“Non sbagliare la via alta della vita”

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Omelia pronunciata nella parrocchia di Santa Zita nella S. Messa per la festa patronale
25-04-2021

Arcidiocesi di Genova

Domenica 25.4.2021

Festa di Santa Zita

OMELIA

“Non sbagliare la via alta della vita”

 

Cari Fratelli e Sorelle,

Complesso e complicato è il tempo che viviamo: se guardiamo il mondo, lo vediamo pieno di tensioni, conflitti e problemi non risolti. Anche la perdurante pandemia aggrava paure e impone limitazioni al modo normale di vivere. Tutto sembra spingerci a rinchiuderci in noi stessi, in un perimetro sempre più angusto, alla ricerca di riparo e sicurezza. Ma tutto questo impoverisce noi stessi: se per ora dobbiamo limitarci nei movimenti, non dobbiamo però restringere la vita dello spirito: se siamo costretti a ridurre gli spazi, stiamo attenti a non ridurre l’anima. Nella vita dello spirito, vi è l’intelligenza, la riflessione, la preghiera e la fede.

  1. Il primato della fede

​È la fede il problema più grave per noi cristiani poiché, se si atrofizza la fede, perdiamo la prospettiva delle cose: dei problemi non sfumano le soluzioni tecniche, ma le loro ricadute antropologiche, culturali e sociali. Senza la fede, senza il destino eterno che ci attende, l’individuo si materializza e la società si appiattisce, diventa una somma di interessi, una serie di calcoli dove vince il diritto della forza anziché della giustizia. La sopravvivenza dell’anima fa sì che l’umanità dell’uomo non venga meno e che ogni problema – vecchio o nuovo – trovi soluzioni efficaci e rispettose. Ecco il primato della fede: con questo non affermiamo un interesse confessionale, ma un bisogno umano, poiché la creatura è, nella sua profondità, “desiderio”, desiderio di vita e di amore, di eternità e di infinito, di bellezza e di gioia. E tutto questo, per quanto ci affanniamo, non è nelle nostre mani. L’incredulità ha portato a sovvertire ogni valore, a ripudiare la morale, e noi non potremo superare la prova se non tornando alla Fede.

  1. Una ferialità straordinaria

La festa di Santa Zita ai colloca in questo contesto: per questa comunità che saluto con affetto insieme al suo parroco Don Massimiliano, a Don Francesco e a Don Mario, ritorna ogni anno come occasione di preghiera, ma anche come esempio per riflettere sulla vita cristiana che è, per tutti, chiamata alla santità. Il suo è un esempio profondo perché semplice: non c’è nulla di straordinario da dire! Santa Zita ha vissuto secondo il suo tempo, ha vissuto normalmente, e questo è lo straordinario! Oggi, circola un senso di fastidio verso ciò che è normale, come se fosse sinonimo di noioso e mortificante; come se ciò che non va oltre le righe e si ripete ogni giorno soffocasse la creatività individuale, come se il senso della vita dipendesse dal “quanto” e non dal “come”, dal numero delle esperienze fatte anziché dalla qualità di ciò che si vive. Sappiamo, però, che non è così, poiché la vita impone che ogni giorno ci misuriamo sui medesimi impegni. La cultura diffusa spinge l’individuo a identificarsi fuori di sé, anziché nel proprio mondo interiore fatto di valori, di responsabilità, di sacrificio e quindi di gioia: nella dipendenza da Dio l’uomo diventa se stesso. Santa Zita, potremmo dire, è l’elogio della vita feriale.

  1. Il linguaggio dell’amore

Ma come ha vissuto il quotidiano? Non basta, si diceva, fare ogni giorno le stesse cose come ha fatto lei, è necessario viverle “come” lei. Per la giovane Zita, che non aveva una particolare cultura, brillava una domanda: “Questo piace al Signore?”. Ecco la sua regola d’oro: ella misurava le sue azioni sulla volontà di Dio. Nel mondo contemporaneo questo suona quasi incomprensibile, poiché sembra ledere la libertà intesa non come responsabilità personale, ma come autonomia assoluta, slegata da valori oggettivi, e tanto più dalla volontà altrui anche se divina. L’io prende il posto di Dio! Per questo motivo i suoi comandamenti sono avvertiti quasi contrari alla dignità umana, roba di altri tempi. Ma se oggi osserviamo i frutti di questo modo di pensare e di vivere, vediamo che quando l’uomo mette da parte Dio nega se stesso, anche la vita, la famiglia, il vivere insieme si dissolvono.

Tornando alla domanda che ha guidato Zita – “Questo piace al Signore?” –, scopriamo la ragione più profonda e più bella della sua obbedienza a Dio. Non tanto una sottomissione generosa alla volontà sivina, quanto soprattutto la delicatezza dell’amore: Zita, infatti, non si chiede se un’azione sia volontà di Dio, ma se piaccia a Lui. Questo è il linguaggio dell’amore, e la sua forza era ed è sempre l’Eucarestia di ogni giorno.

Cari amici, questa semplice, umile donna la Chiesa l’ha posta sugli altari per dire a un mondo smarrito che la vita è dono di Dio creatore, che egli è Padre ed è il nostro destino. Per la fede i santi conoscevano, per la fede la meta dell’umana esistenza, e ogni vicenda piccola o grande l’hanno valutata in rapporto al fine ultimo che è la verità più importante che non passa. Non hanno sbagliato il tiro, sapevano che si può conquistare il mondo ma perdere la vita, così come si può essere ghermiti dalle prove e dall’oscurità, ma raggiungere la via alta della vita e questo resta per sempre.

Angelo Card. Bagnasco

Arcivescovo Emerito di Genova

Presidente del Consiglio Conferenze Episcopali d’Europa