Te Deum 2018: il discorso di fine anno

Discorso di fine anno pronunciato nella Chiesa del Gesù
31-12-2018

Arcidiocesi di Genova

Lunedì 31.12.2018

TE DEUM

 

Cari Fratelli e Sorelle

il Te Deum di fine anno è l’occasione per fare memoria di quanto è accaduto nel tempo trascorso e per fare propositi saggi per il futuro. Il crollo del ponte Morandi è stato come una ferita al cuore della Città: le 43 vittime saranno sempre presenti nella nostra preghiera, così come i loro famigliari, sapendo che il vuoto dei loro cari è incolmabile. Le persone che hanno perso la casa, e i molti che sono stati colpiti nelle loro attività lavorative, devono rimanere nell’attenzione costante di tutti, affinché nessuno si senta solo.

  1. La coesione sociale

La Città non è rimasta piegata dalla tragedia: con un moto istintivo si è alzata e si è stretta in sé, ha fatto corpo, si è riconosciuta come comunità che ha volto, capacità, energie. Dopo il primo sbigottimento davanti all’incredibile, ha compreso che poteva farcela, che doveva reagire per amore di sé, dei propri figli, di quanti hanno fatto Genova grande, per chi ha perso la vita. E così è stato ed è! Cari Genovesi, desidero rinnovare a voi la mia ammirazione e la gratitudine per l’esempio che date di unità, di partecipazione, di senso di appartenenza. Dilapidare questo patrimonio spirituale e morale sarebbe stolto: è un patrimonio vivo, e tutto ciò che è vivo dev’ essere custodito e alimentato da tutti e da ciascuno. Come non ricordare e ringraziare tutti coloro che si sono precipitati sul luogo? Istituzioni, forze dell’ordine, militari, volontari, e tra le rovine i vigili del fuoco.

Dopo alcuni mesi, finalmente sono stati definiti i compiti, le modalità e le necessarie risorse – non poche -, affinché il ponte sia ricostruito con il sigillo di Genova. La Città – sotto gli occhi del mondo a causa della tragedia – finalmente sembra essere riconosciuta non solo per la sua straordinaria bellezza, ma anche per la sua laboriosità, il suo ingegno, la sua strategica collocazione per il bene del Paese intero. E’guardata come comunità affidabile, e così è e deve essere! Una città che fosse ripiegata su se stessa, senza un orizzonte ampio a cui rapportarsi, si condannerebbe alla mera conservazione e quindi alla decadente irrilevanza.

Pur rimanendo ancorati al territorio, non dobbiamo cedere al localismo, bensì guardare oltre, consapevoli che le opportunità non cadono come la pioggia, ma bisogna cercarle e provocarle, perché oggi aspettare significa arretrare. È questo un momento che permette ed esige decisioni sagge e rapide: domani potrebbe essere tardi. Genova deve presentarsi al Paese e al mondo con il volto di chi, senza arroganza, crede in se stessa, ha fiducia nel futuro, è alla ricerca di relazioni virtuose, coraggiosa nell’investire, capace di attrarre nuove aziende superando sospetti e lentezze, sapendo che la burocrazia è necessaria anche per creare lavoro; così come la finanza – ridotta spesso a finanziare se stessa c ha senso solo se sostiene singoli, famiglie, imprese: da una finanza di prodotto bisogna ritornare ad una finanza di servizio. Né possiamo tacere che la nostra coesione ha bisogno di una coesione più grande che riguarda non solo il Paese ma anche l’Europa. I Vescovi del Continente credono nell’Europa unita, e la Chiesa presente nelle Nazioni, insieme agli altri cristiani partecipa a questo cammino. Nell’orizzonte del mondo globale, l’Europa disunita sarebbe un dramma: davanti ai Golia della terra sarebbe un piccolo Davide senza fionda. Ma – come spesso ha ricordato il Santo Padre – deve ripensare se stessa e, come sognavano i grandi Padri fondatori, deve volersi non tanto come Unione, ma come Comunità di Popoli e Casa delle Nazioni. Ciò che tiene insieme non può essere la finanza e l’economia, ma l’anima.

  1. I giovani

Il Sinodo mondiale sui giovani è stato un evento di grazia, che ha attirato l’attenzione su un mondo che ci appartiene a qualunque età. Essi, infatti, sono il futuro. A loro guardiamo con simpatia e con qualche apprensione. Ne metto in luce una in particolare. I nostri giovani fanno un liceo che si dice essere il migliore del mondo, frequentano scuole professionali degne ma spesso poco sostenute, facoltà spesso di livello internazionale, e poi emigrano! L’emigrazione delle menti non è male, ma è auspicabile che – allargati gli orizzonti e accresciute le competenze – possano tornare nel loro Paese dove – molto spesso – i giovani vorrebbero ritornare, poiché il mondo è grande , ma la casa è casa. Questo loro desiderio non deve essere giudicato come un segno di immaturità e di comodo, ma come un valore che altre culture a noi vicine cercano di recuperare. A onor del vero, può essere utile ricordare quanto si sente da più parti: vi è notevole richiesta di ingegneri, di periti elettrotecnici, di informatici, ed è difficile trovarne! Così come è incoraggiante sentire che – laddove sono stati inseriti dei giovani accanto ai più adulti – il clima è migliorato a tutti i livelli, e la reciproca contaminazione fa rifiorire le attività. Parliamo del lavoro dei giovani, ma dovremmo parlare anche della scarsa natalità che affligge Genova come una piaga. E’una questione di mentalità, ma anche una questione di politiche familiari finora irrilevanti. Come vogliamo continuare?

Sembra che il sentire generale sia positivo e diffuso: sono certo che questa rinnovata coscienza aiuterà ogni soggetto a calibrare meglio – in modo più realistico – un responsabile confronto tra i diversi soggetti e i compiti di ciascuno.

  1. Il lavoro

A nessuno sfugge il serio problema del lavoro. Si sente dire che l’occupazione è in crescita, ma dobbiamo ricordare che la stabilità del lavoro è essenziale per fare un progetto di vita e portarlo avanti con serenità; così come la stabilità è necessaria per affezionarsi alla propria attività e all’azienda, affinché il luogo lavorativo diventi anche una comunità di lavoro. Non è forse questo un grande valore per tutti?

Gli esperti dicono che oggi – nel mondo globalizzato – tutto deve essere più fluido, soggetto a cambiamenti rapidi. Mi chiedo, però, se non sia possibile coniugare la stabilità lavorativa con la flessibilità quando è necessaria: la precarietà non deve diventare il nuovo nome della povertà. Certamente è necessario investire nella scuola e nella formazione, sia professionale che riqualificante: sono percorsi di umanità che richiedono impegno dei singoli e sostegno concreto, specialmente quando ci sono già famiglie a cui provvedere.

Penso a quanti temono di perdere il lavoro in questo momento: auspico che i responsabili – a tutti i livelli – portino a positiva soluzione le pendenze in corso, come già è successo per situazioni analoghe anche di grande portata.

Desidero qui ringraziare i Cappellani di fabbrica, sacerdoti generosi e capaci, che con umiltà, competenza e discrezione, conoscono tutti e sono a disposizione di tutti, avendo a cuore solo il bene dei lavoratori e delle aziende. Rinnovo la mia vicinanza ai lavoratori di Genova, con un pensiero particolare a quanti svolgono servizi essenziali per la collettività anche nei giorni festivi.

  1. Meritocrazia, semplificazione, snobismo

Da sempre, e in riferimento ad ambiti diversi, si parla di meritocrazia – ed è giusto -; ma diventerebbe fonte di ingiustizia se non si tenesse conto di chi è più debole per ragioni che prescindono dalla buona volontà e dall’impegno. Una società umana, e quindi giusta, tiene conto dell’uguale dignità di tutti, e delle diversità di ciascuno. Semplificare rischia di uniformare, può cogliere qualche aspetto della complessità, ma ne tralascia altri anche importanti: per questo non esistono soluzioni semplificatrici a problemi complessi e complicati, che bisogna conoscere per non fare danni maggiori. Da tempo siamo abituati a banalizzare le cose, anche quelle più serie e sacre, come la vita e la morte, l’amore e la famiglia, la libertà e la politica, la stessa giustizia. Banalizzare per metodo ci rende banali, cioè superficiali e incapaci di comprendere noi e gli altri. E quindi ingiusti. Se da una parte non dobbiamo cedere alla semplificazione e allo slogan, che dispensa dalla fatica del pensare, dall’altra dobbiamo guardarci dallo snobismo della conoscenza e del potere, che crea circoli chiusi e autoreferenziali, inutili per il bene e dannosi per la comunità. Spesso chiacchierano con mascherata supponenza, e sono compiaciuti delle proprie sofisticate concettualizzazioni, credendo di comprendere il mondo, ma sono lontani dalla realtà. Questi due rischi sono presenti in ciascuno, a tutti i livelli, in ogni ambiente.

  1. La Diocesi

Come sempre, la Chiesa è vicina alla gente, e la gente lo sa. Senza fare chiasso o propaganda, senza cercare riconoscimenti e onori, i Pastori – Arcivescovo, Clero, Persone consacrate – annunciano il Signore Gesù, e nel suo nome condividono le vicende umane. Negli anni della lunga e non completamente superata crisi, gli sforzi si sono moltiplicati, per moltiplicare le risposte a bisogni esasperati che vanno dall’alloggio, al cibo, alla cura sanitaria, alle esigenze scolastiche, alle molte solitudini che abitano anche la nostra Città. Avere una parola di speranza per tutti, ascoltare i cuori, condividere le preoccupazioni, dare fiducia, promuovere reti, cercare una qualche occupazione per giovani e adulti, aiutare a vincere le paure, ad aprirsi a Dio per meglio incontrare la vita e i fratelli… fa parte del dovere e dell’amore per la nostra missione.

E’ giusto ricordare che molti aiuti sono resi possibili grazie anche all’otto per mille, che ogni anno assegna alla Chiesa Cattolica Italiana circa un miliardo. Così come è giusto ricordare che – come è stato documentato in una ricerca puntuale (cfr Giuseppe Rusconi, L’impegno, Rubbettino 2013) – la Chiesa restituisce allo Stato ogni anno tra gli undici e i quindici miliardi. A questa fonte, si aggiungono contributi di Enti pubblici locali, nonché le generose offerte della gente umile di Parrocchie e Comunità. Si tratta di una restituzione in forma di servizi, come gli oratori per i ragazzi, i campi scuola, i gruppi estivi, le mense dei poveri, scuole e ambulatori, gli aiuti socio-assistenziali, il recupero dalla droga, dalla ludopatia, la lotta all’usura, la cura dei beni artistici e culturali. Inoltre, accanto alle risorse finanziarie, sono sempre pronti stuoli di volontari parrocchiali, di Associazioni e Movimenti, che dedicano tempo ed energie per i più deboli. Senza questo volontariato, come sarebbe la società?

Alla luce di queste realtà, che sono a beneficio della collettività senza scopi economici, non si capisce come si sia arrivati alla legge di cui si è parlato in questi giorni, ed è giusto auspicarne una pronta e definitiva revisione, come è stato più volte assicurato. Resta fermo naturalmente quanto stabilito da tempo circa il pagamento dell’IMU sulle attività commerciali.

Purtroppo, bisogna registrare che in genere – attraverso normative sempre più rigide e stringenti – in molti Paesi dell’Europa occidentale è sempre più difficile fare volontariato a favore dei bisognosi. E questo è ottuso, perché ostacolare la solidarietà significa indurire il tessuto sociale e non rispondere a molte fragilità!

  1. I Centri d’Ascolto

Nella nostra Diocesi sono circa quaranta i centri di ascolto che – disseminati sul territorio – prestano attenzione anche più giorni nella settimana a chi si presenta: i Centri non sono di per sé semplici sportelli per interventi economici, ma punti dove ogni aiuto viene orientato verso l’attivazione della rete sociale e l’accompagnamento personale. Nell’anno che si conclude hanno erogato 1.300.000 euro con due voci dominanti – l’alloggio e gli alimenti -, mentre le mense hanno offerto circa 570.000 pasti. Per il sostegno allo studio, invece, sono stati impiegati circa 50.000 euro. Le persone quest’anno aiutate – in modo diretto o indiretto – sono circa 33.000. Ai punti di aiuto si rivolgono prevalentemente famiglie in età lavorativa, con figli spesso maggiorenni e con mancanza di lavoro, o per reddito insufficiente. Troppo spesso l’incubo maggiore riguarda il pagamento dell’affitto e delle utenze. Può essere utile segnalare anche che le persone che si rivolgono per un aiuto sono metà italiani e metà di altri Paesi.

  1. Le persone senza dimora

I punti di accoglienza, che afferiscono alla Chiesa, sono nove per un totale di 309 posti, oggi tutti coperti. Anche questo servizio nasce dalla fede e dall’amore di Dio per noi, e di noi per Lui: è grazie a questo sguardo che possiamo riconoscere il volto di Cristo in ogni persona che incontriamo, e possiamo porre al centro di ogni iniziativa il bene della singola persona, che è un valore unico e incomparabile. Ogni altra motivazione, pur nobile, viene dopo. Tutti comprendiamo che il primato della persona deve ispirare il pensare e l’agire pubblico e privato: per tale ragione ogni intervento, anche il più occasionale, tende non solo a rispondere al bisogno immediato, ma anche ad avviare e accompagnare la persona nel riscatto di sé nella società.

  1. I migranti

Una parola desidero dirla sulla presenza in Diocesi di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Le considerazioni si inquadrano nel più ampio contesto del nostro Paese. L’Italia si è trovata in prima linea come porta d’Europa, e la presa di coscienza da parte del Continente non è stata rapida, sempre convinta e partecipe. Anche nell’ Assemblea Plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali europee – che si è tenuto in Polonia alcuni mesi fa – i Presidenti hanno ribadito i principi evangelici irrinunciabili dell’accoglienza e dell’integrazione, criteri che – come ribadisce il Santo Padre Francesco – devono essere tradotti con umanità e saggezza. Il Vangelo ispira l’umanesimo cristiano che l’Europa non dovrebbe mai dimenticare o rinnegare se vuole rimanere se stessa.

Il nostro popolo, grazie anche alla sua storia e alla configurazione geografica del Paese, non ha nel suo DNA il virus del razzismo o della xenofobia, e ha sempre mostrato – anche in periodi di grandi conflitti – umanità di intelligenza e di cuore, sprigionando la “fantasia del bene” che ci caratterizza. Così deve continuare, nonostante episodi tristi e deplorevoli.

Nella nostra Diocesi – grazie ai vari soggetti ecclesiali – sono oggi accolti 763 persone, che vengono in cerca di futuro e di pace. Il cuore dei genovesi è grande: anche ora non si restringerà riconoscendo la dignità di ogni uomo, e sapendo che di tale dignità fa parte anche l’onestà di ciascuno. Avere delle paure o nutrirle non giova a nulla: onestà e legalità, solidarietà e integrazione, sono gli ingredienti più efficaci per un futuro di laboriosità e di pace.

A Genova, dobbiamo riconoscere che i nostri operatori curano il delicato processo di integrazione con iniziative mirate ed efficaci, e che i frutti già si vedono. Chi ha buona volontà sicuramente si fa il giusto spazio accanto agli altri in una serena e operosa convivenza.

Gli episodi dolorosi e vergognosi di malaffare devono essere combattuti caso per caso, nell’orizzonte di trasparenza e di legalità che deve ispirare una società civile. I muri chiudono non solo i confini, ma anche rinchiudono i popoli, e questo – alla fine – non fa crescere la civiltà.

  1. Gesù Cristo, l’uomo nuovo

La Chiesa ha ricevuto dal Signore un messaggio, e il messaggio è la persona di Cristo, il Figlio i Dio. Solo “nel mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero dell’uomo” (GS 22), dice il Concilio Vaticano II, e aggiunge che “Cristo Signore (…) rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (id). E’ questa la risposta alla domanda più profonda di ognuno: chi è, e dove sta andando. Lo stesso Norberto Bobbio, a suo tempo, scriveva che “Non è sufficiente dire: la religione c’è ma non dovrebbe esserci. Perché c’è? Perché la scienza dà risposte parziali, e la filosofia pone le domande senza dare risposte”! La Chiesa è consapevole che, annunciando Gesù, promuove la dignità profonda di ogni uomo, lo riconosce al centro dell’organizzazione sociale, il termine di riferimento della legge che deve dare volto alla giustizia.

Il cuore dell’umanesimo è l’essere immagine e somiglianza di Dio. Tradotto con parole laiche, la relazione definisce la persona. Naturalmente, solo la bontà e la giustizia qualificano un rapporto come relazione, altrimenti si entra su un piano che è solo apparentemente umano, ma che in realtà è disumano, non personale ma solo individuale. I frequenti episodi di violenza di ogni tipo – specialmente verso le donne e quella negli stadi – devono farci riflettere seriamente. Si tratta di un forte deficit antropologico, e quindi educativo, che tocca tutti, giovani e adulti. Un’ auto percezione fortemente individualista rende fragile la nostra emotività, nutre l’invidia e la gelosia, rende difficili i rapporti, ci fa preda di sentimenti che dominano la ragione, e portano a sopprimere – con azioni o parole – chi ci fa soffrire o contrasta le nostre aspettative. Dobbiamo tutti considerarci allievi nella grande aula della vita, dove la conoscenza di sé, l’autocontrollo, lo spirito di sacrificio, il gusto della verità e della fatica, della pazienza e dell’autocritica, la vita di preghiera, i sacramenti della grazia, la scuola del Vangelo, sono lezione quotidiana. Dove pensiamo di andare senza solidità interiore? Quale società crediamo di costruire? Quale mondo lasceremo ai nostri figli? E quali figli lasceremo a questa terra?

  1. Buon anno!

Cari Amici, stiamo parlando di noi. E’ possibile vivere come degli individui isolati, con il minimo di rapporti, solo cercando di non sconfinare nel privato altrui? Un insieme di individui non fa una comunità. E’ questa una visione umana capovolta, che porta ad una società capovolta: l’aria dominante vuole tutto omologare e tutti isolare. Ma la gente semplice tiene duro, sente che vivere insieme è la sua vera casa.

Abbiamo quest’anno celebrato i 900 anni della consacrazione della nostra splendida cattedrale: è cresciuto l’amore per lei, simbolo e luogo di comunità attorno a Cristo e al Vescovo, Successore degli Apostoli. Lì, per molto tempo il Senato della Repubblica ha trattato le questioni della Città. Il messaggio che ci trasmette è di guardare Gesù-Eucaristia per meglio guardarci gli uni gli altri e camminare insieme. Insieme infatti – con l’aiuto di Dio – è possibile molto; isolati e sospettosi, litigiosi e antagonisti, tutto diventa insopportabile.

La Chiesa è vicina a tutti: grazie ai nostri Sacerdoti e alle persone consacrate, viviamo accanto alla gente là dove è. Perdonate le nostre fragilità! Perdonarci a vicenda, rinnovare la fiducia reciproca, sostenerci, fa bene al cuore e rende la comunità vera. Su questa strada la Chiesa di Genova vuole esserci con rispetto e simpatia verso tutti, portando l’amore di Gesù, il Vangelo, la fede.

Buon anno a te Genova, buon anno a voi figli e amici; a voi e alle vostre famiglie, ai giovani, e quanti cercano vie di speranza. Maria, Madre e Regina della Città, ci custodisca e ci guidi.

Card. Angelo Bagnasco

Arcivescovo Metropolita