Omelia Santa Messa Crismale
Giovedì 2 aprile 2026
Cattedrale San Lorenzo
Saluto tutti voi, cari fratelli e sorelle, e rivolgo un saluto particolare ai fratelli presbiteri e diaconi.
Vi accolgo con grande gioia e vi ringrazio di essere qui questa mattina.
Vorrei dirvi, con semplicità, una parola sola: grazie.
Grazie per la vostra fedeltà quotidiana, spesso vissuta senza applausi.
Grazie per restare accanto al nostro popolo, anche quando la stanchezza si fa sentire e i frutti sembrano non vedersi.
Grazie per sostenere la fede di tante persone in una realtà esigente, complessa e in continuo cambiamento come la nostra arcidiocesi.
La Chiesa si costruisce proprio così, attraverso questa umile perseveranza: nella parola annunciata con verità, nell’Eucaristia celebrata con amore, nel perdono offerto in nome di Dio, nella visita agli ammalati, nel tempo donato senza misura a chi è ferito.
È una fedeltà spesso nascosta, ma è una fedeltà che genera futuro.
Questa mattina vorrei lasciarmi guidare da due interventi del Santo Padre: uno rivolto al clero della diocesi di Roma e una lettera indirizzata al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid. Sono testi che mi hanno colpito profondamente.
Il Papa richiama le parole di San Paolo a Timoteo: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te”.
Ma che cosa significa “ravvivare”?
È un verbo molto concreto: richiama l’immagine della brace sotto la cenere e il gesto di chi soffia sul fuoco per far tornare viva la fiamma.
Anche per il cammino della nostra Chiesa possiamo dire che il fuoco è acceso. È il dono dello Spirito Santo, è la certezza che il Signore è con noi fino alla fine dei tempi, è il dono del Battesimo, del presbiterato e del diaconato. Questo è il fuoco che ci è stato affidato.
E tuttavia dobbiamo riconoscere con umiltà che questa fiamma non sempre mantiene la stessa intensità: ha bisogno di essere continuamente ravvivata.
Per questo diventa essenziale educare il nostro sguardo a riconoscere ciò che Dio sta già operando nella Chiesa.
Pensiamo, ad esempio, al fenomeno sorprendente dei battesimi in Francia: un aumento significativo sia tra gli adulti che tra gli adolescenti. È un segno chiaro che la Chiesa è viva.
Quanto è importante imparare a vedere il bene che già esiste! Certo, senza rinunciare alla creatività e all’iniziativa.
Il Papa indica alcuni ambiti concreti. Il primo riguarda la pastorale ordinaria delle parrocchie, in particolare il rapporto tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione.
Qui è necessaria una vera inversione di marcia.
Per molto tempo ci si è basati su un modello che dava per scontata la trasmissione della fede da parte della famiglia e della società. Ma oggi non è più così. Molti battezzati non vivono un reale senso di appartenenza alla Chiesa.
Per questo occorre vigilare su una semplice “sacramentalizzazione” senza un autentico cammino di evangelizzazione. È necessario rimettere al centro l’annuncio e trovare nuove modalità per coinvolgere ragazzi, giovani e famiglie.
In questo contesto il Papa insiste molto su un aspetto decisivo: l’accompagnamento spirituale.
Tutti ne abbiamo bisogno — presbiteri, diaconi, laici, consacrati. Senza una guida spirituale il rischio di smarrirsi, anche con le migliori intenzioni, è molto alto.
Negli scritti di San Francesco troviamo un’indicazione preziosa. Nella Regola non bollata del 1221, parlando dell’evangelizzazione, egli propone due modalità.
La prima è vivere con umiltà, senza litigi, in atteggiamento di pace. La seconda è annunciare il Vangelo, ma “quando piace al Signore”, cioè nel tempo opportuno, con discernimento.
Francesco guarda l’altro con fiducia e speranza: non come un nemico, ma come una persona capace di accogliere il bene e di convertirsi.
E soprattutto crede profondamente nella forza del Vangelo, capace di rispondere alle attese più profonde del cuore umano.
Possiamo dire che esistono due vie dell’evangelizzazione.
La prima è quella dell’annuncio esplicito: “Andate e fate discepoli”.
La seconda è quella della testimonianza: “Amatevi gli uni gli altri”, “Siate una cosa sola”.
La Chiesa, infatti, non cresce per proselitismo, ma per attrazione.
E il primo annuncio, spesso, è proprio questo: una vita riconciliata, relazioni fraterne, comunità che vivono nella pace.
Poi viene anche la parola, ma sempre nel tempo giusto, secondo il discernimento.
Guardando al futuro, sentiamo il bisogno di un rinnovato slancio vocazionale.
Le vocazioni nascono là dove ci sono comunità vive e gioiose, dove il ministero è vissuto con fraternità e pienezza.
Vorrei concludere con un episodio semplice e bellissimo della vita di San Francesco.
Un giorno disse a frate Ginepro: “Andiamo a predicare”.
E insieme attraversarono la città: pregavano, sorridevano, aiutavano le persone, si fermavano con i più poveri.
Al ritorno, il frate gli chiese: “Ma la predica?”.
E Francesco rispose: “L’abbiamo fatta”.
(Testo trascritto)
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