schiacciata tra i monti e il mare, ma possa sviluppare capacità antiche, opportunità nuove. Perché i cittadini sappiano darsi la mano gli uni gli altri, senza protagonismi mortificanti e inutili; sappiano fare reti virtuose, sappiano darsi tutti la mano, stringersi gli uni agli altri non per ripiegarsi ed escludere – sarebbe il principio della fine! – ma per allargare e allargarsi, per abbracciare chi qui è nato e vive, e chi qui arriva disperato e onesto.
2. Questa mattina, nell’omelia, ho parlato del Battista come testimone di Cristo. Ho riflettuto sull’origine, sul “perché” della sua testimonianza fino alla morte: il perché del suo sacrificio coraggioso è la fede, è il suo dimorare nel cuore di Cristo, è vivere l’esperienza di essere amato da Lui e di amarLo con tutto se stesso. Non è forse, la fede, un’esperienza d’amore? E’ dunque la fede in Gesù che sta all’origine del coraggio fino alla morte.
3. Ma ora desidero dire una parola sul “come” della testimonianza cristiana. Di fronte alla vicenda di Giovanni, si potrebbe pensare ad un caso di ostinazione: egli insiste nel dire al re Erode che non gli era lecito tenere con sé la moglie di suo fratello. Glielo dice e glielo ripete tanto da suscitare la reazione e di avere la testa tagliata. La mentalità corrente potrebbe giudicare la testimonianza del Precursore eccessiva; potrebbe ritenere Giovanni una personalità dura e intransigente, chiusa alla diversità, non rispettoso delle scelte altrui. In fondo, sarebbe bastato poco: far finta di niente, non insistere con Erode. Sì, sarebbe bastato poco e non avrebbe perso la vita! Oppure avrebbe potuto testimoniare nel silenzio, tacere e accontentarsi della coerenza personale. Ma non ha seguito questa strada! Egli sapeva che testimoniare Cristo non è solo vivere di Cristo, ma anche parlare di Cristo, dire le sue parole, la sua verità. Tanto più oggi, in cui il relativismo che si respira relativizza non solo le parole vere, ma anche gli esempi buoni: questi non sono recepiti senz’altro come un annuncio di verità, di bene, di bellezza, di valori autentici, ma sono letti come scelte soggettive – magari anche ammirevoli – che qualcuno può fare e che restano non punti di riferimento luminosi, ma accanto ad altre scelte ugualmente valide. In una cultura così liquida dove c’è tutto e il suo contrario -la testimonianza cristiana deve essere quella della coerenza della vita e quella della proclamazione della verità, perché non risulti che qualunque scelta – anche se rispettata – è equivalente. Sì, Giovanni poteva far finta di non vedere, di non sapere; poteva non alzare la voce in privato con Erode e tanto meno in pubblico. Forse avrebbe risparmiata la vita, ma noi non saremmo qui oggi, dopo duemila anni, a parlare di lui e a gioire con lui.
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo di Genova