Te Deum di fine anno 2014

Discorso tenuto il 31 dicembre 2014 nella Chiesa del Gesù per il tradizionale Te Deum
31-12-2014
Arcidiocesi di Genova
Te Deum di fine anno
Giovedì 31.12.2014
 
Cari Amici
siamo qui per concludere l’anno davanti al Dio del tempo e della storia. Egli è tra noi, Egli è con noi e mai ci abbandona. Lo ringraziamo delle luci, Gli chiediamo perdono  per le debolezze, ne  invochiamo la benedizione. Le tribolazioni non mancano nella vita, ma non devono impedirci di riconoscere il bene sempre presente.
1.    Il primo pensiero corre alle recenti alluvioni che hanno nuovamente flagellato Genova: la preghiera va per le vittime che hanno perso la vita, e per quanti – sono molti! –  hanno perso attività e sostentamento, sono stati tentati dalla disperazione,  si sono sentiti soli con l’incertezza del futuro.
      Abbiamo assistito, ancora una volta, allo spettacolo della solidarietà di tanti, giovani e adulti, che hanno aiutato a non lasciarsi andare, a reagire: In qualche momento anche a sorridere. I Parroci delle parrocchie colpite erano in trincea, da pastori che conoscono la loro gente, che sono conosciuti e stimati, sentiti padri ed amici. La generosità della Diocesi si è materializzata con un’opportuna raccolta di fondi, e sono stati distribuiti un milione e cinquecentomila euro. Così si sono mossi altri soggetti. Ciò va detto per nessun altro motivo se non quello di riconoscere il bene che si mette insieme, di dire  ammirazione e gratitudine. Soprattutto, giunga l’incoraggiamento a non cedere alla sfiducia e all’individualismo. Insieme è possibile! L’onda fangosa e distruttrice è passata, l’onda buona della prima ora è giunta con l’aiuto di tanti; ora è necessario che chi ha responsabilità pubblica corra ai ripari in tutti i modi possibili, con i fatti concreti delle opere pubbliche, con interventi diretti e indiretti a favore delle persone e degli esercizi colpiti. Si tratta di ricominciare. Un solo caso di resa è una sconfitta per la Città.
2.         La nostra Diocesi sta lavorando per il secondo anno sulla famiglia, grembo della vita, palestra di umanità, di fede, di virtù civili, base della società e dello Stato. Essa è il primo spazio di libertà dove si impara a vivere tra generazioni e generi diversi:  è il crogiuolo dove i ruoli, età, generi, culture, esigenze e bisogni, si incontrano e si incrociano, formano un microcosmo nel quale non solamente si cresce insieme mescolando senza confusioni le età della vita, ma anche si impara la fiducia gli uni negli altri, ci si addestra alla difficile scuola della libertà e dell’amore. Dove si tocca con mano che essere liberi non è fare ciò che si vuole ma scegliere il bene nella verità; e che amare non è sentimentalismo sognatore, ma dono di sé, impegno coraggioso, dedizione fedele, sacrificio. Per questo la famiglia, la libertà, l’amore, sono esperienza di gioia. Abbiamo così, anche in questo modo, la grazia di accompagnare la celebrazione del Sinodo che il Santo Padre Francesco ha voluto sulla famiglia con un’ampia partecipazione del Popolo di Dio.
3.         Nello stesso tempo, vogliamo ricordare con gratitudine l’Anno speciale che il Papa ha stabilito per tutta la Chiesa: l’Anno della vita consacrata. Le persone – uomini e donne – che sono chiamate alla vita di speciale consacrazione tramite i voti di castità, povertà e obbedienza, sono un grande dono di Dio. Anche la nostra Diocesi è beneficata dalla loro presenza e dai loro carismi: sono più di centotrenta gli Ordini, gli Istituti, le famiglie di consacrati che – come una fitta rete di luci – arricchisce la nostra comunità cristiana e serve tutti con la preghiera, la parola e l’azione: dalla contemplazione all’educazione,  dalla carità del corpo a quella dell’anima con la confessione, la parola e il consiglio,  dalla sanità all’accoglienza, dalle parrocchie alle associazioni e ai gruppi la fantasia del bene non ha confini. A loro siamo riconoscenti, e per loro preghiamo perché abbiano nuove vocazioni secondo Dio, e perché siano sempre all’altezza della vocazione ricevuta con una vita di santità.
4.         Il nostro sguardo ora si allarga alla crisi grave e perdurante che il Paese e la nostra Città stanno attraversando, e che affonda la sua lama crudele nella carne di moltissime famiglie che non arrivano da tempo alla fine del mese; di anziani che attendono le loro magre pensioni mangiando pane e solitudine; di giovani che hanno paura per il loro futuro incerto, che bussano – non di rado sfiduciati – alle porte del lavoro; di adulti che il lavoro lo hanno perso e che hanno famiglia da mantenere e impegni da onorare. Su tutto questo marasma, si staglia dunque l’urgenza che, più di tutte, si impone: il lavoro e l’occupazione.
Non basta risparmiare, non basta uno stile di vita più essenziale: questo ormai si è imposto giocoforza da tempo a chi ha sempre di meno, e non ha sfiorato chi, invece, è sempre più ricco. La forbice si allarga pericolosamente per la tenuta sociale.
Non basta inasprire il regime fiscale senza produrre nuova ricchezza e ridistribuirla equamente.
Non basta incassare se non si investe fortemente per innovare e cercare nuove eccellenze, per inventare con l’aiuto dei giovani che hanno preparazione e creatività.
Non si può pensare ad una società di servizi e rinunciare al patrimonio produttivo. Vogliamo diventare un Paese che tutto importa e nulla produce, mettendosi alla mercé di imperi e monopoli internazionali? Se non si produce non ci si può servire di servizi, poiché questi, naturalmente, costano. Vogliamo diventare un Paese di turismo, di assistenza agli anziani per le nostre inestimabili bellezze?
Non basta tappare i debiti – più o meno voraginosi – vendendo i gioielli di casa frutto della  intelligenza e della lungimiranza dei nostri padri, perché – ripianati i debiti (se si riesce a ripianarli) – si resta con niente in mano – né strutture né professionalità – in balia di chi guarda all’Italia come ad una preda succulenta e ambita, da spolpare. Alla fine di queste operazioni di vero azzardo, si resta con dei pezzi in mano, pezzi che – scollati gli uni dagli altri – diventano sempre più deboli per essere azzannati in un secondo tempo. L’Europa deve stare attenta, perché – nello scenario mondiale – ciò che rischia oggi l’Italia, domani toccherà a lei. Dove vogliamo arrivare? Che cosa vogliamo dimostrare? A chi dobbiamo rispondere? Chi deve vigilare e decidere dentro ad una visione d’insieme rispettosa, lungimirante e coerente?
L’arma migliore per tale scellerate operazioni è quella di screditare le nostre capacità, la laboriosità e l’onestà. Più si discredita, più il prezzo diminuisce e l’affare è conveniente. In questo meccanismo autolesionista noi siamo campioni a tutti i livelli,  con costumi di corruzione che sono indegni per i protagonisti accertati, e fanno male all’immagine del Paese. La differenza, che spesso si registra con altre Nazioni, è che queste i panni sporchi li lavano sì, ma in casa. Sembra invece che noi amiamo appenderli su tutti gli stenditoi del pianeta per giorni e mesi. L’amore per la verità non mi sembra esiga questo, e la coesione sociale vale più del profitto.
Non basta razionalizzare, parola elegante per non dire licenziare. E’ vero che dobbiamo coniugare la cultura dei diritti con la cultura dei doveri. Ed è vero che nella cultura occidentale la cultura del lavoro è mutata: bisogna prenderne atto realisticamente e trarne insieme le conseguenze. I nostri giovani e meno giovani – quest’anno più di ottantamila sono andati a lavorare all’estero ‘ lo sanno bene! Ma bisogna fare estrema attenzione perché tutti siano accompagnati e sostenuti in quello che è necessario per non perdere la propria dignità, il lavoro.
Non basta stare alla finestra e  guardare come andrà a finire il sistema Paese, o il sistema Città. La media borghesia ha lavorato bene ma ha forse trascurato la politica. Non è certamente facile fare politica: sempre, nella storia, metterci la faccia crea problemi e dissensi. Se un capace e onesto imprenditore entra in politica, necessariamente deve prestare attenzione e energia innanzitutto alla cosa pubblica non a quella sua privata. E forse potrà avere, domani, qualche difficoltà in più a causa di scelte dovute alle sue responsabilità politiche. Ma allora che cosa fare? Facciamo tutti come le stelle che stanno a guardare?
Entrare in politica, però, non è l’unico modo per mettersi in gioco per perseguire il bene comune di una Città o di un Paese. Basta cercare veramente il bene comune e non medaglie o prebende. C’è la via di tutti, quella di fare ognuno bene – con onestà, sacrificio  e competenza – il proprio dovere di lavoratore e di cittadino. Ma ci sono anche altre vie, quella ad esempio di investire i propri onesti capitali: i denari ci sono, e non pochi, ma gli investimenti sono scarsi. E allora chi ha potere guarda lontano, fuori dal Paese, alla ricerca di chi ha e che vuole. Non ci possiamo allora lamentare! Non si tratta di fare degli oboli a nessuno, ma di metterci la faccia e qualcos’altro, avendo le doverose garanzie di serietà, correttezza e celerità dei pubblici poteri. Esiste l’onestà dei singoli e delle aziende, ma esiste altresì l’onestà dello Stato e della burocrazia, come di ogni altro legittimo potere, che non può mai voler affermare se stesso, ma unicamente la giustizia sociale. Sono convinto che sarebbe sufficiente che un gruppo di persone di capacità e risorse, si mettesse attorno a un tavolo con cuore aperto, si parlasse, si mettesse a disposizione, e alcuni problemi   potrebbero prendere un’altra piega con beneficio dei lavoratori, della Città e del Paese stesso. Faccio appello a queste persone!
5.         Cari Amici, non lasciamoci rubare la fiducia; non lasciamoci demoralizzare dalle difficoltà. Stiamo insieme, camminiamo insieme. E neppure lasciamoci avvilire dai cattivi esempi di malaffare e di corruzione. Sono da deprecare e, se accertati, sono da perseguire con rigore. Ma non lasciamoci deprimere né suggestionare come se loro fossero i furbi, e il popolo degli onesti fosse una massa di illusi che non ha capito come gira la vita. Alla disonestà dobbiamo reagire con una onestà più fiera, una professionalità più convinta, una laboriosità più generosa. E’ questo il modo più costruttivo per reagire al male, con un bene più grande.  Nella Visita che ho fatto alla Diocesi, e che è durata sei anni, ho visto i miracoli della fede e della bontà; ho visto il volto dell’eroismo dei semplici, del nostro popolo, e ne sono rimasto commosso. Ho incontrato tutte le parrocchie, dialogato con tanti volontari del servizio, visitato le comunità di vita consacrata; nell’incontro con i poveri e i malati ho toccato la carne del Crocifisso. Nella memoria del cuore è vivo anche l’incontro con i carcerati, gli immigrati, i giovani e i docenti di tante scuole, cattoliche e statali, che gentilmente mi hanno permesso di entrare nelle loro aule. Ho pregato, parlato e pianto con gente che apriva il cuore al Pastore. Ho visto moltissimi occhi che traguardavano il mio volto cercando ben altro sguardo, quello di Gesù. Ho visto il mistero di ciascuno, e ho cercato di leggere quanto Cristo ha scritto in ogni anima. Ovunque ho visto bontà umile  e generosa: nelle famiglie la dedizione ai figli e ai nipoti, non di rado ai propri malati e anziani. Quanta dignità nel dovere compiuto, quanto eroismo di gente semplice e solida! Quante volte ho sentito l’istinto di mettermi in ginocchio davanti ad esempi di donne, uomini, ragazzi e giovani, che senza saperlo mi incitavano a non avere paura, ad essere fermo nella verità e nel bene; a non scoraggiarmi di fronte a prove e contraddizioni; che mi chiedevano di essere pastore del mio popolo! Cari Amici che mi ascoltate, sì, il bene è più grande del male! L’amore è più forte, vince e vincerà.
6. Quale grande dono è la fede! Essa è la via a Gesù, anzi è la culla dove Gesù, il Figlio di Dio, ha posto dimora. La culla della nostra fede è come la poca paglia di Betlemme, ma Lui, il Signore la desidera e sta nel suo tepore. La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il nostro cammino! Non toglie le croci della vita, ma vi pone semi di senso e di eternità: ci assicura che nulla di ciò che viviamo va perduto nella notte del nulla. Che grande dono la fede! Curiamola non come un soprammobile della casa, ma come la nostra vera casa. Della preziosità e della bellezza della fede ci danno una testimonianza grandiosa i martiri di oggi. Le notizie che giungo sono terrificanti, ma hanno poca eco nella coscienza universale che è troppo presa da altri interessi! Dal Rapporto del 2014, stilato da una Fondazione specializzata di diritto pontificio (Aiuto alla Chiesa che soffre), su 196 Stati in 116 il diritto alla libertà religiosa e delle minoranze trova ostacoli. Ma i cristiani sono quelli maggiormente perseguitati: ‘ne muore uno ogni cinque minuti’! Oltre al recente martirio di bambini in Iraq, ha colpito la barbarie accaduta in Pakistan, dove una giovane coppia di cristiani è stata bruciata viva in una fornace di mattoni. Anche qui, il mondo sta a guardare! Qualche flebile lamento, e poi il silenzio. E noi cristiani? Come reagire, come aiutare tanti fratelli nella fede? Con la preghiera e con una vita cristiana più coerente e più consapevole. Con una fede più coraggiosa di confessare che Gesù – come quei bambini dicevano ai loro carnefici – è il loro amore e non volevano rinnegarlo. Saremo al loro fianco non facendo dei convegni e delle conferenze, ma salendo evangelicamente sui tetti e testimoniando ad alta voce la gioia del Vangelo e indicando con chiarezza i mali che la nostra società vuole codificare come parte integrante del bene comune.     Quanta timidezza di dirsi cristiani, quanta viltà travestita da prudenza, quanta paura passata per equilibrio, circola oggi nel nostro mondo! Lasciamo che il sangue dei martiri arrivi fino a noi, da qualunque regione del pianeta parta; lasciamo che ci bagni, che irrori i nostri cuori, che riscaldi le nostre anime d’amore per Gesù e la Chiesa. Lasciamoci santamente umiliare da questo sangue che continua a parlare di Cristo. Esso sale dalla terra fino al cielo: dal cielo scenda su di noi e ci purifichi dalle nostre pigrizie e paure. Non abbiamo paura di Dio! Dio non ci toglie nulla, ci dona tutto. La storia attesta che o si è credenti o si diventa creduloni; e allora imperano tutti i più strani operatori dell’occulto, dello spiritismo, della magia e della superstizione.
Vi auguro un anno più sereno: lo auguro a voi, alle vostre famiglie, ai vostri cari. Lo auguro in particolare ai bambini e ai giovani, perché gli uni possano ricevere un’educazione cristiana, e gli altri perché possano guardare al futuro con fiducia. Lo auguro alle famiglie perché siano focolari di amore e di fede. Lo auguro ai malati e agli anziani, perché non siano mai soli. La prima e migliore medicina è l’amore e la compagnia. Lo auguro a quanti sono afflitti dalla mancanza di lavoro, o dalla paura di perderlo. Coraggio, resistete: dobbiamo credere a tempi migliori, dobbiamo credere alla luce. La Luce più grande, preludio di ogni altra luce, è Cristo: insieme a Lui, le altre ombre si affrontano con minore paura e con più grande speranza.
                                                                                                                                                                                                              Angelo Card. Bagnasco
                                                                                                                                                                                                                               Arcivescovo di Genova