Una storia che continua

Omelia tenuta nella Cattedrale di Bobbio in occasione della festa di S. Enrico
13-07-2014
 Diocesi di Piacenza-Bobbio
Memoria liturgica di Sant’Enrico
MILLENARIO
della Diocesi di Bobbio
 
OMELIA
‘Un storia che continua’
Cari Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio
Cari Fratelli e Sorelle nel Signore
 
È motivo di gioia essere con voi per celebrare il Millenario della Diocesi di Bobbio, antica e gloriosa sede episcopale, che risale al 1014 per iniziativa di Enrico II. È il santo Imperatore, infatti,  che pone all’attenzione di Papa Benedetto VIII la vivacità della comunità e della fede cristiana, qui giunta grazie alla predicazione intrepida di San Colombano e dei suoi monaci, che dall’Irlanda  giunsero con spirito missionario fin dal lontano 604. 
Ma la storia – lo sappiamo – non basta celebrarla, bisogna continuarla perché, altrimenti,  deperisce. Per questo siamo qui, e ringrazio di cuore il vostro Pastore, S.E. Mons. Gianni Ambrosio, Vescovo di Piacenza-Bobbio, per il fraterno invito. Così come saluto cordialmente S.E. Mons. Piero Marini figlio di questa nobile terra. Siamo qui, dunque, per ricordare, per ringraziare e per continuare la strada degli avi. E’ come essere davanti a un trittico.
 
1. Innanzitutto per ricordare
Vogliamo ricordare le nostre origini e le ricordiamo con gioia e fierezza, perché non sapere da dove veniamo  impedisce di  conoscere la meta del nostro andare. E questo ci fa dei vagabondi non dei pellegrini, ci rende smarriti senza direzione di marcia, senza orientamento, avvolti e schiacciati solo sull’oggi, mentre l’uomo ha bisogno di futuro per poter vivere bene il presente. Anche il museo diocesano ci aiuta a non dimenticare, a orientarci come fanno le stelle nel cielo. 
Attorno al monastero del monaco-pellegrino, come sempre accadeva, fiorì un nuovo impulso di vita e di civiltà, di cultura e di società laboriosa e fraterna. Veramente il Vangelo è sempre stato – nonostante i limiti umani – seme e fermento di un umanesimo nuovo e universale: ieri come oggi.
Su questa prima tavola del trittico, getta luce la parabola evangelica del seminatore. Essa ci ricorda innanzitutto che la fede è un seme che comunque porta frutto: si offre alla diversità dei terreni, cioè alla libertà degli uomini, ma con ostinata pazienza fruttifica. E il frutto è sempre il bene per tutti. Se qui è sorta ed ha continuato una comunità cristiana fiorente, non si è forse riversato a beneficio di tutti il buon seme di questa presenza? Oggi, a volte, c’è un clima di sospetto – a volte di esplicita accusa – verso il cristianesimo, come se fosse contrario alla felicità e alla libertà degli uomini, contrario al progresso. Ma, se guardiamo serenamente la storia, appare il contrario. Anche oggi, le nostre comunità non sono forse come innumerevoli ‘fontane del villaggio’ alle quali chiunque può dissetarsi e trovare ristoro?  Non sono forse – come un tempo l’antico monastero – delle porte a cui tutti sanno di poter bussare, trovare ascolto, accoglienza e aiuto? E questo volto materno e misericordioso non è tanto più evidente in questi durissimi tempi di crisi economica e di confusione spirituale? Il vangelo non è una serie di no come si vuol far credere, ma è un grandioso sì d’amore allo sconfinato desiderio di felicità e di vita che è il cuore umano. 
Non dobbiamo temere o lasciarci frastornare!
 
2. La seconda tavola del trittico è ringraziare
Se guardiamo la storia nella luce della fede – la storia grande dell’umanità, come quella più piccola ma decisiva di ciascuno – scopriamo che tutto è grazia perché Dio è fedele. Gesù è la fedeltà di Dio, potremmo dire la fedeltà fatta carne: per questo anche gli eventi che non comprendiamo o che sono come delle righe storte scritte dagli uomini,  diventano motivo di grazia, scrigno di bene, sorgente di speranza. Solo una visione alta ci permette di intravedere un disegno più grande e di salvezza, nonostante storture e  errori, nonostante il mistero del male radicale e dei mali del mondo. Il cantico del Magnificat, sgorgato dal piccolo resto di Israele, dal popolo dei piccoli e dei poveri che la Santa Vergine riassume nel suo cuore, ci insegna che cosa voglia dire rileggere la storia con gli occhi di Dio, con la fede che si affida a Lui. Se ci crediamo onnipotenti e non piccoli, padroni e non ministri, arroganti da pretendere una autonomia  sciolta da legami morali e da relazioni virtuose; se – come oggi – ognuno vuole essere norma esclusiva e gelosa di se stesso a prescindere, allora sarà difficile cantare il Magnificat. I potenti della terra, infatti, non vedono altro che il proprio potere, spesso sdegnosi di cogliere e di appellarsi alla mano di Dio. Ma, rifiutando la luce della fede, viene meno lo stupore di fronte al mistero dell’uomo e alle meraviglie della grazia, si spegne il canto della gratitudine e il calore della gioia. Tutto diventa grigio e triste.          
            Siamo noi delle comunità che ringraziano Dio e i fratelli? Oppure tutto sembra dovuto e scontato? Siamo forse comunità senza memoria, dimentichi di chi ci ha preceduto? Non parliamo solo di San Colombano e di Sant’Enrico, ma anche di tutti i Vescovi che qui hanno donato se stessi per il loro popolo. Per lo speciale rapporto di Bobbio con Genova non posso non ricordare Vescovi come Sant’Antonio Maria Gianelli, Mons. Pietro Zuccarino, Mons. Giacomo Barabino, il Cardinale Giuseppe Siri, prima Amministratore Apostolico e poi Arcivescovo di Genova Bobbio. 
Anche qui la parabola del seminatore ci illumina. Infatti, nella narrazione evangelica, dopo la fatica generosa del giorno, il seminatore va a riposare lieto e grato. Sì, non solo perché ha fatto bene il proprio dovere, ma perché sa che il seme ha una sua forza propria, racchiude in sé una potenza misteriosa che non deriva dagli uomini, ma che viene da altrove, dall’alto. La fede ci chiama ad una vita coerente e ad una missionarietà generosa, così come il Santo Padre Francesco continuamente ci invita e ci dà esempio: una ‘chiesa in uscita’ dice con un’immagine incisiva. Ma nello stesso tempo, la fede ci assicura che non siamo soli nel campo del mondo: ci accompagna la forza di Gesù, il suo Vangelo e la sua bellezza. Per questo il cristianesimo è gioia e  gratitudine: il Signore vuole l’impegno generoso, il desiderio sincero della santità, ma non vuole l’ansia e la paura.
 
3.     La terza ed ultima tavola del nostro trittico è ‘continuare’
             Continuare cosa? La strada che comincia con San Colombano e che – attraverso i secoli – giunge fino a noi. E’ una storia che porta l’eco della sua voce, ma anche di quella dei monaci, dei Pastori che si sono succeduti, e di una moltitudine che nessuno può contare: sono partiti  da lontano e sono arrivati fino a noi. E’ questa la nostra sorgente, e noi  siamo il torrente. Staccarci da quella sorgente significa diventare un torrente secco, cioè non essere più ciò che siamo. E’ ciò che accade oggi nel nostro povero occidente: crede di essere emancipato e adulto, ma in realtà è decadente. Crede che la sua forza si misuri sull’ economia e l’organizzazione – anche queste per altro deboli e scombinate -, mentre invece la sua bellezza e la sua  forza è la sua cultura, il modo di vedere la vita, quell’umanesimo che nasce dalla fede cristiana di cui dovrebbe essere debitore al mondo. Esso si sta staccando dalla sua sorgente e quindi tutto si sta trasformando: forse in meglio? Vuole costruirsi mettendo Dio alla periferia, ma i risultati? Ha paura di riconoscere pubblicamente che la persona ha anche una dimensione religiosa privata e pubblica, ha un codice di comportamenti che sono universali. Sta facendo dell’uomo  un individuo esasperato, solo con stesso e separato dagli altri; libero di decidere tutto, tranne che cantare fuori dal coro dominante e interessato. Ma un uomo così è più felice? Dalle cronache non sembrerebbe. In occidente è in atto una ‘mutazione antropologica’,  dove si vuole ridefinire l’alfabeto dell’umano, cioè le evidenze di base come la vita e la morte, la famiglia, il concetto di amore e libertà. Ci si nasconde dietro a principi solenni di autonomia, ma – se si guarda dietro le quinte – si intravedono le facce dell’economia, dove impera il profitto e il potere.
 
Cari Amici, dicendo queste cose non ci allontaniamo da ciò che stiamo celebrando; al contrario, mille anni di storia cristiana in questa terra ci richiamano al presente, per giudicare l’esito delle cose: la fede ci ha portato bene e serenità, speranza e comunione. Dove ci sta portando il taglio della cultura dalla sua fonte? 
Vivere oggi tocca a noi, vivere il nostro tempo con passione e responsabilità, con intelligenza e coraggio: San Colombano ha detto dei sì e dei no con la testimonianza della vita e la chiarezza della parola. Non ha cercato il consenso, ha cercato la verità, non si è preoccupato di sé, e la verità si è presa cura di lui. Ecco cosa vuol dire ‘continuare’ una storia nobile e bella. Essa ci è oggi riconsegnata e tutti, Popolo e Pastori, l’ accolgono con gioia e gratitudine per continuarla, arricchirla, per consegnarla ai giovani affinché non vivano smarriti e annoiati, illusi di essere più liberi ma in realtà manipolati da un pensare unico, disumano e sfruttatore.
 
San Colombano ci benedica. La santa Vergine Assunta, a cui è dedicata questa suggestiva cattedrale, ci guardi. E i Santi Pietro e Paolo ci aiutino ad essere intrepidi discepoli di Cristo Signore per portare frutti buoni per il mondo.