“Tornare al centro”

Omelia pronunciata in Cattedrale nella Santa Messa Crismale
30-05-2020

Arcidiocesi di Genova

OMELIA

“Tornare al centro”

Santa Messa Crismale

 

Cari Confratelli nell ‘Episcopato, nel Sacerdozio e nel Diaconato Ho molto desiderato incontrarvi attorno all’altare: la Messa crismale è il momento liturgico più significativo che rende visibile il mistero della Chiesa stretta attorno al Risorto, Luce delle genti (cfr LG 1). La vicinanza della comunità attraverso i media non sostituisce la presenza fisica, ricorda però che siamo uniti nella fede, costituiti Corpo mistico di Cristo, suo Popolo.

 

  1. La pandemia

Il tempo di pandemia è una sciagura che tocca la nostra umanità e la nostra pastorale. Tutti abbiamo pensato e pregato, e abbiamo sofferto per l’impossibilità di incontrarci di persona. Questo ci ha ricordato che se ognuno è unico e irripetibile; senza gli altri, però, è povero e incompleto. Non possiamo essere assorbiti dagli altri, ma senza gli altri non siamo neppure noi stessi. In ognuno è presente una storia fatta di volti, e solo dentro a questo intreccio di unicità e di incontro possiamo essere ciò che siamo. Isolarci dagli altri, selezionare le relazioni per evitare inevitabili fatiche, non ci preserva da difficoltà e delusioni, e ci fa perdere noi stessi. Non è questione di maggiore efficienza o di migliore organizzazione, ma del nostro essere uomini e Pastori secondo il disegno di Dio. Grazie per come avete vissuto questi mesi: quando le forme sono umili e sobrie, la gente vede e apprezza.

 

  1. Tornate a me con tutto il cuore

Anch’io ho riflettuto su ciò che stavamo vivendo, e ho pensato che il Signore ci invita a tornare a Lui con tutto il cuore (cfr 1s 44,21ss): ognuno desidera Dio, ma anche sappiamo di avere sempre bisogno di conversione. Questa consapevolezza non deve diventare un alibi per assestarci, ma deve essere uno stimolo per camminare con Dio verso Dio, aiutandoci come fratelli a seguire Gesù, ad essere Pastori secondo il suo cuore: è questo il primo scopo della fraternità presbiterale.

Mi hanno guidato due parole di Gesù: “Ne scelse dodici perché stessero con lui” (Mc 3,14), e “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco” (Mc 6,31). Il Maestro non dice “andate a riposarvi”, ma “venite”: è l’andare con Lui, lo stare con Lui il nostro vero riposo. il recupero di energie interiori. Lontano da Lui vi è solo un riposo affannato. Cari Amici, è qui la sorgente della conversione, l’antidoto alla mediocrità che ci insidia, il principio dell’ eroismo quotidiano, la fonte della vera gioia; è qui l’identità del sacerdozio; è qui il Roveto ardente di Dio, il fuoco della carità che ci spinge ad amare le anime, l’umanità, il mondo; è il criterio e il perché di ogni servizio che solleva le sofferenze del corpo e dello spirito in un tempo di crescente povertà. Fuori da uno sguardo soprannaturale tutto diventa più difficile e stancante perché viene a mancare l’orizzonte e il respiro: veramente, senza il grande Bene, ogni bene si rimpicciolisce.

 

  1. Una fede più grande

Tutti noi abbiamo ricevuto l’inestimabile dono della fede; come Sacerdoti siamo maestri della fede, ma come testimoni dobbiamo essere uomini di fede. E’ un’altra cosa! Dobbiamo, cioè, pensare non secondo il mondo, ma secondo il pensiero di Dio, e il pensiero di Dio è Cristo: quello che dice e come vive. Gesù è venuto per portare la vita al mondo, per liberarlo dal male radicale che è il peccato, fonte di tutti i mali, è venuto a portarci la vita della grazia, la vita di Dio, il suo Spirito di luce e di amore. Perché questo accadesse, ha abbracciato la volontà del Padre fino alla fine, fino al dono supremo della vita, facendo della sua morte la porta spalancata sull’ eternità beata, e della croce il ponte sul quale Dio scende fino all’uomo e l’uomo sale fino a Dio. La fede abbraccia tutto l’umano, la creazione intera, e per questo genera un modo diverso di pensare e di vivere, un andare contro le opinioni dominanti non per essere contro, ma per annunciare il mondo diverso che ogni cuore desidera e che inconsciamente cerca e spera. E’ questo il Regno che Gesù annuncia e inaugura nella sua persona.

  1. L’uomo, la grande domanda

Nella profondità della coscienza, vi è un intreccio meraviglioso e drammatico, un incrocio che è come la dimora di ogni Pastore: è un impasto di libertà personale e’ di responsabilità, di insoddisfazione e di anelito, di dimenticanza e di memoria, di silenzio e di parola, di paura e di ricerca, di nostalgia e di invocazione. Torna alla memoria l’immagine evangelica dei molti terreni arido, sassoso, pieno di rovi, inquinato, sano e buono – che non sono solamente fuori di noi, ma sono compresenti in ciascuno. In una parola, Dio ci ricorda che la vita terrena è come una scintilla nell’oscurità, e che l’essere umano è simile ad un mistero insolubile e tragico: quanto più passa il tempo, tanto più cresce l’evidenza che Dio ha creato l’uomo come una domanda e un desiderio, e che Dio non è una “prova”, ma “evidenza”, è semplicità assoluta. Proprio per questo, di fronte alla nostra complicazione, appare come un inebriante mistero. Sì, l’uomo è una grande domanda perché la sua finitezza è modellata sull’infinito del Verbo eterno. L’uomo moderno è distratto da se stesso, da ciò che è, dall’ascolto delle voci interiori: spesso non è lui che si distrae, ma è il mondo esteriore, la cultura effimera che fa di tutto per distrarlo dalla verità del suo cuore. Egli galleggia in una permanente azione di depistaggio che si serve delle apparenze per oscurare la realtà, delle bugie per coprire la verità, delle soddisfazioni effimere per assopire il bisogno di pienezza, delle comodità per impedire l’eroismo che si chiama santità, della derisione di tutto ciò che è non è omologato, dell’emarginazione per piegare ogni resistenza. Dentro a questo incrocio esistenziale, Gesù ci ha chiamati e ci ha posti come ministri della grazia, segno di speranza e piccolo riflesso della luce divina. Non ci ha mandati nel mondo per predicare le nostre idee, per affermare noi stessi, o per incantare con estrosità, ma per annunciare Lui e quanto ci ha insegnato (cfr MI 28,16ss). Missione impossibile? Dobbiamo vivere schiacciati dai nostri limiti? Ma avere paura dell’impossibile significa che contiamo sulle nostre forze, che pensiamo che l’opera sia nostra anziché di Dio, che dimentichiamo che Gesù è con noi fino alla fine del tempo (id).

  1. Tornare al centro

Carissimi Confratelli e figli, è questa una grande ora: Dio ci chiama all’essenziale di noi stessi, del sacerdozio, della pastorale. Ciò non significa prendere le vie più facili, al contrario, vuoI dire tornare al centro, e il centro è in salita perché la montagna è Cristo crocifisso e glorioso. Egli perdona tutto, ma non concede niente: la via degli sconti non è quella del Vangelo: questa è la via del perdono, della grazia e della salvezza. Tornare al centro vuoI dire anche ricentrare la pastorale, aiutare le nostre comunità a riscoprire il dono della fede e la bellezza della vita cristiana: la bellezza non è un passatempo, ma l’insieme della verità e dell’amore. Tornare al centro vuoI dire riscoprire che la comunità non è un progetto umano litigioso, ma è Cristo che ci salva e ci chiede di sottometterci alla sua volontà, alla sua potestà salvatrice: obbedire a Lui è regnare, e la sua signoria su di noi è essere salvati. Solo delle comunità che respirano Gesù – senza interpretazioni o sofismi – potranno essere lievito nella storia, piccola zattera di speranza per l’uomo turbato del nostro tempo. Non saranno le nostre organizzazioni, i programmi, le risorse decrescenti, la cultura, le doti personali, i numeri, che salveranno il mondo, ma il nostro sguardo fisso a Gesù, la docilità alla sua parola, l’affidamento fiducioso a Dio: “Padre, per loro io santifico me stesso, perché anch’ essi siano santificati nella verità” (Gv 17.19). E’ dunque questo il primo e più importante atto pastorale, la nostra santificazione, affinché coloro che ci sono affidati siano santi. La verità, il suo annuncio, oggi costano il sangue dell’anima, sono una sorta di moderno martirio spesso senza l’aureola della comprensione e tanto meno dell’ammirazione. Ma è di questo che l’umanità ha bisogno: sapere la verità di chi è l’uomo, e di come vivere per giungere alla Meta. E la verità ha il volto di Cristo.

Maria Santissima, la Grande Madre di Dio e nostra, con Gesù è promessa e primizia, è la stella del mattino: a volte le nubi velano l’alba del nuovo giorno, ma il sole c’è, e non può fermarsi.

Angelo Card. Bagnasco

 Amministratore Apostolico di Genova