“L’Europa e San Tommaso D’Aquino”

Discorso pronunciato ad Aquino in occasione del ritiro del Premio Internazionale San Tommaso D’Aquino 
29-10-2022

Aquino, 29.X.2022

Premio Internazionale San Tommaso D’Aquino 

“L’Europa e San Tommaso D’Aquino”

 

Saluto cordialmente le Autorità e i convenuti a questo appuntamento nella città di Aquino, e ringrazio l’Associazione “San Tommaso d’Aquino” per il prestigioso riconoscimento che mi onora.

Il tema “Europa e San Tommaso” è di ampio respiro e di estrema attualità: mi riferisco non solo al grave, complesso e complicato conflitto in atto, ma altresì alla situazione culturale che vuole invadere l’anima dei singoli e dei popoli, con ricadute sociali sempre più evidenti. L’Europa, infatti, non è innanzitutto una geografia ma un’anima, cioè un patrimonio di cultura, ideali, valori. E’ un ideale e una continua aspirazione, cioè un compito.

Perché parlare dell’Europa in rapporto a san Tommaso? Non è forse una connessione anacronistica? Troppo confessionale e apologetica? L’Europa non nasce nel mondo classico? Che cosa ha a che fare col Medioevo? Una premessa importante è che il Vescovi europei non sono affatto contrari ad un cammino comune; pertanto, quanto dirò si inquadra in questo orizzonte. Accennerò ad alcuni aspetti del Continente, consapevole che ogni popolo si muove con modalità proprie, e dopo cercherò di mostrare che l’Europa ha bisogno di San Tommaso.

  1. Laicità e progresso

Per guardare l’Europa odierna a volte sembra che sia necessario inforcare le lenti della laicità che – come si dice – ha aperto la strada della modernità e dl un progressismo senza confini: la prosperità per tutti e la pace mondiale. Nessuno nega le luci e le conquiste del progresso, e la Chiesa le guarda con soddisfazione e fiducia, ma è suo compito anche valutarle se sono veramente uno sviluppo, oppure se hanno delle applicazioni o delle logiche interne che possono andare contro l’uomo. Il che significherebbe non progresso ma regresso, non sviluppo ma involuzione: in altri termini, è necessario un giudizio morale per incoraggiare o per ammonire, comunque sempre in vista del bene comune. In questa prospettiva a volte, sia sul piano culturale e su quello tecnico-scientifico, il modo per progredire è fare un passo indietro, dato che si avanza solamente quando si promuove il bene integrale dell’uomo. Oggi, però, il principio di fattibilità è diventato principio di moralità.

A proposito di laicità, il Cristianesimo non ha mai predicato una società teocratica, neppure in epoche in cui i segni e le procedure sociali avevano un chiaro riferimento religioso. Una laicità vera, se da una parte rivendica giustamente “ciò che è di Cesare”, dall’altra non nega “ciò che è di Dio”: l’essere umano, infatti, ha scritto nel cuore una doppia cittadinanza, umana e divina. Ogni uomo – anche chi si definisce non credente – ha l’anelito verso una felicità piena e definitiva che non ha riscontri mondani. Tale struttura ontologica, sulla quale ritorneremo, non può non essere considerata da una società che vuole essere umanistica e giusta. In questo senso, uno Stato non può non essere religioso, anche se non è confessionale.

  1. La ragione razionalista

Il Moderno è il luogo dell’oblio dell’essere, e così la filosofia diventa affermazione del non senso del mondo.

Per ragione razionalista intendo non la ragione pensante che si interroga sul perché del reale, ma la ragione calcolante che cerca come funzionano le cose. Sono i due volti della ragione indagatrice. Sono legittimi e complementari. Oggi domina la ragione strumentale che riduce tutto a misura, e in questo senso pecca di razionalismo empirico, mentre la ragione riflessiva viene poco considerata o è contestata sul piano teoretico, poiché non serve ad un certo progresso.

Ma l’intelletto, peculiarità dell’essere umano, è costituito dall’intuire l’essere attraverso la percezione degli enti, e questo è il realismo che oggi si contesta come inaccettabile per l’intelligenza, che è fatta per porsi in ascolto di ciò che la precede. La scoperta della verità viene sostituita dalla volontà di potenza, e in questo paradigma il soggetto non è più al vertice della creazione, bensì si pone come centro e protagonista assoluto: non vive più di fronte all’essere ma di fronte a se stesso. In questa concezione gnoseologica che nega la metafisica, il soggetto non ha bisogno di uscire da sé per ascoltare e parlare col mondo dell’essere, ma   si trova chiuso nella propria soggettività esclusiva e illusoriamente creatrice. In tale prospettiva, anziché valorizzare l’intelletto che è capacità di conoscere il vero, la ragione – volto indagatore dell’intelletto – perde se stessa, ed è sottomessa alla volontà che è capacità di decidere. Il pensiero diventa debole e la ragione è sottomessa alla volontà, e tutt’al più al dialogo come scambio di vedute.

In tale contesto, la filosofia, anziché essere via della verità che diventa sapienza di vita, si trasforma in filosofia consolatoria, che accoglie e accompagna l’uomo nelle sue traversie: essa non deve spiegare ma incoraggiare, non deve conoscere ma condividere. Si dissolve così nella complessità delle scienze umane e nella compassione. Venendo meno la tensione alla verità, la filosofia non riconosce più la trascendenza dello spirito umano, un’autotrascendenza che non nega le cose ma ne resta libera, rivelandosi superiore e manifestando la religione. Il principio della verità del reale, infatti, rimanda alla verità di Dio, poiché il reale porta in sé  la domanda: da dove?

Abbandonando la verità, emerge il nichilismo, che più che svalutare i valori e annunciare la morte di Dio, è l’oblio dell’essere, la rottura intenzionale tra pensiero ed essere. Nietzsche afferma che il nichilismo parte dal valore che regge tutti gli altri valori, la verità: negandone la possibilità, apre al nulla di senso e svaluta i valori. Nei “Frammenti postumi” scrive: “Contro il positivismo, che pensa solo ai fenomeni, dico che non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Il soggetto non è niente di dato”: la realtà è quindi nella mente umana. E’ la premessa del soggettivismo che apre al relativismo noetico ed etico, ma anche esistenziale, sociale e religioso.

  1. Europa, Cristianesimo e  Tommaso

Torniamo alla domanda di partenza: perché mettere in rapporto il Continente e il Dottore Angelico? Non sarebbe meglio parlare di Cristianesimo? Già nel primo ottocento, Novalis scriveva: “Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo, allora essa cesserebbe di essere” (La Cristianità, ossia l’Europa). E T. Eliot afferma categorico che “Se il Cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. E allora voi dovrete ricominciare faticosamente da capo, e non potrete indossare una cultura già fatta. Dovrete attraversare molti secoli di barbarie” (Appunti per una definizione della cultura. Appendice: L’unità della cultura europea, in Opere 1939-1962).

Il motivo è che San Tommaso vuol dire Cristianesimo nella sintesi più alta tra la cultura classica e la luce della fede cristiana.  Ma prima di considerare questo fecondo legame, è utile risentire quanto afferma Platone nella “Repubblica” parlando delle Città-Stato. Scrive che la grandezza di Atene nasce dalla “cura dell’anima”, intesa come desiderio e ricerca della verità! Quale verità? Le grandi verità che stanno oltre le cose quotidiane e che riguardano l’esistenza, che danno valore alla vita personale e collettiva, una unità che non omologa ma armonizza. Si tratta della verità del senso e dei significati, di ciò che veramente conta perché va oltre il muro del tempo, e per cui vale la pena di soffrire; “Senza cura dell’anima come base spirituale – scrive il maggior pensatore ceco del secolo scorso, Patocka – l’Europa è morta” (Platone e l’Europa). L’Europa, quindi, deve tornare a “pensare in grande” o non sarà più se stessa.

Ma non è proprio questa la vita cristiana? Pensare in grande, anzi, vivere in grande? E’ la grandezza che Dio ha rivelato in Gesù. La Provvidenza ha voluto che il Vangelo fin dalle origini toccasse l’Europa, e ne ispirasse il modo di vivere, plasmando i popoli senza uniformarli. La cultura attuale ha difficoltà a pensare in grande e ad armonizzare: ciò richiede una visione alta e nobile che possa valorizzare ma non schiacciare.

Il Cristianesimo è ben più di questo pensiero, non è una gnosi per iniziati, un umanitarismo solidaristico, ma è il Logos fatto carne e storia, è “via, verità e vita”. Non fa del credente un uomo buono, ma un uomo redento; non un uomo solamente etico, ma un uomo religioso, anzi cristico. San Tommaso è colui che – nel Medioevo, che è l’Evo della sintesi – porta a sistema fede e ragione, mondo classico e credo cristiano, includendo anche il meglio di tradizioni differenti, purificando ed elevando senza sincretismi.

Nella prospettiva evocata, vediamo che l’Europa ha bisogno di Tommaso, della sua razionalità, della sua fede, del suo metodo rigoroso, del suo ordine mentale, della pacatezza che si evince nella Summa Teologica, della sua determinazione nel discernere il vero. Ha bisogno di tornare ad argomentare in un’epoca in cui il confronto è scontro, il dialogo e urlato, lo slogan spesso palesa superficialità e ignoranza.

  1. L’Europa e Tommaso

Oggi il tomismo riscuote consenso anche in ambienti non cattolici – come ad esempio tra i protestanti negli Stati Uniti – e anche non cristiani, soprattutto per il suo metodo fortemente razionale, aperto a vari contributi e centrato sulla Rivelazione cristiana.

L’Europa ha bisogno di ritornare amica della ragione nella sua interezza: ciò non vuol dire indifferenza verso il cristianesimo e la fede cattolica in particolare, e tanto meno significa confinare la fede. La ragione amica in dialogo con la fede mette l’uomo in contatto con la realtà visibile e invisibile, valorizza il soggetto senza rarefare la persona, fonda l’universo etico, libera da una visione relativista, ridona slancio e passione per ciò per cui vale la pena di vivere e di morire.   E’ criterio, sostengo e fondamento anche l’agire legislativo. Le stesse carte costituzionali, se lette in modo relativistico, non danno sicurezza né ai singoli né alla società.

Tommaso ci ha posti di fronte alla realtà che ci precede, e ne riconosce la struttura portante: l’essere non è una categoria astratta, ma è l’atto che fa esistere l’essenza e ci dona gli enti. Tra questi, ci siamo anche noi. Il Dottore angelico mette a fuoco un’intuizione che, in modi diversi, era presente nel pensiero antico: la contingenza cosmica, cioè la non necessità degli enti. Da qui la domanda: perché l’essere e non il nulla, se l’essente non è necessario?

Intuire l’essere tramite gli enti manifesta l’oggettività del reale ontologico, e rivela la connessione tra il pensiero cristiano e la metafisica che la modernità ha rifiutato. Tommaso non ha “battezzato” la metafisica facendone una categoria religiosa, ma ne ha rilevato la bontà intellettuale, cioè la sua verità. Lo stupore dello sguardo metafisico sul mondo va oltre le singole cose che pur si impongono con la loro esistenza: la meraviglia è accesa dall’essere che le fa essere, e che le cose non hanno di proprio, ma che ricevono da una realtà che non “ha” l’essere, ma che “è” l’Essere: “io sono colui che sono”.  L’ uomo contempla gli enti ma non si ferma a loro, è rimandato ad un “Oltre” assoluto che è Essere in sé e per sé (aseitas), parola che è neutra, ma che diventa la forma linguistica che indica, nel modo più semplice e universale, Dio.

Da questo principio primo, consegue tutto ciò di cui ha bisogno l’Europa e che rischia di perdere sul piano antropologico ed etico, sociale e cultural, e anche giuridico.

È significativo che in diversi ambienti sorgano delle perplessità nel limitarsi al diritto positivo. Il criterio della maggioranza è certamente adatto per molti problemi che riguardano la società civile e democratica, ma quando si tratta delle questioni fondamentali dell’umano, allora le maggioranze non sono più sufficienti. Solo l’apporto della trascendenza costituisce la migliore garanzia per la dignità della persona. Essa non può fondarsi su   accordi umani poiché la dignità inviolabile non è derivata ma intrinseca, cioè risiede nell’essere stesso dell’individuo. Inoltre, all’ essere personale consegue un dover-essere conforme, cioè morale. Abbiamo visto che l’intelletto, se non è inquinato. è capace di conoscere il vero in modo oggettivo, e che l’essere umano si trascende e  rinvia ad una trascendenza che è Origine, Orientamento  e Destino. L’uomo, infatti, è sussistente ma non auto-sussistente, e la sua dignità è rivelata da Dio in Cristo, tanto da far scrivere a Tommaso che “la persona è ciò che vi è di più perfetto in tutta la natura (ST, I, q 29, a 3). Dalla dignità umana scaturisce la cultura della responsabilità con doveri e diritti.

Non è irrilevante che Karl Loevith, pensatore ebreo, affermi che “il fatto che ogni uomo ha un volto e una dignità unica e irripetibile non deriva dal Rinascimento (…) Grazie all’Uomo Gesù, Uomo con la U maiuscola, ogni uomo che vede la luce ha una dignità unica e inviolabile (…) Tant’è vero che la crisi del Cristianesimo diventa una crisi di umanità”! (Da Hegel a Nietzsche, Einaudi, 1944, pag. 482). Con altre parole, anche il pesatore marxista, Roger Garaudy, afferma la medesima realtà (cfr Que ce que la morale marxiste?). A questo riguardo, come prova al contrario, Michel Foucault riconosce che “Più che la morte di Dio – o meglio sulla scia di tale morte e in correlazione profonda con essa – il pensiero di Nietzsche annuncia la fine del suo uccisore” (Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1964, pag. 337).   

L’annuncio dell’uomo nella luce di Cristo è il tesoro peculiare del Continente. Se l’eurocentrismo è finito, continua però ad esistere la concezione antropologica che l’Europa ha ricevuto, che l’ha costituita, che ha posto le radici del suo cammino unitario: è questo il dono da offrire all’intero pianeta nelle sue diversità, in quello scambio di doni che ogni continente ha da offrire all’umanità.

San Tommaso ha fanno la sintesi della storia fino a lui, ed ha riconosciuto il reciproco richiamo tra fede e ragione: rompere questo nesso significa il venir meno della ragionevolezza dell’uomo e la possibilità di camminare insieme nella verità e nella pace.

Forse è questa una prospettiva astratta e astrusa, lontana dai problemi concreti del nostro tempo? Ma la prospettiva opposta dove ci sta portando? Forse a risolvere le questioni che vediamo aggrovigliarsi? Forse ad una maggiore intesa tra i popoli, ad una maggiore solidarietà, ad una vera libertà? Possono leggi rigide e costrittive creare appartenenza? I valori dello spirito non si possono imporre ma solo promuovere e motivare: si può obbedire, ma interiormente rifiutare, prima o poi il pensiero critico ritrova se stesso, e la coscienza reagisce.

Sono convinto che questo sia il tempo del risveglio: lento ma inarrestabile. Il tempo di un’alba che anticipa una rinascita: tutti dobbiamo esserci. È nostro dovere. Grazie.

Card. Angelo Bagnasco

Arcivescovo emerito di Genova