Te Deum 2017

Discorso pronunciato nella Chiesa del Gesù per il tradizionale Canto del Te Deum
31-12-2017
Arcidiocesi di Genova
31.12.2017
TE DEUM
Cari Fratelli e Sorelle
La conclusione dell’Anno ci porta a ringraziare il Signore e a ricordare i doni ricevuti. A volte, sembra che tutto sia dovuto, e quindi non sempre diciamo grazie, ma questo è immaturo e ingiusto. Come sempre, questo atto di lode lo facciamo insieme, mettendo in rilievo alcuni eventi importanti vissuti e alcune sfide che ci attendono.
1. La Chiesa di Genova
La prima cosa che balza alla memoria è la Visita del Santo Padre Francesco sabato 27 maggio scorso. Ha richiesto un lavoro intenso e la collaborazione fra tutte le istituzioni che nuovamente ringrazio. Volevamo che la visita non fosse una parata o e un grande fatto di cronaca, ma un evento di grazia, un evento spirituale ed ecclesiale. E così è stato. Volevano che il Santo Padre non vedesse un’immagine artificiosa di noi, costruita per l’occasione, ma ci incontrasse così come siamo, nella verità della nostra vita ecclesiale e cittadina. Ciò è accaduto: il Papa mi ha testimoniato questo, e ancora mi esprime gioia e gratitudine. Il suo magistero nei vari ambienti fino alla messa conclusiva, la sua presenza immediata, i suoi gesti eloquenti, hanno segnato i nostri cuori e la nostra storia. Avvolto da questo clima di emozioni e pensieri, al termine della Messa ho tentato di esprimergli l’anima dei genovesi: ‘un temperamento riservato e schivo, che a volte può, per mettersi in movimento, assomiglia a un motore disel, ma che poi ricupera veloce e resistente. Siamo orgogliosi della nostra città:- continuavo – per noi è bella come una perla raccolta in una conchiglia fatta di terra e di mare, di vento e di cielo. Genova non si concede subito, è discreta, vuole farsi cercare e desiderare per poi scoprire i suoi tesori di bellezza, di arte e cultura, di laboriosità e onestà, di umiltà e ardimento. Noi l’amiamo: quanti qui sono nati, quanti sono cresciuti nel suo grembo, quanti qui sono giunti e hanno imparato a conoscerla. Santo Padre – concludevo – quando vedrà il mare – ovunque si troverà – pensi a noi, ricordi questo porto che ha visto partire, emigranti, i suoi cari in cerca di fortuna; senta sua Genova, poiché Genova ormai l’ha abbracciato’.
Il 16 ottobre, abbiamo rinnovato la dedicazione di Genova a Maria Madre e Regina nel 380° anniversario della incoronazione della Madonna. L’atto fu voluto dal Doge e dal Senato della Repubblica per mano del Card. Giovanni Spinola. E noi abbiamo rinnovato la consegna della Città e della Diocesi a Lei, la Grande Madre di Dio. Nel prossimo anno, le sette zone pastorali della Diocesi verranno in pellegrinaggio alla cattedrale per pregare la Santa Vergine, e per ripetere ‘et rege nos’ – guidaci tu – che traduce l’invocazione del piccolo Gesù in braccio a sua Madre. ‘et rege eos’, guidali e sostienili nella vita!
Siamo ormai entrati nel nuovo anno pastorale – 2017-2018 – e così in un nuovo significativo anniversario: 900 anni dalla consacrazione della nostra cattedrale per mano di Papa Gelasio II. Era il 1118. I sette programmati pellegrinaggi in cattedrale avranno un duplice scopo: di pregare la Madonna e di pregare nella basilica di san Lorenzo, dove ha sede la cattedra del Vescovo successore degli Apostoli e fondamento visibile della Chiesa di Genova, come insegna il Concilio Vaticano II. È lui, infatti, che – in comunione con il Successore di Pietro – garantisce la fede del popolo di Dio. Sia un anno giubilare di grazia, e cresca in noi quel senso di cordiale appartenenza alla Chiesa attraverso le vostre comunità parrocchiali.
Come sempre, abbiamo visto i nostri sacerdoti dedicati alla pastorale ordinaria, cioè a quella vicinanza umile e feriale che non cerca protagonismi e ribalte, ma desidera solo di essere fedele a Gesù e alla gente: a tutta la gente, senza scegliere i terreni migliori e disponibili, o mondanamente più prestigiosi. In un tempo di forte secolarismo – che è vivere come se Dio non ci fosse – i sacerdoti, ciascuno con la propria umanità, non curano circoli elitari, gruppi scelti, ma stanno in frontiera, là dove la Chiesa li ha inviati per presiedere le comunità e anche per presidiare il territorio. Ogni giorno arano la loro porzione di terreno, spesso indurita da una mentalità consumista e distratta. Sanno di dover predicare la fede anche quando sono incompresi, o hanno l’ impressione di ricominciare da capo. Ma nulla va perduto di ogni più piccolo, nascosto sforzo per portare la luce di Cristo.
Vi prego, cari amici, di considerare questo nostro compito così come noi giustamente valorizziamo il vostro lavoro di sacrificio, e gli impegni della vostra famiglia. cioè con profonda simpatia e affetto. Stateci vicini per quanto la vita giornaliera ve lo permette e – da laici – aiutate noi Pastori, la Parrocchia, la Diocesi ad annunciare al mondo la gioia del Vangelo.
Anche nel 2017 è continuata l’opera di carità nelle molteplici forme, vecchie e nuove, poiché la povertà non va affatto diminuendo. La disuguaglianza aumenta: tra chi sta bene e chi sta male il solco è cresciuto. Nei quaranta Centri di Ascolto, che fanno capo ai Vicariati e alla Caritas, sono approdate quasi 7.000 persone che, avendo famiglia, ne rappresentano almeno 28.000. Le richieste principali riguardano per il 65,2 % gli affitti e le utenze, e per il 13% gli alimenti. Il totale di quanto erogato complessivamente è di 1.350.000 euro di cui 640.000 provenienti dall’8xmille. Le famiglie che si rivolgono ai Centri di Ascolto sono con figli spesso maggiorenni senza lavoro, o con un reddito insufficiente per far fronte alle normali spese. Non di rado queste situazioni – che prolungate diventano un incubo – generano gravi disagi di relazione. Il reddito di inclusione previsto sarà un piccolo aiuto per un anno e mezzo, ma la soluzione vera è l’occupazione stabile.
Oltre ai Centri di Ascolto, esiste uno sportello della Caritas per i senza dimora, quelle persone che ogni giorno fanno il giro delle nostre parrocchie. Lo sportello ha accolto quest’anno 2650 persone, registrando una crescente richiesta di sistemazione notturna. Al riguardo, è stata aumentata la possibilità di accoglienza fino a 263 posti. Infine, una parola sui pasti erogati nelle mense della Diocesi, delle parrocchie, di diversi istituti religiosi, di alcune aggregazioni: sono circa 500.000, Se facciamo una media, e consideriamo le 225 Diocesi italiane, possiamo dire con approssimazione che in Italia sono stati offerti nell’anno tra i 25 e i 30 milioni di pasti. Senza contare i 130.000 pacchi viveri distribuiti in 105 punti della Diocesi. Come è evidente, il provvidenziale 8xmille copre solo una piccola parte del bisogno, il resto proviene dalla gente delle nostre parrocchie e gruppi, che – oltre le risorse economiche – offrono i volontari per gestire i servizi.
Per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti – occasione ulteriore per crescere nella fede, nella speranza e nella carità evangelica – attualmente la Chiesa diocesana, nelle sue diverse espressioni, accoglie 950 rifugiati e richiedenti asilo. Fino ad oggi, ogni iniziale perplessità si è sciolta con la reciproca conoscenza e con la feconda collaborazione nelle diverse iniziative di rispettosa integrazione. Non dimentichiamo che chi approda alle nostre rive è invaso dall’ incertezza e dalla paura.
2. La vita della Città
Nonostante i problemi che permangono, si respira un’aria di fiducia, di voglia di partecipare e di costruire: Questo capitale dev’essere accresciuto con i fatti. Sono molti i cantieri aperti sul fronte del lavoro, pensiamo alle grandi aziende – una per tutte l’ILVA – pensiamo alle infrastrutture, al porto, alle piccole e medie imprese, al turismo, a sfide endemiche e nuove. Così come si dice da più parti, dei buoni segnali ci sono. Ma nessuno può accontentarsi né illudersi: il piglio e la volontà devono rimanere alti e decisi, soprattutto devono essere alimentati da tutti, singoli cittadini e istituzioni. La prima questione non sono le organizzazioni, le governace, le competenze, le tecnologie, gli spazi: la prima risorsa sono i cittadini e la loro capacità di parlarsi gli uni agli altri a tutti i livelli. Solamente intensificando la volontà di partecipare, infatti, di cercare suggerimenti e proposte, di aprire spazi di dialogo e confronto, senza ostruzionismi incrociati e senza sognare l’ ottimo che paralizza il bene possibile e rapido, si può costruire.
Gli indicatori ufficiali danno messaggi contrastanti. Nonostante segnali positivi, che si riscontrano anche a livello locale, nelle nostre parrocchie la richiesta di occupazione resta critica e alta. Inoltre, la popolazione continua a decrescere sia a Genova che a livello nazionale, segno di politiche familiari inesistenti: non è rispettoso, infatti, dichiarare provvedimenti a sostegno della famiglia, quando poi da una parte si dà – sempre poco! – e dall’altra si toglie aumentando i costi. O l’Italia vara politiche consistenti e strutturali per la famiglia, o essa si ridurrà a una forma geografica senza identità: a quel punto sarà inutile piangere, e tardi per rimediare. È evidente che famiglia e natalità rimandano nuovamente all’occupazione, e che questa potrà richiamare anche molti giovani dall’estero. Mi dicono che, nelle aziende che hanno assunto dei giovani, il clima è cambiato: essi contagiano tutti con la voglia di fare, di cercare e innovare, con la capacità di parlarsi e di lavorare insieme, infondendo una ventata di positività, di futuro, di competenze, che non ha prezzo.
Oggi molti parlano della necessità di una tassazione equa: non possiamo che rallegrarcene. Ma anche dobbiamo ricordarcene nei tempi giusti, poiché le promesse non siano subito dimenticate o rimandate in nome di obiettivi ritenuti più urgenti. Se – come si dice – il costo del lavoro è troppo alto, la sua riduzione resta un impegno inderogabile per attirare o far rientrare lavoro in Italia, e per favorire – anche con le giuste verifiche – la creazione di lavoro nuovo.
Al nostro Paese non manca il genio, la capacità, la bellezza, la qualità della vita, l’arte e la storia; e Genova ha anche una posizione strategica tanto che – ad occhi stranieri – appare incomprensibile come abbia potuto scivolare, e come non ci sia abbastanza orgoglio di riscatto per essere ciò che è scritto nella sua natura. Il bene della Città è il bene dell’ Italia: quanto più veloce sarà Genova, tanto più risponderà alla sua vocazione strategica per il bene del Paese. Il nord europeo attende questo, ma anche buona parte del Sud del mondo. Inoltre, quanto maggiormente ritarda, tanto più si svegliano appetiti vicini e lontani, che oggettivamente non hanno la medesima vocazione. Il risveglio dev’essere deciso, rapido e compatto, convinto di farcela.
Infine, una parola sul tessuto sociale della Città. Intendo dire che – girando spesso per le vie, specialmente per i nostri carissimi vicoli – vedo quanto sia importante la rete dei piccoli commercianti: sono un reticolo di vicinanza alla gente, di specifica solidarietà, un presidio naturale del territorio. Salvano dalla piovra dell’anonimato. Lasciare che questa rete venga dissolta e i piccoli esercizi strangolati è criminale. Purtroppo, nel mondo si lascia che ciò accada in nome di interessi immediati. Richiamo l’attenzione di tutti: questo fatto è grave per il presente e, soprattutto, per il prossimo futuro. Ma – se siamo onesti – il fenomeno coinvolge tutti e, pertanto, è nelle mani di tutti, cittadini e istituzioni. Lo sfascio relazionale può valere un po’ di risparmio? Può valere un po’ di comodità per i singoli? Può valere un po’di utili per l’erario? Un bene così grande come il riconoscersi nel vicinato, nel quartiere, il chiamarsi per nome, un sorriso e una parola, un interesse seppure occasionale ma che comunque strappa dall’anonimato e immette in una piccola rete di relazioni, che permette di sentirsi appartenenti ad un luogo, ad una piccola società, può essere svenduto? Non sarà possibile reagire creando consorzi specifici per abbattere i costi e resistere? Non sarà possibile intervenire maggiormente sulle locazioni degli esercizi? Non è in gioco l’economia soltanto, ma la qualità della vita di tutti. Quella decantata ‘qualità della vita’ che oggi è sempre più intesa come capacità di produrre e di essere autonomi, come un ingranaggio dell’ economia, e per non pesare sulla società. Sotto a determinate leggi – travestite da pietà e rispetto – vi è una filosofia utilitarista che riduce il soggetto a forza di produzione e di profitto, e che – quando l’individuo non è ancora efficiente o non lo è più – lo guarda con occhio mercantile come se fosse una merce che conviene comprare o lasciar perdere. Li chiamano, questi, diritti di civiltà! Oltre l’urgenza della famiglia e dell’occupazione, dunque emerge la custodia della rete sociale, che passa anche dalle piccole e diffuse reti dei quartieri e degli esercizi commerciali! In nome della comodità, del risparmio e del guadagno, non si isola sempre di più le persone? Vogliamo assistere passivi? Non siamo impotenti!
Un altro campo di disgregazione umana e sociale è il gioco d’azzardo con le patologie note. La Chiesa da molti anni richiama la pubblica attenzione sul fenomeno che, come una nube tossica, avvolge giovani e anziani divorando risparmi e distruggendo famiglie. Perché questo? Perché si è lasciato crescere il fenomeno – possiamo dire – allo stato brado? Quanto lucra lo Stato su questo commercio che invischia i più bisognosi? Si cerca di regolare distanze e concentrazioni di luoghi. È sicuramente un tentativo lodevole: però assomiglia più ad una dichiarazione di resa, piuttosto che a una volontà di sanare il male che contagia come un’epidemia. Si dice che ormai è un’ occasione di lavoro per molti: è vero; ma perché su questioni spinose non si interviene prima, con quella lungimiranza che la politica deve avere per definizione? Forse la ricerca del consenso è più forte del bene del Paese?
Ma – a ben vedere – non siamo ancora al cuore delle derive spirituali, morali e sociali che toccano il tessuto antropologico e la capacità di vivere insieme nell’ordine e nella giustizia. Infatti, non sono le leggi – in Italia una pletora! – che risolvono le questioni di questo tipo: le leggi ci vogliono se fatte bene; ma è l’educazione delle coscienze la radice del vivere comune. Perché tanti femminicidi, bullismo, intolleranza, corruzione, sfregio delle regole, litigiosità? Non dobbiamo meravigliarci, e – oso dire – non possiamo lamentarci più di tanto se stiamo a guardare, forse tristi ma inerti.
Ma cosa possiamo fare? Innanzitutto dire di no! Cioè dire che certi modi di pensare sono falsi sul piano concettuale, sbagliati sul piano morale, e distruttivi sul piano sociale. Non è giusto preoccuparsi per alcuni giorni e poi, passata l’onda emotiva per certa cronaca, continuare a diffondere gli stessi modelli di comportamento, gli stessi disvalori che corrompono il modo di pensare, che non aiutano la riflessione critica, che irridono la tradizione di un popolo, che svalutano la normalità, che si presentano paladini di una modernità falsa la quale ritiene ogni passato come fuori moda, e ogni novità come il meglio.
La stessa religione cattolica dovrebbe essere – a prescindere dal credo personale di ciascuno – riconosciuta come un principio originario della nostra civiltà, e quindi considerata nella sua valenza culturale con onestà e con rispetto. L’umanesimo europeo, riconosciuto nel mondo, nasce dall’alveo evangelico.
Tornando all’educazione, se il papà e la mamma sono i primi e insostituibili maestri dei figli, la scuola ne è il prezioso ausilio con la serietà e la competenza dei Docenti. La Chiesa è da sempre la naturale alleata della famiglia, ma oggi non basta. La società deve essere educante nel suo insieme, deve cioè presentare dei modelli di comportamento, degli ideali alti e veri, perché le giovani generazioni abbiamo dei riferimenti per costruire se stessi come persone solide, e per essere il futuro della propria Nazione. A questo scopo, si dovrebbe favorire il dialogo e il confronto culturale in una società che è certamente pluralista, ma che non può diventare qualunquista. Non è questo un discorso moralista, ma umanista: senza una disciplina spirituale ed etica – non solo tecnica e scientifica – chi potrà essere guida del lavoro e del Paese, e non solo dei dirigenti?
Cari Amici, grazie per aver ascoltato con benevola pazienza: la vostra presenza qui è un segno che fa sperare la Città. In voi vedo una coscienza vigile, l’amore per Genova. Ciò vuol dire amore per i vostri figli e nipoti: il futuro! Non troveremo mai uno scopo per la Città e il Paese, né una personale soddisfazione, nel mero perseguimento del benessere economico. Non potremo mai misurare lo spirito di un popolo sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL, infatti, non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità dell’educazione, ma solo del rendimento economico. Non comprende la bellezza della nostra storia, dell’arte, della nostra poesia, della solidità dei valori familiari, dell’intelligenza del nostro dibattere, e dell’onesta di tanti che tirano i giorni con dignità. Il PIL non apprezza il nostro coraggio, né la nostra voglia di riscatto, il nostro buon senso umile e concreto. Non capisce l’amore alla nostra terra. Misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna d’essere vissuta. Può dirci tutto su Genova, ma non se possiamo essere fieri di essere genovesi. Noi, sì, siamo fieri di questa appartenenza, e per tale ragione, dalla montagna traditrice della sfiducia, siamo in grado di strappare una pietra di fiducia e di orgoglio; siamo in grado di pregare insieme, di lottare insieme, di lavorare insieme, ricordando i nostri padri che hanno fatto questa Città grande e bella guardando oltre loro, e vedendo tutti noi.
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova