Sulla educazione

Discorso pronunciato all'Apertura dell'Anno Giudiziario del Tribunale Interdiocesano Regionale Ligure
17-02-2018
Arcidiocesi di Genova
Sabato 17.2.2018
Intervento all’Apertura dell’Anno Giudiziario del Tribunale Interdiocesano Regionale Ligure
 
SULLA EDUCAZIONE
 
Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova
Moderatore del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano
1. Alla radice della crisi dell’educazione c’è una crisi di fiducia nella vita, e questa sfiducia genera altre conseguenze. Ci si deve chiedere, però, quale sia il terreno di coltura di questa gramigna che avvelena la vita e oscura il futuro. Il contesto è dato da alcune situazioni: ne indico due.
La prima – dal punto di vista cristiano – è una fede languida e snervata che oscura il soprannaturale, la vita di grazia, il primato di Dio, l’incontro con Cristo: tutto questo rende l’appartenenza alla Chiesa debole e svogliata. La fede, in occidente, è la questione centrale dalla quale dipendono molte derive sul piano pratico, sia personale che sociale. L’approccio al dono della fede spesso è segnato da un razionalismo sufficiente e laicista. Diverso è l’approccio in altre culture del mondo, che guardano a noi con sospetto anche per questa nostra sufficienza secolarista.
A questo proposito, non bisogna lasciarsi illudere dalla perdurante presenza delle ‘opere della fede’ nelle società secolarizzate. Quando la luce della fede viene meno, o quando la sua luce è fioca perché non alimentata e l’orizzonte antropologico inevitabilmente muta, la visione esistenziale si restringe a ciò che è terrestre, e le suggestioni materiali spingono a vivere come se Dio non ci fosse. Si crea, così, un’aura vagamente religiosa, dove la fede si allontana e il suo ricordo si annebbia, ma dove possono sopravvivere degli epigoni della cultura cristiana. Queste ‘opere’ sono come dei fantasmi che, non avendo radice e consistenza, sono destinati a scomparire: sono ‘resti’ di un mondo spirituale che ha ispirato una cultura. La religione, infatti, ispira il modo di vivere, cioè la cultura di un popolo: anche la cultura però – sotto la spinta non più religiosa ma di una economia materialista – può oscurare la religione nel cuore di una Nazione. In questa prospettiva, un malinteso concetto di pluralismo, che tende a uniformare al minimo denominatore le differenze o a restringere nel privato le espressioni della fede, non può non avere come conseguenza il cambiamento radicale del ‘sentire comune’ che è stato all’origine di un Popolo. Il liquefarsi di questo sentimento, però, facilmente causa nel tempo uno stato di incertezza collettiva che nessun benessere materiale può colmare. Non bisogna temere che il ‘sentire comune’ sia escludente, al contrario è premessa e condizione del vero dialogo e della convivenza, anzi della sana integrazione: processi dove ognuno ha il meglio da dire e da offrire agli altri, e dove ognuno può esaminare limiti e difetti propri.
La crisi dell’educazione, però, dipende non solo dallo snervamento della fede, ma anche da una crisi nella quale è entrata la ragione. Se guardiamo i movimenti culturali che sembrano dominare lo spazio occidentale – specialmente europeo – possiamo riconoscere che nel nostro Continente si aggira ‘un ospite inquietante’, il nichilismo. Esso penetra i sentimenti, confonde i pensieri, cancella prospettive e orizzonti, svuota l’anima, rende le passioni tristi ed esangui. Produce un’aria rarefatta e inconsistente, dove nulla è certo, solido e sicuro. Se ci chiediamo che cosa significhi nichilismo, Nietzsche risponde: ‘I valori supremi perdono valore’ (Frammenti postumi, 1887-1888, in Opere 1971, vol III, 2, fr. 9, pag 12). In un’altra sua opera leggiamo: ‘Vidi una grande tristezza invadere gli uomini. I migliori si stancarono del loro lavoro. Una dottrina apparve, una fede le si affiancò: tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto fu! (…) Cosa è accaduto quaggiù, la notte scorsa dalla luna malvagia? Tutto il nostro lavoro è stato vano, il nostro vino è divenuto veleno (…) Aridi siamo divenuti noi tutti (…) tutte le fonti sono esauste, anche il mare si è ritirato’ (Così parlò Zarathustra, Mursia 1972, pag 120).
2. Nietzsche annuncia la ‘morte di Dio’ con l’enfasi del vate, e predica il ‘superuomo’ che è finalmente libero da ogni legame: ‘Siamo stati noi ad ucciderlo (Dio), voi e io. (…) Come potemmo svuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi, via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? (…) Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!’ (La gaia scienza, Oscar Mondadori 1971, pag 125-126). In questa visionaria dichiarazione della morte di Dio, non deve sfuggire la lucida domanda: ‘Esiste ancora un alto e un basso?…’. Egli si rende conto che – slegata la terra dal suo sole – scompaiono tutti i punti di riferimento, di direzione, di cammino, di agire morale. E senza questo, sparisce il senso del vivere e del morire. Egli ammette quindi che, senza il riferimento trascendente di Dio, la terra – e quindi l’uomo – non sa più dove andare: precipita e vaga nello spazio vuoto!
Così, l’uomo si trova disorientato, lo smarrimento investe il suo mondo interiore fatto di idee, sensazioni, sentimenti, slanci, emozioni e pulsioni, un mondo ricco ma da ordinare, affinché non sia un caos ma un ‘uni-verso’. Senza però un criterio unificante, senza un centro, un ‘unum’ verso il quale guardare, è impossibile costruire un’armonia viva e dinamica. Nel caos non si capisce dove si va, ci si affida facilmente al richiamo o alla sollecitazione più forte. Lo smarrimento investe anche il mondo delle relazioni con gli altri e con le cose, con gli avvenimenti, la storia, il vivere e il morire. In mezzo al nichilismo, la domanda di significato irrompe ancora più acuta, quella domanda che il nichilismo vorrebbe – specie agli occhi dei giovani – rendere ‘domanda oziosa’, come affermavano Comte, Marx e altri Maestri del sospetto. Ecco perché l’uomo moderno ha bisogno di essere rieducato al senso non dei ‘fini’, ma del ‘fine’. Quando una civiltà smarrisce la coscienza del fine ultimo, allora si appiattisce inesorabilmente nell’immediato e nell’effimero, e chiude l’uomo nella immanenza. Ma ciò non significa liberarlo dalla trascendenza, bensì privarlo del fondamento che garantisce il suo valore. Così sradicato, si trova esposto a qualsiasi possibile manipolazione.
3. In questo spaesamento culturale, nascono la paura e l’angoscia, ha buon gioco quella fragilità di fondo che sembra segnare l’anima del mondo giovanile e non solo. Quando una cultura nichilista ammorba l’aria come una nube tossica, e semina il vuoto di punti di riferimento ideali ed etici, la coscienza diventa fragile, esposta, facile preda di suggestioni emotive, anche di ideologie aberranti e di proposte suicide. Si trova condannata al continuo cambiamento sull’onda della sensibilità. Su questo fronte, si concentra il fuoco degli interessi più diversi, economici, commerciali, politici, ideologici… per lucrare! Il risultato è un emotivismo che – rispetto ad ambienti culturali di altre parti del mondo – è molto più sollecitato e incontrollato; ad esso corrisponde uno spazio di riflessione più modesto, fino a cristallizzare la non-distinzione tra intelligenza e impressionabilità, tra il bene e il male, il vero e il falso. Si comprende, allora, come l’estuario di questo fiume in piena senza argini protettivi, possa sfociare nello stordimento, nel disinteresse generico, nel rifiuto sociale e politico, nella eccedenza, in forme di cinismo. In sintesi, in una tristezza facilmente risentita, che facilmente genera violenza e ‘male di vivere’.
4. E’ significativo ascoltare quanto affermava Norberto Bobbio che si dichiarava non credente: ‘Proprio perché le grandi risposte non sono alla portata della nostra mente, l’uomo rimane un essere religioso, nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione, tutte le affermazioni della morte di Dio, che caratterizzano l’età moderna e ancor più quella contemporanea’.
Se però non sono alla portata della mente umana le grandi risposte, sono alla portata della mente le grandi domande! Per questo aggiunge che ‘il compito della filosofia oggi, è di tenere in vita queste grandi domande, perché impediscano alla massa degli indifferenti di divenire preda del fanatismo di pochi (…) L’esigenza di una risposta a queste domande c’è, queste domande ci sono. Il che spiega la forza della religione. Non è sufficiente dire: la religione c’è ma non dovrebbe esserci. C’è! Perché c’è? Perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone le domande senza dare risposte’.
Lucide sono anche le parole di J. Maritain nel 1959: ‘È il male metafisico che (…) si fa sentire nelle profondità dello spirito e che tocca impietosamente i giovani, perché non sono ancora abituati a mentire a se stessi. Voglio dire il vuoto, il nulla completo di ogni valore assoluto e di ogni fede nella verità, nella quale la gioventù è posta dalla intellighenztia al potere e da una educazione scolastica e universitaria che in generale (e malgrado molte eccezioni individuali) tradisce allegramente la sua missione essenziale. La gioventù contemporanea è stata sistematicamente privata di ogni ragione di vita. E questo è un crimine spirituale’ (J.Maritain, Pour une philosophie de l’education, 1959).