Te Deum

Discorso alla Città in occasione del Te Deum di ringraziamento a fine anno
31-12-2012
Genova, Chiesa del Gesù,
31 dicembre 2012
Cari Fratelli e Sorelle

1. “Non il vivere è da tenere in massimo conto, ma il vivere bene. E il vivere bene non è altro che il vivere con virtù e con giustizia (Platone, Critone, 48 B). Le parole di Platone esprimono la sapienza umana, la luce della ragione quando questa vola alto nel cielo della verità e non si piega a interessi personali o a ideologie che deformano le cose, noi stessi, la vita. Ma Dio stesso, Sapienza eterna, è venuto in soccorso all’uomo che cerca il senso del tempo e della sua esistenza, e ne ha rivelato il valore e il destino. E’ Lui, infatti, che risponde alla perenne e universale domanda che il libro del Qoelet formula inesorabile: “Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?” (Qoelet, 1, 3). A questa interrogazione a cui nessuno può sfuggire – e quando l’uomo non se la pone, già mostra di avervi purtroppo risposto! – è il Signore Gesù, Sapienza del Padre, che offre la luce: “Quale vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Mt 16, 26). In altre parole, Cristo ci ricorda che siamo dei pellegrini verso l’eternità, che non siamo un nucleo di cellule destinate a decomporsi e a sparire, ma dei pellegrini verso l’eterno; siamo una realtà straordinaria perché nella nostra materia vi è la luce dello spirito immortale, immagine e somiglianza del Creatore; una realtà drammatica perché non siamo determinati come gli altri esseri, ma liberi delle nostre scelte, capaci di dire di sì o di no, nel bene e nel male che hanno radice in Dio che ci ha creati e ci ama.
Ecco, cari Amici, quello che dobbiamo tenere presente come criterio del nostro pensare, del fare i nostri bilanci personali, quelli che – prima ancora che le borse – riguardano il senso e il peso di ciò che siamo e di ciò che facciamo. Al termine dell’anno siamo qui per questo, secondo antica tradizione, per aiutarci a fare un momento di verifica davanti a Dio, per ringraziarLo e invocarLo, come sempre ospiti di questa splendida chiesa dei Padri Gesuiti, che salutiamo e ringraziamo con stima e affetto.

La nostra Diocesi

2. Il primo sguardo va all’anno trascorso nella Diocesi. Il pensiero corre ai nostri amati Sacerdoti: sono in prima fila nelle nostre Parrocchie, nelle chiese, e ovunque c’è bisogno di loro per il bene della gente. Essi rendono visibile e quotidiana la maternità della Chiesa. A loro rendo onore ed esprimo ammirazione, poiché non di rado questa loro tenace e generosa presenza resiste nonostante gli anni, i limiti e le infermità. In un mondo che sembra frenetico e allergico alla fedeltà dei propri doveri, essi non si spaventano e non si omologano, ma sanno starci con saggezza per portare la presenza del Signore. Il cammino pastorale si è sviluppato su una duplice linea. Innanzitutto, quella ordinaria: la catechesi, la liturgia, le varie forme di carità evangelica…La vita della comunità, infatti, è come quella di una famiglia che si costruisce innanzitutto attraverso i gesti quotidiani, diventando così il punto di riferimento certo e stabile per i cristiani ma, in verità, anche per coloro che tali non si dichiarano o non sono. La parrocchia, secondo una bella immagine usata dal beato Giovanni XIII, è come la “fontana del villaggio”, e la fontana offre la sua acqua a tutti.

Nell’anno che si conclude, però, abbiamo concentrato l’attenzione in modo particolare sugli adolescenti, su quella fascia di ragazzi che, dopo la Cresima, spesso fanno fatica a continuare regolarmente nella vita della comunità. Ecco la seconda linea pastorale di quest’anno. Tutti ricordiamo la bellezza di quell’età, e le sue naturali turbolenze: impulsi, fantasie, richiami, illusioni…creano non di rado atteggiamenti di insofferenza, fanno scalpitare impazienti nonostante segreti timori e tante incertezze davanti all’avventura della vita. Visitando le parrocchie e i gruppi, vedo che gli adolescenti ci sono, e che l’immagine che si cerca di far passare – di una Chiesa come un deserto di ragazzi e giovani, come una congregazione di adulti e anziani – non corrisponde alla realtà. Ovunque, questi nostri adolescenti, simpatici e inquieti, li trovo, ci sono. I numeri non saranno grandi, ma non sono assenti. Piuttosto, dovremmo porci più seriamente il problema della nostra società genovese che è anziana; dovremmo più decisamente chiederci perché Genova è una città tra le più povere di giovinezza, tenendo conto che il sostegno economico – che è gravemente carente – non può essere l’unica spiegazione.

3. Ebbene, questa età straordinaria, che incanta e commuove, preoccupa e sfida famiglie e società, l’abbiamo chiamata a raccolta per ascoltarla. Sì, la Chiesa ha detto a questi ragazzi: venite, ho bisogno di ascoltare i vostri pensieri, il vostro giovane cuore. Ho bisogno di conoscere da voi le aspettative, i timori e le speranze; quello che voi chiedete alla Chiesa e alla società. E così è stato! In modo capillare in tutta la Diocesi, molti gruppi, insieme ai loro sacerdoti, agli educatori, alle catechiste, si sono messi al lavoro, forse inizialmente con qualche perplessità, ma poi in un crescendo di lavorio e di entusiasmo fino a produrre la cosiddetta “Carta educativa”, una carta, cioè, dove è stato raccolto in dieci piccole frasi un tracciato di formazione alla vita e alla fede. Sono dieci frasi, quasi dieci parole che rispecchiano la vera anima di questi nostri adolescenti, il loro mondo interiore. Ne sono rimasto colpito e ammirato tanto che desidero rileggerle con voi:
1. Ascoltare chi mi parla seriamente del mio futuro.
2. Dare il massimo in ciò che faccio.
3. Cercare di conoscere di più Gesù e la Chiesa.
4. Continuare ad andare a Messa e a pregare.
5. Confessarmi più spesso.
6. Imparare a conoscere gli altri anche se diversi da me.
7. Vivere con responsabilità la scuola.
8. Aiutare gli altri non solo se me lo chiedono.
9. Tenermi lontano dalle brutte compagnie.
10. Non sprecare i soldi e accontentarmi di quello che ho.

Gli adolescenti, nonostante le apparenze e certe intemperanze, sono questi! La grande convocazione al Palasport, il 22 aprile scorso, ha visto un popolo di ragazzi allegri e chiassosi, ma capaci di grande serietà e attenzione, consapevoli che la vita è cosa magnifica e seria, che bisogna prepararsi, che ci sono persone che hanno più esperienza di loro e che vogliono ascoltare, ma che bisogna saper distinguere gli adulti seri e sinceri, dai ciarlatani.

4. Abbiamo poi cominciato l’Anno della fede, voluto dal Santo Padre Benedetto XVI per tutta la Chiesa, in occasione del Cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II e del Ventesimo del Catechismo della Chiesa Cattolica: “la questione di Dio – scrive il Papa – è, in un certo senso, la questione delle questioni. Essa ci riporta alle domande di fondo dell’uomo” (Benedetto XVI, Udienza all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per i laici, 25.11.2011). E quali sono queste domande di fondo? “In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo. Non solo l’uomo si affligge al pensiero dell’avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre – così dice il Concilio – (…) ciascun uomo rimane a se stesso un problema insoluto, confusamente percepito” (Conc. Vat. II, GS, 18, 21). L’Anno della fede riguarda dunque innanzitutto i credenti, perché non si può dare per scontata la fede: diventa tiepida e insipida, incapace di dare sapore e smalto all’esistenza e di essere testimone. Ma si tratta anche di lasciare che l’ansia dell’evangelizzazione bruci i nostri cuori; l’ansia di portare a tutti la gioiosa notizia di Dio che ama l’uomo e lo salva con la luce di Cristo. Solo una fede rinnovata, fortemente pregata e tenacemente vissuta, potrà diventare contagiosa e convincere il mondo che la fede è bella, che essere cristiani è gioia. Purtroppo, da più parti assistiamo al fenomeno grave dell’intolleranze religiosa fino alla persecuzione e al martirio di tanti fratelli nella fede. Secondo la stima di un Osservatorio austriaco, nel mondo circa cento milioni di cristiani sono esposti a discriminazioni e persecuzioni a causa della loro fede, e purtroppo non accade solo fuori dall’Europa. Mentre rinnoviamo la nostra preghiera e la vicinanza, ci chiediamo perché. I fattori sono certamente molteplici, ma uno li raccoglie tutti: il secolarismo sta riuscendo a destabilizzare le fondamentali comunità umane, i punti naturali e universali di riferimento, e si ingegna a minare dal punto di vista giuridico sia il matrimonio che l’istituzione familiare. In sostanza la comunità cattolica, con il suo ordine di valori, è l’unico ostacolo significativo rispetto al processo di secolarizzazione che vuole costruire una società senza Dio, senza la dimensione della Trascendenza, con un’etica sottomessa al relativismo delle circostanze e delle convenienze. In una società senza ancoraggi oggettivi e universali, ma liquidi, i vari poteri dominano e l’uomo resta in balia dei più forti. La Chiesa non ha da affermare se stessa, ma da difendere l’uomo, nella sua dignità, soprattutto se più debole e povero. E’ questa la ragione unica di ogni suo intervento.

5. Mentre viviamo l’Anno della fede con i diversi appuntamenti e forme, già pensiamo al prossimo anno pastorale (2013-2014), nel quale l’obiettivo principale sarà la famiglia. Se nell’anno che si chiude abbiamo interrogato gli adolescenti, come segno di affettuosa simpatia e primaria attenzione, sarà poi la volta dei papà e delle mamme, dei nonni: cioè della famiglia nel suo sorgere e nel suo crescere, nella delicata e magnifica missione di educare i figli.

Uno sguardo sulla Città

6. Uno sguardo, ora, sulla Città. Che l’animo della nostra gente sia pieno di dignità e di riserbo è noto e, dentro alla stretta della crisi, ancora una volta si è rivelato un fatto concreto. Forse, questa grande ricchezza spirituale e morale deve vincere la tentazione di rinchiudersi in se stessa, di lottare da sola contro le avversità, di non creare reti virtuose e feconde. Dietro a tale patrimonio non deve mai nascondersi la rassegnazione di nessuno, ma, al contrario deve sprigionarsi quella fierezza di appartenenza ad una Città e a una storia che non è passata, ma solo ha bisogno di ali, di nuovo slancio. Ha bisogno che tutti ci crediamo con convinzione e passione. Passione e convinzione che – a dire il vero – esistono in tanti che, con ruoli diversi, fanno di tutto per non chiudere il lavoro, per crearne di nuovo; che vanno in giro per il mondo a seminare credibilità e trovare occasioni per noi e per il Paese, mantenendo la produzione diretta e indiretta. Vediamo lavoratori che si stringono di più gli uni agli altri, che si sostengono in modo intelligente e generoso, giovani che non si arrendono e hanno fiducia nel domani, sposi che generano figli senza pretendere di pianificare tutto, famiglie che mettono insieme risorse non solo economiche, ma innanzitutto di intelligenza e di cuore, energie spirituali e morali, che sono la base indispensabile per affrontare ogni ostacolo: sì, sapere che non si è soli, sentire l’amore e la fiducia dei propri familiari, genera fiducia in se stessi e speranza nel futuro. Patrimonio, questo, senza il quale tutto inesorabilmente si ferma e deperisce.

7. La Chiesa, nella presenza capillare delle sue 278 Parrocchie, delle sue comunità, dei 35 centri di ascolto, dei Religiosi e delle Religiose, dei movimenti e associazioni, di tantissimi volontari, è doverosamente presente. Negli ultimi tre anni le richieste sono aumentate del 30%, e l’80% di chi bussa alla porta ha il carico della famiglia. E’ indicativo anche il fatto che il 70% degli interventi in denaro va a sostenere i costi dell’abitare: affitto, amministrazione, bollette. E ciò significa che, insieme all’occupazione persa o mai trovata, la casa resta un punto vitale e oggi nevralgico. Le 22 mense e la decina di dormitori cercano di far fronte – sempre in modo insufficiente – ai bisogni primari per la sussistenza, che però ha necessità di trovare lo sbocco nel lavoro e nell’alloggio. La generosità di tante persone ed enti, nonché la provvidenza dell’8%, sostengono quella rete sociale che nasce dal Vangelo e dall’amore a Cristo, e che innerva la comunità degli uomini.
Com’è noto, la Chiesa non ha ricette di politica, né è il suo compito; ma ha il dovere di ricordare alla società distratta i valori fondamentali che, affermati dal Vangelo di Cristo, sono radicati nella natura umana: il diritto irriducibile alla vita sempre e dovunque, la necessità incomparabile della famiglia naturale, la libertà religiosa e educativa senza intolleranze ideologiche e totalitarie, sono il fondamento indispensabile che garantisce ogni altro diritto oggi tanto più sentito come il lavoro, la casa, la salute, lo stato sociale, la giustizia e l’equità. Un corpo sociale che non garantisce coloro che non possono difendersi perché non hanno ancora volto e voce, oppure questa l’hanno persa, come potrà sostenere le altre fasi deboli dell’esistenza umana?

8 C’è bisogno di un grande rilancio nella direzione dello sviluppo e della crescita: è noto che, non potendo ormai prescindere dal resto del mondo, bisogna ripensare anche il lavoro, ma la via per non morire è crescere, e per crescere – in ogni campo – bisogna migliorare più degli altri, bisogna innovare. Contro la forza di Golia – potente e sicuro di sé – il piccolo Davide ha vinto con la sua agilità e scaltrezza. Fuori dell’immagine biblica, è l’eccellenza, la crescente perizia, la rapidità dei tempi, la certezza degli adempimenti, la capacità di progettare propria della nostra Città e riconosciuta nel mondo, la strada da battere con convinzione e tempestività. Ma anche con “leggerezza”! Sì, con “leggerezza burocratica”, senza rimanere impigliati e scoraggiati nelle maglie così fitte delle reti normative da dover alla fine rinunciare, perché i treni in corsa non aspettano nessuno, né a Genova, né in Italia né tanto meno all’estero. La crisi può aiutare in questa opera di semplificazione possibile e doverosa. Bisogna anche superare la diffusa cultura del sospetto, per cui si tende a guardare chiunque chieda lavoro, o voglia portare lavoro, come se fosse un attentatore alla pubblica tranquillità – quale tranquillità? – oppure un losco approfittatore da contrastare in ogni modo fino allo sfinimento. L’essere contro “a prescindere” è sempre stato un insulto all’ intelligenza. La cultura del sospetto genera invidie e trappole, veti e ritardi immotivati: bisogna liberarsi e declinare la dignità e il riserbo del nostro animo genovese in forme di cordiale accoglienza, di intelligente difesa delle proprie capacità lavorative, di messa in rete di energie e risorse grandi e piccole. Se non tutto è possibile in termini di riuscita e di successo, di aspettative e di soddisfazioni personali e collettive – come forse ci si è illusi negli anni – è possibile però andare contro corrente e risalire la china, lieti di uscirne insieme più stretti e migliori.
A questo proposito, un grande patrimonio della Liguria è la presenza della piccola e media impresa. Non si vive solo di “grande cose”, ma anche di “piccole”: la vita ci insegna l’equilibrio e l’apprezzamento di tutto ciò che è buono. Ma sempre più bisogna pensare a forme – peraltro già esistenti – di rapporti, di intese, di accordi, per far fronte ai cambiamenti senza subirli sperando che la notte passi, ma affrontandoli come il piccolo Davide.

9. Come non guardare ancora una volta, cari fratelli e sorelle, alle famiglie e ai giovani? Della straordinaria e irripetibile realtà della famiglia ho già accennato. A Genova ci sono molti anziani e per di più soli: ciascuno di loro interpella la dedizione di tutti: una visita regolare, un aiuto assicurato, un momento di svago, un servizio in casa…a volte basta poco per fare molto. Ognuno ha la sua storia che forse vuole raccontare, storia che solo Dio conosce fino in fondo. Ma sappiamo che i giovani bussano alla porta del mondo del lavoro con vigore e aspettativa: sanno che devono non perdere nessuna occasione, ma le occasioni devono esserci e ne hanno il diritto perché senza lavoro non c’è progetto, non c’è famiglia e vita. Nella nostra Città è l’ora che il lavoro abbia il primo posto nei pensieri di tutti, perché senza non esiste futuro per nessuno. Salvarsi da soli è illusorio, prima o dopo si affonda tutti. Ma noi amiamo Genova! Quanta gente da tempo compie seri sacrifici! ma vuole, pretende, che nulla vada perso e che trovi un risultato vero e rapido!
Cari Amici, grazie per la vostra presenza questa sera. E’ una testimonianza di unità religiosa e civile. Alziamo il capo! Lo eleviamo a Dio per ringraziarLo dei suoi doni; lo eleviamo verso la Santa Vergine che la Chiesa celebra nel primo giorno dell’anno. Sia Lei, la Grande madre di Dio e nostra, colei che ci incoraggia e con la sua forza materna sostiene i nostri passi; quelli dei giovani e degli anziani, delle persone sole e delle famiglie, della nostra Diocesi e di Genova. Amen

Angelo Card. Bagnasco