Omelia e Saluto all’Arcidiocesi e alla Città a conclusione del Mandato episcopale

Omelia pronunciata in Cattedrale nella Solennità di San Giovanni Battista
24-06-2020

Arcidiocesi di Genova

Mercoledì 24.6.2020

San Giovanni Battista  

Omelia e Saluto all’Arcidiocesi e alla Città a conclusione del Mandato episcopale

  1. Il fiume della vita

L’ora del saluto è giunta: gli anni scorrono veloci verso l’oceano della vita eterna. L’esistenza è come un fiume: scaturisce dalla sorgente del Creatore, raccoglie rivoli, ha percorsi lineari e tranquilli, incontra ostacoli inattesi, viaggia a cielo aperto con ogni tempo, conosce penuria e abbondanza, lotta con anse improvvise che sembrano voler distrarre il suo corso, e a volte con rapide che possono rompere la sua compattezza e disperderlo in rivi e paludi.

Comunque, il fiume della vita lascia il segno nella terra, tra case, montagne e pianure, tra presenze e solitudini. Solo Dio, che vede il percorso e il cuore, può valutare e fare bilanci. Egli vede il bene, le lacune e gli errori: vede la rettitudine della coscienza, l’amore per Genova, mia casa e famiglia, per il mio Clero e il popolo, tutto il popolo. A noi, il compito di affidarci alla sua misericordia con la semplicità del bimbo in braccio all’Amore. Consegnarmi al suo sguardo, nel quale ho cercato di vivere ogni giorno – sguardo che va oltre apparenze e stereotipi di politica, di ideologia e di potere dona serenità e pace: e questo basta.

Ognuno è se stesso: anche l’umanità del Vescovo entra nella storia della sua Chiesa, si intreccia con lei, la segna e ne è segnato, consapevole che crescere nelle responsabilità non desiderate e non cercate, obbliga ad un amore più grande, e che amare non è mai a buon mercato, ma a caro prezzo. Significa servire nella verità e nel bene ricordando le parole di Gesù: “Padre, per loro io santifico me stesso, perché anch’essi siano santificati nella verità” (Gv 17,19).

  1. La scuola di Dio

Convinto di non tornare più a Genova, portai le spoglie di mia madre dal cimitero di Staglieno al piccolo camposanto del paese dove vive mia sorella con la sua famiglia; ma la Divina Provvidenza aveva previsto diversamente, e la mia nomina ad Arcivescovo della “lanterna” mi colse di sorpresa, suscitando sentimenti di gioia e di timore.

A volte, prima dei miei quarant’anni, riflettevo sul fatto che non ero stato toccato da situazioni di vero dolore come vedevo, invece, nella vita di altri. Mio padre, uomo che parlava poco e con poco diceva molto, sazio di bontà e di anni era salito al cielo nella pace, circondato in casa dal nostro affetto. Perché io ero stato risparmiato fino ad allora? All’improvviso, si ammalò la mia carissima mamma, e si spense il sole: iniziò una nuova fase e conobbi nella carne viva la sofferenza, scese un buio dove solo la piccola luce della fede mi permetteva di affrontare ogni giorno. Noi, esseri umani, ci abituiamo anche alle cose più belle: la loro assenza sembra impossibile, ma così non è, e viene il momento! In quei dieci anni di assistenza in tutto, imparando a mettere insieme gli impegni pastorali con i doveri di figlio, compresi che il Signore mi aveva messo in una scuola nuova e più alta, quella del dolore: forse, voleva formare il mio piccolo cuore per altri compiti. Quante volte, successivamente, sono tornato a quella scuola di vita, dove Dio mi aveva insegnato la fiducia, la pazienza, il sacrificio che è l’altro nome dell’amore, la tenerezza che vedevo attorno a me, l’umile affidamento di chi era ammalato, la Provvidenza che interveniva assumendo nomi e volti impensati. Allora, toccai con mano ciò che avevo ascoltato tante volte, che tutto è grazia.

  1. Scrivo a voi

Giunto ora all’ultima rampa del mio pellegrinaggio, mentre ci prepariamo ad accogliere con gioia e affetto il nuovo Arcivescovo, Mons. Marco Tasca, desidero indirizzarvi ancora alcune parole.

Dico una parola a voi bambini, germoglio della vita: sappiate ringraziare e siate docili a chi vi ama con amore puro.

Scrivo a voi adolescenti: non abbiate paura delle vostre interiori turbolenze, Gesù vi è accanto, ascoltate la sua voce.

Scrivo a voi giovani, primavera del mondo: non sbagliate la vita. Esistono altezze che neppure si possono immaginare, ma che l’anima può raggiungere e che vi aspettano. La cultura di oggi non vuole che siate persone consapevoli e libere, ma ricordate: solo la verità libera da menzogne e miti, e la verità è Cristo. La sua parola è alta ma non tradisce.

Scrivo a voi famiglie, culla insostituibile della vita, palestra di umanità e di fede. Voi non siete qualcosa da sostentare, ma la prima realtà su cui investire. Siete il patrimonio più grande, senza di voi non c’è futuro. La Chiesa vi è vicina: siate focolari di preghiera e di rigore educativo.

Scrivo a voi adulti, che siete nel pieno delle forze e che avete responsabilità gravi: non è importante sentirvi importanti, ma essere utili. In ognuno di noi c’è qualcosa che nessuno può strapparci o uccidere.

Scrivo a voi anziani: non siete nostalgici narratori del passato, ma depositari di una saggezza che indica ciò che vale. Gli anni ci hanno fatto vagliare le cose e guardiamo le giovani generazioni con affetto. Il nostro sguardo forse è segnato dal disincanto, ma non certo dal pessimismo che rende amari i giorni e intristisce gli altri. Di questo sguardo, patinato di fiducia e pazienza, il mondo ha bisogno.

Una parola a voi carissimi Sacerdoti, confratelli ed amici: grazie per la pazienza che avete avuto e per la benevolenza con cui mi avete accolto. Perdonate ciò che posso avere trascurato: la nostra indole è schiva e non tende a metterci in mostra, ma ci rende concreti e fedeli. Insieme a voi, un grato pensiero va a coloro che hanno condiviso più da vicino le mie responsabilità, i nostri Vicari Generali, i Provicari e i Vicari Episcopali. Non posso tacere, inoltre, la mia affettuosa gratitudine a S.Ecc. Mons. Martino Canessa, Vescovo Emerito di Tortona: tornando tra noi, è stato per me amico e sostegno, per tutti presenza umile e amata. Cari Confratelli, l’emergenza sanitaria è stata come un lungo sabato santo e ha pesato anche su di noi: abbiate pazienza e fiducia, la gente ha bisogno di voi, ha bisogno della vostra fede. Per questo verrà a cercarvi. Ma vi prego: state uniti, anzi state stretti al Vescovo e tra voi come al Signore. Siamo dei poveri uomini, ma abbiamo consacrato la vita per la salvezza delle anime: non cerchiamo glorie umane, ma la gloria di Dio. Avanzando gli anni, questa verità brilla come il sole e pacifica.

Come non ricordare i membri della vita consacrata? Ci ricordate che solo Dio basta, e che fuori di Lui l’esistenza diventa opaca. In questo orizzonte, anche la multiforme realtà del volontariato, bella tradizione genovese, sa che quanto più ci lasciamo amare da Dio tanto più siamo capaci di servire il prossimo nel segno della gratuità e della perseveranza.

A voi cari seminaristi rinnovo il mio affetto e la gioia di vedervi: non scoraggiatevi mai e non arretrate. Mettere nelle mani di Gesù tutto di voi e per sempre è grazia che riempie il cuore e la vita.

Sono riconoscente ai Rappresentanti di altre Confessioni cristiane: la vostra presenza è un atto di fraternità che mi commuove, e che rafforza il vincolo di preghiera al Signore che ci ama. 

  1. A te, Genova

Qui, nella nostra splendida cattedrale custodita dal Capitolo dei Canonici, attorno all’altare il pensiero conclusivo è per te Genova. Alle Autorità civili e militari, alle Istituzioni che da quattordici anni guardano l’Arcivescovo e la Diocesi con benevolenza e fiducia, esprimo la mia commossa gratitudine e il mio cordiale saluto ed augurio. Il rispetto reciproco ha ispirato proficue collaborazioni per il bene comune, e i nostri Sacerdoti, sparsi ovunque, ne sono testimoni, come pure la storica vicinanza della Chiesa ai lavoratori e alle loro famiglie fin dal 1943. I cappellani del lavoro ne sono prova discreta e fedele, convinti che a nulla giova il muro contro muro, e con lo sguardo teso all’occupazione, alla dignità, al pane e allo sviluppo, e questo in tempi di sole o di nubi, di successo o di amara delusione. Purtroppo, è un esempio unico, questo, in Italia. Cari lavoratori, se sarò considerato vostro amico sarà per me un onore: la vostra vicinanza mi ha ricordato il duro lavoro di mio padre in fabbrica, e di mio nonno nel nostro porto. Spesso nei vicoli mi avete fermato per un saluto, una confidenza, una preghiera, un caffè. Confesso che questi semplici gesti mi hanno incoraggiato, e resteranno tra i ricordi più belli. Un grazie a voi, operatori della comunicazione: abbiamo imparato a conoscerci, ed è cresciuto l’apprezzamento per il vostro compito di informare e formare.

A te Genova, regina della Liguria, il mio abbraccio. Mi hai accudito da piccolo tra le macerie del dopo guerra in piazza Sarzano, negli antichi vicoli di via Ravecca, del Colle, di via Madre di Dio Dalla mia famiglia e dalle tue case, strette tra loro come per proteggersi, ho imparato a vivere insieme, a faticare con serenità, ad accontentarmi di quello che c’era: vedendo i loro sacrifici senza lamenti, ho desiderato che i miei genitori fossero contenti di me e per questo mi sono applicato. Bambino, ho respirato la fiducia nel futuro che tutti dovevamo costruire, un crescente senso di appartenenza ad una città che sentivamo orgogliosamente nostra. A te, dunque, il mio abbraccio. Davanti a Papa Francesco che ancora ringrazio per la fiducia che mi ha sempre mostrato, per la sua Visita Apostolica, e per il Pastore che invia ti ho descritta come un “diesel”: non ti concedi a facili entusiasmi, ma osservi, valuti, e poi – messa in moto – parti con coraggio e punti alla meta. La tua storia spiega un riserbo che può apparire distacco, ma che in realtà preserva la bellezza della tua anima, custodisce la preziosità dei tuoi sentimenti, quei sentimenti che ho visto tante e tante volte percorrendo le tue strade.

  1. Tra monti e mare

Grazie, Città bella ed esigente, perché mi hai accolto come tuo Pastore e insieme abbiamo camminato. Ma ricorda: alle spalle hai i monti, terra dura e difficile che i tuoi avi, donne e uomini, hanno conquistato col sudore. Guarda questi monti che ti hanno protetta nei secoli, e che oggi devi attraversare con velocità e sicurezza per aprirti al nord dell’Italia e dell’Europa. Guarda i tuoi monti: ti accorgerai che ti costringono ad elevare lo sguardo verso il cielo, verso Dio che ti trascende e ti accompagna. Dall’alto vedrai meglio te stessa e i tuoi figli.

E poi, hai davanti il mare, luogo delle tue origini; mare solcato alla ricerca di sopravvivenza e di miglioramento. Non dimenticare il tuo mare: esso parla dell’ardimento dei padri, di fatiche, coraggio, sacrificio, dell’amore per la famiglia. Guarda il tuo mare che ti invita da secoli ad osare, a intraprendere, ad accettare le sfide, a non temere l’incognito, ad essere città aperta…. a guardare lontano fino all’orizzonte dove la terra s’incontra con l’infinito. Quella linea parla anche dei confini della nostra vita, del tempo che scorre, della finitezza delle cose.

Mare e monti sono il grembo che ti ha generata: continuino ad essere il richiamo della tua coscienza civile, morale e religiosa: tutto ti porta a Dio, al cielo, dove le stelle orientano e fanno compagnia. La tua concretezza ti preservi da lusinghe, e i tuoi piedi siano fermi sui monti come sul mare: lo sguardo sia fisso alla meta, la decisione intrepida, il passo sicuro anche quando l’acqua è mossa e il terreno scivola. San Giovanni Battista ti accompagni per il presente e per il futuro.

L’ultima parola è a te, o Maria, grande Madre di Dio e nostra, che Genova ha voluto incoronare nel 1637 Regina, e che campeggi sull’antico altare. Il primo raggio di sole è per te: attraverso le vetrate dei nostri Santi ti avvolge le spalle come un manto di luce. Per te è l’ultimo sole della sera, che illumina il rosone e dà calore alla tua regalità materna. Tra venti favorevoli o contrari, continua a mostrarci Gesù che porti in grembo: benedici la nostra Chiesa, la Città, le famiglie. E benedici anche me, figlio di questo popolo. Amen.

Angelo Card. Bagnasco

Amministratore Apostolico di Genova