Una vita piena

Omelia tenuta a Camporosso (IM) nella S. Messa per il 150° anniversario del Transito di San Francesco Maria da Camporosso
11-09-2016
Camporosso, 11.09.2016
150° Anniversario del Transito di San Francesco Maria da Camporosso
 
OMELIA
‘Una vita piena’
Eccellenza
Autorità
Confratelli nel Sacerdozio
Cari fratelli e sorelle nel Signore
E’ per me un onore e una gioia pregare con voi nel 150° anniversario del transito al Cielo di San Francesco Maria da Camporosso, che qui nacque nel 1804. La sua figura e la sua vita legano questa Diocesi e Genova: legano le due Comunità perché beneficate dalla fede e dall’opera del religioso cappuccino, conosciuto e amato dal popolo come il ‘Padre santo’. Siamo riconoscenti alla Divina Provvidenza per questa umilissima figura, che fu posta nella gloria degli altari nel 1962 dal santo Pontefice Giovanni XXIII.
Ha ancora qualcosa da dire al nostro tempo? Oppure il mondo è talmente cambiato che la sua figura è diventata sbiadita e muta così da risultare indifferente? E a noi, quest’anima parla ancora, o – come si dice – ha fatto il suo tempo? Se tendiamo l’orecchio dell’anima, sentiamo che la sua voce ha ancora qualcosa da dire al nostro cuore. Quali sono queste parole?
1. La prima parola è di contrasto. Infatti la sua vita terrena, da una lettura immediata, appare la negazione dell’affermazione di sé, senza successi né gloria; trascorsa non solo nel nascondimento rispetto al mondo che conta, ma anche nell’ umiliazione quotidiana di quarant’anni di questua, camminando senza sosta per le strade di Genova. Potremmo pensare ad una vita grigia, negata alla felicità. Chi oggi potrebbe esserne scosso e attirato? Non è forse questo il modo comune di sentire? E noi ne siamo contagiati?
Se però andiamo più a fondo, oltre l’apparenza delle cose, scopriamo che il Padre ha in sé un messaggio di una attualità crescente: molte cose cambiano, è vero, ma il cuore dell’uomo resta uguale. Esso continua ad essere divorato dalla fame di gioia e di amore: quella gioia che sfugge alle nostre mani. L’uomo moderno si affanna per costruire un mondo migliore, per superare miseria e ingiustizia, per sconfiggere la malattia e le cause del dolore. Tale desiderio è legittimo, ma in questa marcia verso un mondo nuovo Dio è sempre più emarginato: spesso si dichiara di crederci, ma altrettanto spesso si vive come se non ci fosse. E questo vale per singoli, per società e cultura. Ci chiediamo però: vediamo oggi un’umanità più felice, più giusta, più solidale? Non sembra! Al contrario, sembra crescere lo smarrimento, l’incertezza sulla vita e sulla morte, sulla gioia e sulla sofferenza.
Se andiamo a leggere l’epistolario del nostro Santo, invero scopriamo che anch’egli desiderava la gioia, e ne ha parlato indicandone la via, anzi il segreto: ‘La perfezione e la felicità di ogni buon cristiano consistono nel fare in tutto la divina volontà !’ (dalle Lettere di San Francesco Maria, religioso). Ci dice che la via della gioia è Dio! Ecco la prima parola che offre a noi e al mondo di oggi così affannato e così confuso.
2. La prima parola sulla gioia, però, ne porta una seconda: Dio, la fede in Lui. Dicevo che l’umanità cerca di costruirsi da sola a prescindere dal divino. Tende ad affidarsi più alla sua intelligenza, alle sue mani, alle sue capacità tecniche, escludendo il mondo soprannaturale come se fosse superfluo, se non addirittura umiliante per l’intelligenza umana. Ma in realtà Dio è al centro dell’ uomo, della sua vita: è al centro del mondo. Sì, perché Dio crea il mondo, lo ama e lo ha redento dal Maligno che imperversa furioso con la sua natura di menzogna, di calcolo e raggiro. Egli cerca in ogni modo di farci credere che Dio è nemico della nostra libertà, geloso della nostra felicità, mortificatore della nostra voglia di vita. E che il dolore presente nella storia, in fondo è colpa del suo antagonismo. E’ la grande menzogna.
Siamo così davanti alla fede. E’questo il vero problema odierno: Dio rischia di sparire dall’orizzonte degli uomini, e con lo spegnersi della luce divina l’umanità è disorientata. Gli effetti distruttivi sono sotto gli occhi di tutti. San Francesco Maria, con la linearità semplice della sua vita terrena, ci ricorda che il vero problema è quello del risveglio interiore, del cuore ardente, è quello di portare gli uomini a riconoscere il Signore Gesù. Solo così potranno tornare a riconoscere il volto dell’uomo. E’ questa il problema più grave e urgente della nostra ora.
Cari Amici, sono queste le due parole che abbiamo raccolto insieme dal nostro Padre Santo: ce ne sono altre che ognuno ascolterà pensando, ma soprattutto pregandolo. Sono due parole che hanno dato forma alla sua esistenza di uomo, di cristiano, di religioso: gli hanno dato una forma di luce. E la gente semplice, quotidiana, il popolo, ha scorto subito quella luminosità umile e benefica, a portata di tutti. A lui accorrevano non solo per un aiuto materiale, ma per una parola di conforto, un ascolto, un consiglio, un incoraggiamento. Avevano bisogno di quel pane che – quando manca – non c’è ricchezza che lo possa comprare: il pane dell’anima che è fiducia, speranza, fede.
Il popolo, quando non è distorto e abbagliato dalla falsità – oggi diffusissima – ha l’istinto di ciò che è essenziale, di ciò che è vero senza artifici e complicazioni. Anche oggi. All’umile frate dunque accorreva, e lui ascoltava, offriva un conforto, e rimandava alla Madonna delle Grazie. A quel piccolo santuario vicino al porto di Genova, la gente, povera e dignitosa, andava sulla sua parola, e alla grande Madre si presentava fiduciosa dicendo che era il ‘Padre Santo’ a mandarla!
Atteggiamento ingenuo e infantile? No, semplice e profondo! Non sono i nostri arzigogoli a far crescere la fede, ma la preghiera e l’istinto popolare che mantiene la barra diritta e la luce di fondo. E noi vogliamo far parte di questo popolo saggio; vogliamo essere anche noi da lui invitati a pregare la Santa Vergine, con la fiducia vigorosa e certa di coloro che l-hanno conosciuto e avvicinato.
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova