Omelia in occasione dei funerali di Don Andrea Gallo

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25-05-2013
Genova, Parrocchia di N.S. del Carmine e S. Agnese ,
25 maggio 2013
Cari Fratelli e Sorelle

il Signore ha chiamato Don Andrea, e lui ha risposto con serena consapevolezza, circondato dei suoi familiari e dai suoi “ragazzi”, quelli per i quali ha dedicato la vita. Nato nel 1928, è entrato nella comunità religiosa dei Salesiani respirando il clima dell’oratorio, della pastorale del cortile tra i ragazzi e i giovani che egli guardava con istintiva predilezione. Ordinato nel 1959, divenne cappellano sulla nave scuola Garaventa, dove ebbe modo di sperimentare la verità delle parole di Don Bosco: “l’educazione è una questione di cuore”. Nel 1964 bussò alla porta dell’Arcivescovo di Genova, il card. Giuseppe Siri – che Don Andrea ha sempre considerato un padre e un benefattore – per chiedere di essere accolto come sacerdote Diocesano. E così avvenne.
Ovunque svolse il suo ministero sacerdotale, lo sguardo e il cuore erano attirati da coloro che portavano più evidenti le ferite della vita, quelle del corpo e quelle dell’anima. Come il samaritano del Vangelo, e come è missione di ogni sacerdote, ha cercato di lenire i dolori di chi incontrava con l’olio della consolazione e il vino della fiducia, ridonando speranza per guardare al domani.
Anche qui svolse il suo ministero, e infine approdò nella Parrocchia di San Benedetto al Porto dove ebbe inizio la Comunità: cominciò – come egli diceva – quasi alla spicciolata, aprendo la porta a chi bussava e cercava calore. E la comunità, da iniziale ricovero e incontro, divenne sempre più abbraccio fecondo di chi si sentiva o appariva ai margini, forse senza nome. Don Andrea sapeva che, la sua, era una risposta a coloro che, per motivi diversi, sono percossi dalla vita; una risposta alle tante malattie che tolgono la luce, ma non la voglia di cercare o solo attendere un sorriso e una carezza. Sapeva che era la “sua” risposta, e non pretendeva che fosse di tutti, perché la fantasia del bene è grande, ed è percorsa con generoso sacrificio da molti. Nei non rari incontri con i suoi Arcivescovi – anche con me – se ne parlava con schiettezza e rispetto, com’ è doveroso e giusto.

Negli ultimi giorni della malattia – curato e accompagnato dai familiari, da Don Federico e da tanti amici che ringrazio – andai a trovarlo a casa: come sempre, era felice e grato dell’incontro, sereno e a tratti scherzoso. Nella sua stanza, da una parte l’immagine della Madonna, dall’altra la finestra sul porto. Potremmo dire, le due presenze della sua vita di sacerdote e di uomo. Tra questi due poli ha camminato: l’amore a Genova – le sue strade, i vicoli, i sobborghi e i palazzi: tutto ci stava – e l’amore alla Santa Vergine – il Figlio Gesù, il Vangelo, la Chiesa! A Lei abbiamo rivolto insieme l’Ave Maria, dalla Chiesa ha accolto la benedizione. Insieme, da Sacerdoti, abbiamo guardato la Città, la lanterna e – senza dirlo – forse abbiamo chiesto al Signore che guardasse Genova con i suoi problemi, la sua gente; che guardasse i tanti che vivono ai bordi della strada, nei morsi di preoccupazioni e ferite, e che bussano con fiducia alle porte delle nostre Parrocchie per trovare uno sguardo, un gesto, una parola di speranza.

Mentre preghiamo per lui il Dio della misericordia, del quale tutti abbiamo bisogno, preghiamo il Signore anche per noi, affinché ci doni la sapienza del cuore e faccia scendere a larghe mani la sua benedizione.

Angelo Card. Bagnasco