“Una triplice gioia”

Omelia pronunciata nella Basilica di Carignano per i 150 anni di fondazione dell'Istituto delle Suore Ravasco
02-12-2017
Arcidiocesi di Genova
Domenica 2 Dicembre 2017
150 ° Anniversario della Fondazione delle Suore di Ravasco
 
OMELIA
‘Una triplice gioia’
Care Sorelle dell’Istituto Ravasco
Carissimi Fratelli e Sorelle nel Signore
Giorno di festa e di commozione: abbiamo la grazia dei 150 anni di fondazione delle Suore di Ravasco, istituto carissimo a Genova perché qui è nato e qui opera. È la Diocesi che gioisce per questa presenza e io, come Arcivescovo, porto la voce della nostra Chiesa e della Città.
Poco lontano da qui, nella galleria Colombo, i miei genitori si rifugiavano durante i bombardamenti della guerra, e spesso una delle vostre suore aiutava mia madre tenendomi in braccio. Immagino che quella religiosa – mentre pregava per tutti – avesse qualche speciale preghiera per me e per la mia vita. Quella custodia misteriosamente è ripresa dopo tanti anni, trovando a Roma una casa discreta e accogliente per i miei doveri romani.
Ora siamo qui per ringraziare il Signore che quest’opera ha ispirato, guidando la beata Eugenia a fondare la Congregazione il 6 dicembre 1868.
Inizia oggi un anno di lode, di riflessione e di grazia.
1. Un anno di lode.
È la lode il primo atto della vita cristiana: la lode, infatti, esprime il primato di Dio nella nostra esistenza, è la prova del discepolato, è il criterio di una vera comunità religiosa. La Madre Eugenia non fu esente da difficoltà e tribolazioni fuori e dentro la sua comunità; ma la serena affabilità che irradiava testimonia che nella sua anima primeggiava la lode. Prima delle prove – anche le più dure e persistenti – ella vedeva l’opera della bontà divina. Se i pesi persistevano, sapeva che la fedeltà di Dio era comunque più forte e certa. Non cedeva al lamento e al ripiegamento, perché sapeva che protagonista dell’opera non era lei, ma i Sacri cuori di Gesù e della Santa Vergine.
2. Un anno di riflessione
Riflettere non vuol dire essere nostalgici, ma riandare alle origini che – essendo tali – sono sempre fresche e feconde. I tempi cambiano, la storia fluisce, le situazioni sono diverse, ma non tutto può cambiare. In qualunque Istituto religioso ci sono cose cangianti e cose essenziali come il carisma e la spiritualità: cambiare in nome del cambiamento porta a dissolversi senza accorgersi. Bisogna riflettere sulle origini non per interpretarle a proprio piacimento, ma per interiorizzarle maggiormente: per questo bisogna non solo conoscere la propria storia religiosa, ma respirarne il profumo per rinnovare noi stessi non gli altri. Solo così si può essere nel mondo senza essere del mondo; solo in tal modo possiamo servire il mondo senza esserne assimilati. Se il cristianesimo perdesse la sua differenza rispetto alle logiche del tempo, sarebbe un sale senza sapore, irrilevante e inutile.
3. Un anno di grazia
Sì, l’anno giubilare è un tempo non solo di grazie, ma innanzitutto di grazia. È la grazia di una triplice gioia. Innanzitutto della gioia cristiana, quella che non deriva dai successi terreni, ma che riposa sull’essere amati da Cristo.
Inoltre, mi riferisco alla gioia della consacrazione religiosa. Questa nasce dal calore dell’anima, che illumina e riscalda la vita. Nessuno può vivere nella freddezza del cuore: quando il cuore non sente il calore dell’amore, allora si rifugia nei fuochi fatui del mondo, rincorre il tepore delle compensazioni terrene, dei legami indebiti, dei protagonismi apostolici, dei gusti personali, degli attaccamenti camuffati da apostolato. Quando il cuore non si alimenta davanti al roveto ardente che è il cuore di Cristo e della Vergine Maria, quando non si scalda al fuoco del loro amore, allora viviamo scentrati e tutto perde significato, diventa freddo e triste.
Care Sorelle, non meravigliatevi di ciò che dico: nulla, su questa terra, è immobile. Anche le scelte più radicali e belle devono essere custodite e alimentate ogni giorno perché, come una fiamma, non perdano luce e intensità. Da qui la necessità della vigilanza, di una vita spirituale umile e costante, quella vita interiore che Madre Eugenia alimentava davanti a Gesù Eucaristia.
Infine, parlo della gioia del proprio carisma, quello della beata Eugenia Ravasco. Essere felici non solo di essere consacrate, ma di esserlo in questa Famiglia religiosa, fa parte di questo Giubileo. Ciò significa rinnovare la passione per la formazione dei ragazzi e dei giovani di quel tempo, che sono anche di tutti i tempi. La catechesi, l’oratorio, la pastorale giovanile, le forme possibili di scuola sono i gesti concreti e rispondenti a quell’anelito che non solo non è superato, ma – al contrario – è cresciuto. Le ragioni di questa perdurante necessità sono diverse da allora, ma non meno gravi e diffuse. Anzi, forse sono ancora maggiori.
Nessuno deve temere! Il fuoco dell’amore di Cristo e della Madonna è con voi: anche la maternità mite e lungimirante di Madre Eugenia è con voi. Ricordate: le vicende umane sono cangianti, ma la fedeltà di Dio e dei suoi Santi resta per sempre.
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova