Se non ho la carità…

Omelia tenuta il 18 maggio 2014 in occasione del Pellegrinaggio Diocesano della Carità al Santuario N.S. delle Guardia
18-05-2014
 Cari Fratelli e Sorelle nel Signore

1.         È bello ritrovarci a casa! Dove c’è la Madre c’è la casa. E qui siamo sotto lo sguardo della Madonna: i figli – qualunque sia l’età – desiderano essere guardati dalla propria madre, perché sanno che il suo è uno sguardo d’amore anche quando richiama; sanno che è uno sguardo che avvicina, che accoglie e abbraccia; che scalda e rigenera, incoraggia a riprendere la strada. Tutti ne abbiamo bisogno! E Lei ci guarda tutti, uno per uno. Siamo qui, come operatori di carità e di servizio? Sì, certamente; ma innanzitutto siamo qui come discepoli: se non ci riconosciamo prima di tutto discepoli, infatti, presto o tardi faremo fatica a riconoscerci anche come servitori del servizio. E questo vuol dire non servirci mai del servizio per affermare noi stessi, ma servire in perdita, uscire dal recinto, mettere prima l’altro che ci chiede o che non ci chiede, ma che spera che qualcuno si accorga di lui, che lo salvi dall’essere invisibile, che lo faccia sentire qualcuno, che gli doni rilievo. Non è forse, questo, un bisogno universale? Senza l’attenzione di qualcuno ci sentiamo persi, oggetti vaganti nel cosmo, solitudini che camminano, ombre infreddolite e sterili. Ma se qualcuno si accorge di noi, allora l’ombra si dilegua e il fuoco si accende: allora – a sua volta – la fiamma illumina e riscalda oltre di sé, scioglie altri ghiacci, e il deserto si anima e discretamente fiorisce. Non è forse questa la nostra esperienza quando abbiamo la grazia di entrare nel cenacolo caldo dell’amore? Non è forse questo il dinamismo fecondo della carità? Ci ritroviamo dentro a questo movimento del cuore, oppure dobbiamo riconoscere che muoviamo solamente – seppur generosamente – le mani?

2.         Ma qual è la sorgente segreta in grado di irrorare la terra arida dell’umano, dei bisogni che sembrano assediarci da ogni parte? Che ci ricordano – spietati – la misura dei nostri limiti, l’ esiguità delle nostre forze e delle risorse? Sentiamo allora – quante volte lo dobbiamo sperimentare, ed è grazia! – che la sorgente non è dentro di noi, la nostra volontà buona, la larghezza del cuore, le  capacità generose, la forza organizzativa, la lucidità dei programmi. Perfino il nostro desiderio si scontra non solo con le stanchezze fisiche, ma soprattutto con la fedeltà che il servizio esige, con la fatica della condivisione non formale seppure libera, con l’usura del tempo. Tutto questo è certamente un tesoro; ma quanto può durare? Può essere il fondamento sorgivo di un servizio che serve perché ama? Se poi ritornano, sibilline, le parole di Paolo ai Corinti, allora la domanda si fa ancora più acuta: ‘Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova’ (Cor 13,3). Ma le opere della carità non nascono dalla carità stessa? Spesso si tende a identificare, ma Paolo distingue in modo quasi ostinato.

E allora? Dove trovare la sorgente vera e sicura? Solo l’amore genera amore: solo l’essere amati ci fa capaci di amare. La sorgente segreta che scorre nelle viscere dell’umanità, e la rende capace di bene, è l’incontro quotidiano con una Persona, non una decisione etica, non una grande idea. Una Persona che, incontrandomi, dà alla mia vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.

E’ Dio che, amandoci, ci trasforma in una creatura capace di vivere in modo nuovo; capace perfino di fare cose più grandi di quelle che ha fatto Gesù. E la cosa più grande tra le più grandi, è saper amare con cuore sincero e servire senza nulla pretendere: in pura perdita.

3.         Ecco, cari Amici, la fonte che ci trasforma: Gesù non è solo un modello da imitare, un grande da ammirare. Sarebbe troppo poco e, alla fine, non ci interesserebbe. E’ molto di più! E’ Colui che mi ricrea con la sua grazia che discende dalla croce; è Colui che – se Lo incontro davvero – viene a dimorare in me, mi fa capace di amare gli altri come Lui ama me; capace di essere dono per i fratelli come Lui si dona alla mia ricorrente povertà; mi possiede non per violarmi ma per elevarmi fino al cuore della Trinità, là dove, in un eterno movimento d’amore, il Padre chiama il Figlio e il Figlio guarda il Padre nel reciproco bacio dello Spirito Santo. E’ ancora l’Apostolo Paolo che ci soccorre quando, portandoci in alto fino alle vertigini, pronuncia le parole impossibili: ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’ (Gal 2,20). E’ dunque la sua grazia che ci permette d’amare veramente, e di fare quelle opere di misericordia senza le quali è facile illuderci di amare Dio.

          Ma noi incontriamo il Signore Gesù? Nella preghiera di ogni giorno incontriamo lui o noi stessi? Ascoltiamo Lui o ci ascoltiamo? Parliamo con Lui o parliamo con noi? ‘Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?’: è la domanda che il Signore pone all’Apostolo e che pone ad ognuno di noi oggi. E’ la domanda bruciante e benefica di chi non vuole solo essere conosciuto, ma chiede di essere incontrato: è l’amore della conoscenza e la conoscenza dell’amore. Grazie a questa conoscenza, Gesù – come a Emmaus – entra nella locanda e si mette a tavola con i due discepoli sconsolati e stanchi, e li trasforma con la grazia del suo amore. Essi lo hanno invitato a restare con loro, e Lui – come colui che ama – desidera di essere desiderato. E subito risponde al nostro invito: subito risponde, Lui-Dio, che desidera di stare con noi molto di più di quanto noi desideriamo di restare con Lui. E quando incontriamo, quando restiamo veramente Dio, allora Lui ci sospinge verso i fratelli, perché l’amore non può restare compresso e solitario. Si spegne anziché moltiplicarsi e scaldare il mondo.