Presentazione della nuova traduzione italiana (III) del Messale Romano

10-12-2020

Presentazione della nuova traduzione italiana (III)

del Messale Romano

Genova 11.12 2020

 

  1. Il Culto gradito a Dio

Bisogna partire dalla distinzione tra “Culto” e “Liturgia”. La parola culto deriva dal latino “colo” che significa “onoro, venero”, ma anche “lavoro, coltivo”. San Paolo, nella lettera ai Romani, descrive il culto: “vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; Questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12-1).

La vita del cristiano è chiamata ad essere culto gradito a Dio, ovunque si trovi. Possiamo dire che questa è la forma personale del culto, mentre la liturgia è il culto pubblico della Chiesa. Naturalmente, la vita come culto è possibile a partire dalla liturgia, che è la sua fonte, ma anche il suo vertice e compimento. Cercheremo di vedere perché e come.

Sia il culto che la liturgia sono – potremmo dire – uno “stare davanti a Dio”,  riconoscendoci creature (concetto oggi oscurato poiché esprime un rapporto di dipendenza ontologica, cosa che si scontra con l’insita volontà di potenza e di assoluta autonomia).Lo stare davanti a Dio ha modi e tempi diversi, ma è sempre davanti a Lui, alla sua Presenza, sapendo chi è Dio. Al riguardo, vorrei mettere in parallelo alcuni attributi divini che troviamo nei due Testamenti. Per fare questo sarà bene mettere tra parentesi un istintivo pensiero: Dio già lo conosco. Così come, ascoltando o leggendo il Vangelo, si può pensare che l’abbiamo sentito molte volte e quindi l’interesse viene meno. Ma così non è.

Nell’Antico Testamento Dio è l’Assoluto, il radicalmente Altro: pensiamo a Mosè che chiede a Dio di poter vedere il suo volto, e che si sente rispondere: “ tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. (…) Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere” (Es 33, 30-33). Ma nel Nuovo Testamento, il Verbo Incarnato è il volto di Dio. Nell’Antico, Dio è l’Ineffabile Mistero, Gesù è il Verbo Eterno, la Parola, la pienezza della Luce. Nell’Antico è l’Onnipotente , Gesù è debolezza; nell’Antico è Creatore e Origine, in Gesù si rivela Padre e Destino; nell’Antico è Trascendenza e Santità, in Gesù è Vicino e Compagno, è Via che conduce alla vita eterna, e sulla croce si fa Redentore del mondo.

Questi attributi non si contrappongono tra loro, né tanto meno si elidono: si richiamano e si integrano a vicenda nel tentativo di descrivere una Realtà che non si può comprimere in parole umane. Dio è tutto questo e di più: la sua auto-rivelazione in Cristo non deve mai farci dimenticare la sua alterità, la sua Maestà. Il Mistero è talmente luminoso da non poterlo esaurire con il nostro povero sguardo. Quello che ci è dato di vedere è ciò che vediamo e ascoltiamo in Gesù, il Figlio Eterno e Unigenito del Padre, il Portatore dello Spirito.

 

  1. La Liturgia

La divina Liturgia è “Il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua forza. Poiché il lavoro apostolico è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il Battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al Sacrificio e alla mensa del Signore” (Concilio Vat. II. SC 10). E ancora: “Giustamente la Liturgia è ritenuta come l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo. In essa, per mezzo di segni sensibili, viene significato e, in modo ad essi proprio, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal Corpo Mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale” (id 7). In questa definizione troviamo dunque tre cose: i segni sensibili (pane, vino, acqua, olio…), la realizzazione di ciò che essi evocano (Gesù stesso nel suo sacrificio, il cibo della vita eterna, l’azione dello Spirito Santo…), lo scopo, che è la santificazione dell’ uomo, la sua elevazione alla vita soprannaturale, la sua divina trasfigurazione, la vita della grazia santificante, e la grazia propria di ogni sacramento. Come si intuisce, la Liturgia è ricchezza di segni che i sensi umani possono esperire, ma che elevano ad un orizzonte che non è simbolico, che è oltre ma non è altro, che è divino ma che ci è familiare.

La Liturgia chiama in causa tutto l’uomo, non solo le emozioni e i sentimenti, ma anche l’intelligenza e la volontà, il corpo e l’anima: è un’armonia di parole e silenzi, gesti e spazi, canti e suoni, forme e luci, colori e profumi. Nulla ha uno scopo estetico, tutto, ogni dettaglio, esprime una verità che va a comporre il grande incontro con Lui, il Signore, il Sacerdote unico ed eterno, il Mediatore tra Dio e gli uomini, tra la Santità e il peccato, tra la potenza della Grazia divina e la fragilità umana, tra l’Unità Trina e la divisione.

Tutta la fede si fa visibile nella scansione dell’anno liturgico; la Liturgia della Parola si snoda nel grande fiume dove la Rivelazione – Scrittura e Tradizione garantita dal Magistero autentico – fluisce e chiama i credenti per immergersi nelle sue acque e lasciarsi purificare, rigenerare, rinvigorire e spiritualmente fecondare. Grazie al grande Pontefice, che si è fatto ponte di salvezza fra terra e cielo, l’umanità può raggiungere il cuore della Trinità. Quel Ponte umano-divino che ha ripristinato per sempre la strada interrotta verso il Padre, ha assunto storicamente la forma della croce dalla quale mai la Liturgia può prescindere. Nel maestoso fiume liturgico entra l’acqua viva del Sacrificio eucaristico, che si fa presenza, pane e pegno di vita eterna.               

 

  1. Il memoriale del Sacrificio della Croce

La Celebrazione Eucaristica ha tre dimensioni intimamente legate: è memoriale del Calvario, convito di vita eterna, presenza reale e sostanziale di Gesù Cristo. Vorrei dire una parola sul memoriale in quanto, a volte, si tende a darlo per scontato mettendo in luce soprattutto il convito e la presenza. Ma il memoriale del Calvario è il centro di tutta la vita cristiana, è il cuore dell’universo e del tempo. La sensibilità contemporanea sembra allergica alla parola sacrificio, come se il Vangelo fosse negazione della gioia, una religione mortificante, piena di divieti (cfr Nietzsche, Così parlò Zarathustra). Ma così non è.

Il sacrificio della salvezza è l’essere stesso del Verbo Eterno di Dio che, assumendo la nostra umanità, è entrato nel tempo. Egli si è caricato dei nostri peccati, li ha portati come vittima di espiazione, per togliere cioè il “piaculum”, l’ostacolo tra Dio e l’uomo. Come lo ha tolto? Facendo una cosa sacra, ponendo in essere in ogni momento, fino alla morte di croce, un atteggiamento interiore che l’antico Adamo aveva rifiutato, e che ogni peccato in qualche misura rifiuta. Il sacrifico, dunque, è qualcosa di grandioso, di vitale, di sacro perché non solo è supremo, cioè altissimo, ma tocca Dio stesso: accettando la morte violenta sul patibolo, Gesù si fida e si affida totalmente al Padre. L’azione sacra, il sacrificio della salvezza, prende la forma della croce, che è la misura assoluta del suo affidamento: non dobbiamo dimenticare che l’affidamento esprime un uscire da sé, un farsi dono, e il dono – se è vero – è sempre una rinuncia. Non è sete di vendetta, di dolore punitivo, di sangue, ma è affermazione d’amore tra il Padre e il Figlio che portava in sé l’umanità intera. E’ in questo farsi dono al Padre nel segno della sovrana fiducia in Lui, che Gesù ha consumato il peccato del mondo, e questa auto-donazione d’amore non ha fine, poiché in cielo continua per  l’eternità. Ecco perché la croce è decisiva nella Liturgia, tanto che la Chiesa vuole che stia sopra o vicinissima all’altare: essa è l’inesauribile sorgente di intercessione per l’universo, è il continuo sacrifico di Cristo offerto al Padre nel bacio dello Spirito. Fare la comunione eucaristica vuole dire nutrirci di questo pane di immortalità; vuol dire entrare nel sacrifico perenne di Cristo per diventare dono d’amore nonostante le nostre miserie. Adorare la presenza reale di Gesù nel Sacramento significa dunque stare alla presenza di Cristo-dono che ci invita a farci dono con Lui.

 

  1. L’assemblea liturgica

Andiamo alla Messa per incontrare innanzitutto Cristo, non il sacerdote che celebra “in persona Christi” ma non è Cristo, e neppure la comunità che è il Corpo di Cristo ma non è Cristo. Si va a Messa per incontrare – nell’io della Chiesa – il Signore, il Capo e lo Sposo del Corpo Mistico, la Luce delle genti. L’io dell’individuo non scompare, ma si ritrova e si allarga nel’io ecclesiale, sapendo che la fede è atto personale ma non solitario, è atto della Chiesa che ha origine con Gesù e gli Apostoli, gli unici che lo hanno incontrato, ascoltato, vissuto con Lui. Incontrare fisicamente i fratelli e le sorelle nella fede è qualcosa di insostituibile, poiché risponde al criterio dell’incarnazione ed è conseguenza dell’incontro con Cristo. Pensare che le comunicazioni virtuali possano sostituire la presenza fisica è innaturale. I legittimi impedimenti semplicemente dispensano, e la visione della Messa tramite i mezzi odierni è certamente un’occasione e un aiuto, ma non equivale.

Il vero e unico Protagonista è sempre Gesù, sommo Sacerdote, e la comunità è chiamata a prendervi parte secondo i principi e le regole che la Chiesa, come custode e responsabile, deve dare. Anche il Messale è regola liturgica, affinché non celebriamo noi stessi ma il Signore. Questo ci chiede di non lasciarci prendere dalla nostra soggettività, dai nostri criteri o sensibilità, ma di entrare umilmente nel “noi” liturgico dove Cristo prega con noi e intercede presso il Padre portando in se stesso la nostra umanità redenta e fragile, bisognosa di misericordia e di perdono, della grazia.

Ognuno ha un proprio mondo emotivo ed esistenziale, ma questo non deve condizionare la partecipazione insieme al popolo; non deve piegare la Liturgia al proprio sentimento, agli stati emotivi, alle proprie situazioni di vita, preferenze. La Liturgia è per tutti, e tutti possono trovano se stessi nelle proprie particolari situazioni. Basta entrarci con umiltà, e l’umiltà è sempre uscire un po’ da noi, rinunciare a qualcosa di noi per affidarci a qualcosa che ci precede e che non è totalmente nostro.

 

  1. Verità pregata e “activa participatio”

Insieme a Romano Guardini possiamo dire che la Liturgia è verità pregata, non è sentimentalismo o estetismo; è verità vissuta pregando, è Cristo operante nel tempo e nello spazio. Egli ci chiede di lasciarci prendere dal soffio dello Spirito che, come un turbine invisibile, scende sull’altare e sull’assemblea orante per elevarla fino al trono di Dio nella liturgia celeste. La Liturgia è il dogma pregato con sobrietà e intensità come ricorda il Concilio. Ecco perché la tradizione millenaria ha formulato l’assioma “lex orandi, lex credendi”: il culto pubblico della Chiesa esprime la fede della Chiesa, e ne fa oggetto di pensiero e di preghiera per tutti, in ogni momento dell’esistenza.

Anche per questo il Messale è un testo di particolare importanza, poiché non cambia il vocabolario della fede, vale a dire che in esso troviamo – in forma di preghiera – le parole più antiche, originarie e sacre della fede cristiana e cattolica, come redenzione, salvezza, sacrificio, croce, vita eterna, anima, penitenza, conversione, peccato, carità, vigilanza, pellegrinaggio, cielo, beatitudine…e molte altee che la cultura diffusa sembra ritenere obsolete e inadeguate per la sensibilità dell’uomo moderno. Ma in realtà sono le parole della Scrittura, della Tradizione e del Magistero, dei Santi e dei Dottori della Chiesa. Sono le parole che corrispondono alle profondità del cuore umano di ogni tempo.

Nella pagine del Messale troviamo nobiltà, sobrietà e misura, ma anche il rigore dottrinale e la carica emotiva. Non troviamo enfasi e ridondanza, ma neppure quel carattere “ingessato” di cui a volte si sente dire in chiave polemica. Se c’è l’umiltà e la pazienza di perseverare, allora potremo cogliere e gustare la bellezza liturgica racchiusa nel messale, e che traspare anche nell’ambiente e nei suoi segni.

In che cosa consiste la “fruttuosa partecipazione” alla Liturgia, raccomandata dal Concilio? I Padri conciliari ricordano le lingua nazionali, i vari servizi, il canto e la musica liturgici, la cura dell’altare, della chiesa, del tabernacolo, dei vasi sacri e dei paramenti …ed altro. Tutto, se ben inteso e praticato,  aiuta ad entrare nel cuore della partecipazione attiva, cioè nella sostanza. Penso che tutti siamo d’accordo che non si tratta di “fare” ma di “essere”, anche perché chi è impedito di fare, sarebbe precluso da una partecipazione attiva e fruttuosa. E questo nessuno lo pensa.

Qual è allora l’anima della fruttuosità? Dobbiamo ritornare al sacrificio di Gesù, e ricordare che è questo il cuore della redenzione e della salvezza. Nella Liturgia Eucaristica, dopo la consacrazione del Corpo e del Sangue di Cristo, il momento comunitario decisivo è la dossologia al termine della preghiera eucaristica: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito santo oggi onore e gloria per tutti i secoli dei secoli, Amen”.

Sant’Agostino scrive che è questo l’Amen più importante e significativo del Culto liturgico, e che sentiva la cattedrale rimbombare per il vigore delle voci che, diventate una voce sola, aderivano a quanto il Sacerdote aveva detto e fatto fino a quel momento: la ripresentazione del sacrificio del Salvatore, sacrifico che si perpetua nella Liturgia celeste.

Un brevissimo commento. “Pr Cristo” significa che il popolo può dare gloria a Dio a causa dell’offerta di Cristo sul Calvario; “Con Cristo” indica che l’assemblea, quindi ogni credente, vuole essere con Lui, esprime un atto di libera adesione a Gesù nell’adorazione di Dio; “In Cristo”riconosce che Lui ci ha assimilati a sé, ci ha incorporati donandoci la vita divina tramite la grazia. Da chi partecipa il “per” e l’ “in” sono riconosciuti come dati oggettivi, come dono di Dio, ma nel “con” l’io umano esprime la sua adesione, la sua cosciente e libera partecipazione all’adorazione trinitaria, che è la salvezza dell’umanità. Sta qui la vera e fruttuosa partecipazione alla Liturgia Eucaristica.

 

  1. La nuova traduzione del Messale Romano

Nel messaggio dei Vescovi italiani che accompagna la nuova traduzione, leggiamo: “riscopriamo insieme la bellezza e la forza del celebrare cristiano, impariamo il suo linguaggio – gesti e parole – senza appiattirlo importando con superficialità i linguaggi del mondo. Lasciamoci plasmare dai gesti e dai “santi segni”della celebrazione”.

Alla luce di questa esortazione e di questo indirizzo, dobbiamo dire che le modifiche apportate nella nuova traduzione sono poche, ma alcune rilevanti. La più importante, com’è noto, è la traduzione del Padre Nostro, dove l’antico “non ci indurre in tentazione” è sostituito con “non abbandonarci alla tentazione”. Con questa traduzione si esprime sia la domanda di essere preservai dalla tentazione, sia di essere soccorsi qualora essa giunga. Altra novità è la sostituzione di “gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà” con “gli uomini amati dal Signore”, più in linea con il testo evangelico di Lc 2,14. Nei riti di comunione la presentazione dell’Eucaristia viene accompagnata così: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”. Infine, nella II Prece eucaristica l’epiclesi sul pane e sul vino da consacrare, anziché dire “santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito”, si è p tradotto con: “santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito”, che è più fedele al testo latino e alle immagini usate nella Scrittura. Come si nota, il criterio usato è stato una maggiore fedeltà alla traduzione del 1983 e una più puntuale precisione teologica.

 

  1. La bellezza salverà il mondo

Desidero concludere queste riflessioni con la nota affermazione di F. Dostoevskij: è  fortemente suggestiva e suscita un istintivo consenso. In che senso il bello “salva” il mondo? Che cosa significa “salvare”, e da che cosa? In generale, salvare evoca l’idea di liberare da qualcosa di opprimente, di ingiusto, di non desiderabile: può trattarsi di un male fisico o psicologico, oppure di un male morale e spirituale.

In un primo senso, possiamo dire che la bellezza salva in quanto ciò che è bello attira l’attenzione e suscita una commozione estetica che, se profonda, avvolge la persona che guarda l’incanto di una notte stellata o di un’opera d’arte, o ascolta una musica. Tale rapimento ci porta al di là di noi stessi, in un orizzonte più grande, ci eleva interiormente, porta verso un “oltre” che sfugge al tentativo di definizione, ma che avvertiamo non estraneo, bensì reale e benefico. Infatti, fa respirare un’aria più nobile, suscita emozioni e sentimenti elevati, purifica lo sguardo, ricorda che non tutto è tenebra, meschinità e calcolo, ma che esiste la luce, la gratuità, il bene. Questo effetto positivo lo possiamo chiamare in un certo senso“salvezza”, poiché ci salva dalla banalità, da una visione tetra e disperante della vita e del cosmo.

Ma questo è troppo poco per parlare di salvezza in senso pieno, poiché può rimanere in superficie ed essere passeggero, può toccare solo alcune corde dell’essere umano, mentre l’uomo cerca una salvezza che lo liberi e sani in profondità, per intero, e “l’intero” umano è essenzialmente di ordine spirituale: questo non nega l’ordine della materia, ma lo ordina secondo una teleologia complessiva e definitiva che è espressa in termini problematici con la domanda segreta o palese presente nella coscienza: che cosa sarà di me?

A questo punto possiamo passare alla Liturgia, e chiederci se la sua dinamica bellezza abbia la potenza salvifica che l’umanità cerca. Come ho già detto, la sua bellezza si manifesta nei simboli e nei colori, nei paramenti, nella musica e nel canto, nel significato e nell’armonia dei gesti e dei movimenti, nel contesto celebrativo … Tutto questo ci attira e ci parla, ci eleva ma non basta. Se si fermasse qui, la Liturgia sarebbe una forma di estetismo liturgico, un incantesimo di superficie, ma non il culto pubblico della Chiesa, l’agire di Cristo, Sacerdote e Mediatore unico.

Per andare oltre e cercare di comprendere, bisogna mettere a fuoco un livello più profondo di bellezza, che possiamo sperimentare sia sul piano umano che su quello divino. Solo in questo orizzonte possiamo parlare veramente di salvezza, poiché si tratta dell’incontro personale con Dio.

Per arrivare a questo è utile partire da un approccio fenomenologico, cioè riflettere sulla esperienza umana chiedendoci che cosa significhi veramente “conoscere”l’altro. Conoscere l’altro è sempre uscire dall’io per entrare nel tu che ci sta di fronte: per tale motivo conoscere è, in senso proprio, un atto d’amore. Solo l’amore, infatti, arriva a conoscere l’altro, poiché l’amore è il contrario del pregiudizio, dell’interesse, della strumentalizzazione, del calcolo, dell’invidia e dell’odio: atteggiamenti che  impediscono la conoscenza di ciò che è “il conosciuto”. Il conoscere, dunque, è uscire da sé e così pure l’amare. Infatti l’io conoscente, uscendo da sé per conoscere l’altro, non si sovrappone a lui, ma lo rispetta e quindi pone un atto d’amore: per questo lo può raggiungere nella sua verità. Nello stesso tempo, il tu conosciuto, sperimentando di essere amato, ama chi lo conosce, lo conosce a sua volta. Ecco perché la conoscenza, in senso pieno, avviene solo tra persone. Solo loro, infatti, possono essere contemporaneamente soggetto e oggetto di verità e d’amore: il conoscente diventa conosciuto e l’amato diventa amante.

Questo dinamismo della conoscenza-amore avviene anche nella Liturgia: il Verbo Incarnato e glorioso riconosce il Tu del Padre e ne è riconosciuto, e in questo suo eterno riconoscimento ama ed è amato: “Tu sei mio Figlio (…) Tu Padre mio”. In tale conoscersi e riconoscersi si attua la verità e l’amore del Padre e del Figlio nello Spirito: questo eterno processo del Logos verso il Padre, in Cristo si è manifestato come incondizionato abbandono alla volontà divina fino al punto supremo della croce. Il Calvario non è il punto “supremo” come se gli altri momenti della vita di Gesù non fossero supremi, cioè totali, ma perché l’umano affidamento al Padre si invera in modo radicale nel momento della sofferenza e della morte. Come si è detto, il cuore del sacrificio salvifico non è altro che lo stesso essere del Verbo eterno che – assumendo la carne – si rivela nelle forme umane. Quel sacrificio continua ora glorioso nella Liturgia del Cielo con una novità assoluta: il Verbo porta con sé, glorificata, la nostra carne, cioè l’umanità, come primizia e atto liturgico “in, per e con” Lui.

L’essere del Verbo eterno è un terno uscire da sé verso il Padre nel bacio dello Spirito, è affidamento a Lui. “Il Verbo era Dio” ed è tutto secondo il Padre: “io sono venuto per fare la volontà del Padre mio”. Il “fare” di Cristo coincide con il suo essere il Figlio nel quale Dio si compiace: “l’essere secondo Dio” non significa da parte di Dio una volontà di potenza, Egli non pretende la sottomissione della creatura per affermare la sua onnipotenza, né l’obbedienza alla legge va intesa come manifestazione di un giogo. L’essere secondo Dio, sia di Gesù che di noi tutti, è vivere nella verità che conosciamo tanto più quanto più l’amiamo. La verità che Dio vuole per noi è quella che Lui ha creato creandoci, ed elevandoci con la redenzione. E questa è la sua volontà su di noi: conoscere, amare e vivere secondo Dio è armonia, cioè ordine. E’ dinamico ma organico. E’ questa la bellezza della creatura, vivere nell’ordine, cioè nella verità conosciuta e amata, tanto più riconosciuta quanto più amata.

Chi assiste al dinamismo di verità e d’amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito, vede la bellezza che incanta e attira, che affascina e chiama ad entrare in questo duplice movimento: in costui la bellezza divina suscita l’amore,  e l’amore dona la conoscenza della verità di Dio-Trino, e in Lui la verità dell’essere umano. Godendo di tale bellezza, la ama e giunge a conoscere Dio uscendo dall’involucro del proprio auto-isolamento, e così partecipa alla bellezza soprannaturale. In questo vedere, contemplare,  entrare e lasciarsi prendere, sta la vera salvezza, quella che libera dall’io che isola, e che soffoca nello sforzo titanico di auto-affermazione oltre i limiti umani, di auto-trascendimento del male fisico e morale, della morte e del nulla.

Sta qui l’originaria tentazione del superuomo, quella di mettersi al posto di Dio, di farsi dio di se stesso. In questa primordiale volontà sta l’auto-negazione, il rifiuto della verità creaturale, la sovrapposizione di sé ad essa, quindi il contrario dell’amore. E’l’antitesi della bellezza, è il mondo della menzogna, l’orrido fisico e morale, ma anche dell’intelligenza e dell’anima. E’ vero che l’orrido esiste, ma esso è solo reale non è vero, è fattuale non ideale: ciò corrisponde all’esperienza umana. Ciò che è male, infatti, non appartiene all’essere umano, ne è una deformazione: la verità dell’uomo è  “secondo” Dio che crea l’essere e ne indica l’agire: Cristo è verità, vita e via. E quando tutto corrisponde ala verità profonda e originaria, allora la bellezza appare sulla terra e nei cieli.

Ma vi è un “ultima” considerazione: lasciarci prendere dalla bellezza liturgica, non significa solo contemplare in Cristo l’eterno umano-divino farsi dono al Padre,  sacrificio che salva, armonia di verità-amore-bellezza assoluta. Ciò sarebbe ancora insufficiente, potrebbe avvicinarsi alla gnosi. Farsi prendere dal dinamismo della bellezza liturgica ci salva in radice poiché la bellezza trinitaria entra in noi, ci rende partecipi della bellezza divina tramite la grazia. Questo donarsi di Dio in Cristo agli uomini, è forza di vivere secondo Dio, cioè nell’armoni dell’essere creaturale: “senza di me non potete far nulla (…) è impossibile agli uomini, ma è possibile a Dio.

Torniamo alle parole dell’Apostolo da cui siamo partiti: “Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro  culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è  buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12, 1-2). Ciò è possibile vivendo la Liturgia nella sua bellezza sostanziale che – attraverso il Ponte vivente, Cristo – ci introduce nella mistero intimo della Trinità e ci ammette al banchetto della sua vita.

Card. Angelo Bagnasco