L’Europa e la sua missione

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Discorso pronunciato lunedì 25 febbraio 2019 a Roma nell'archivio storico del Quirinale
26-02-2019
Roma, Archivio Storico del Quirinale
Lunedì 25 Febbraio 2019
 
L’Europa e la sua missione
 
Cardinale Angelo Bagnasco
Arcivescovo di Genova
Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee
 
 
 
Sig. Presidente della Repubblica
Sig. Presidente della Corte dei Conti
Autorità
Signore e Signori
 
Sono lieto per questo qualificato incontro di riflessione sull’Europa nella sua realtà culturale, nel suo cammino unitario, nella sua missione.
 
1. L’Europa e la “cura dell’anima”
L’Europa – prima di essere un territorio – è un’anima, cioè un corpo vivente, un patrimonio di cultura, di ideali e di valori. La sua storia tormentata è stata come un lungo e travagliato parto che preparava la nascita di uno spirito, cioè di un sentire comune ma non uniforme. Platone – ragionando sulla Città-Stato – afferma che la polis è stata costruita sulla “cura dell’anima” intesa come desiderio e ricerca della verità. Quale verità? Le grandi verità che stanno oltre le cose quotidiane e che riguardano l’esistenza umana, che danno senso e unità alla vita personale e collettiva; che superano la frammentazione, che portano verso una unità che non omologa ma armonizza. E’ questa cura della verità che Platone vede alla base di Atene: la “cura” da una parte custodisce ciò che di vero l’uomo scopre a livello universale – lo custodisce perché non si corrompa – e dall’altra vigila, perché la ricerca non cada negli slogan della banalità diventando menzogna. La “Vita nella verità” non ha solo una dimensione esistenziale, noetica e, ma anche ha una dimensione politica, scriveva Vaclav Havel (cfr Il potere dei senza potere, La casa di Matriona 2013). In questa prospettiva, egli era convinto che “la cultura occidentale (fosse) minacciata assai più da se stessa che dai missili” (id pag 157). Nelle diverse forme della storia europea, questa cura ha generato una visione alta dove il particolare non diventa particolarismo, dove trova non solamente spazio, ma anche l’autocoscienza in riferimento alle grandi categorie della verità. La verità non è neutra registrazione di ciò che accade, ma anche riflessione e giudizio etico di bene e di male, di giusto e di ingiusto, di nobile e di indegno. Nel Continente, questo percorso è avvenuto lentamente e a volte per vie difficili, ma è giunto ad un patrimonio che è dono non solo per il civis europeo, ma per tutti.
Per queste ragioni, il Santo Padre Francesco affermava che l’Europa “ha una forza, una cultura, una storia che non si può sprecare” e che, in gran parte, è ancora da scrivere (Conferenza Stampa nel volo dal Messico, 17. 2. 2016), e auspicava “uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente” (Conferimento del Premio Carlo Magno,16.5.2016). Ecco perché l’Europa deve volersi più bene, umilmente deve credere in se stessa e nelle sue potenzialità.
Nel contempo, è evidente che l’Europa vive un momento di difficoltà: circostanze di carattere politico e culturale, fenomeni nuovi, spinte contraddittorie, sembrano determinare sentimenti diversi, sensibilità che fanno fatica a dialogare e a comprendersi. Si registrano delle chiusure, forse riaffiorano ricordi non riconciliati; certe prassi sembrano troppo pesanti o poco motivate, circola la percezione che i pesi non siano distribuiti in modo equo, che le diverse identità siano considerate degli ostacoli anziché ricchezza da armonizzare. Tuttavia, ciò non può oscurare i risultati acquisiti e le potenzialità del cammino comune a cui tutto l’Occidente dovrebbe guardare con simpatia.
 
 
2. L’illusione dell’individualismo
Il secolarismo è vivere come se Dio non ci fosse, è una forma raffinata di ateismo, quello che Cornelio Fabro descriveva così: “Se Dio c’è, non c’entra!”. E’ una visione distorta che concepisce Dio come antagonista della libertà e della felicità umane.
Collegato a questo fenomeno sta una concezione fortemente individualistica, che pone al centro dell’uomo l’io, e si traduce in comportamenti esclusivi nella vita quotidiana come nelle relazioni internazionali. Il primato individualista genera quella “cultura diffusa, quel pensiero unico e omologante” di cui spesso parla il Santo Padre, e che descrive come una “colonizzazione ideologica”. L’individualismo culturale non sembra casuale: è diffuso per sciogliere la cultura dei legami ad ogni livello, famiglia, società civili, comunità religiose, Nazioni e Stati… Gli individui si sentono sempre più isolati, come se fossero spinti fuori dalla propria storia, anziché eredi di un patrimonio culturale e spirituale che accomuna senza rinchiudere, che consente di aprirsi senza dissolversi.
Ma qual è lo scopo di questa ideologia solvente? Se l’albero si giudica dai frutti, quali sono i frutti? Forse l’uomo è oggi più felice, e le società più umane e vivibili? In realtà, molti osservatori rilevano che nelle coscienze abita lo smarrimento se non addirittura l’angoscia: Michel Foucault scrive a proposito di Nietzsche che annuncia la morte di Dio e dichiara che il suo uccisore è l’uomo: “Più che la morte di Dio – o meglio sulla scia di tale morte e in correlazione profonda con essa – il pensiero di Nietzsche annuncia la fine del suo uccisore” (Michel Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1964, pag. 337). “L’Europa è stanca di disorientamento” afferma Papa Francesco (Messaggio alla Plenaria CCEE 2014), e la storia insegna che il disorientamento, se diffuso e prolungato, può generare fantasmi e mostri!
Ciò nonostante, esiste anche un’altra realtà, che potremmo chiamare “cultura popolare” nel senso che sembra ritrovarsi in modo prevalente nel sentire popolare, quello più semplice ma per questo forse più aderente all’umano. Se, infatti, da una parte vediamo che una diffusa rappresentazione tende a far credere che tutto va male, che non c’è più speranza, dall’altra vediamo che la cronaca dolorosa non esaurisce il vissuto concreto. Infatti, se solleviamo il velo della narrazione inquietante, troviamo che la vita brulica, la vita vera, quella di tanta gente umile che tira avanti i giorni con dignità, che cura la famiglia con amore e sacrificio, che si dedica all’educazione dei figli con coscienza, che si prende cura dei propri malati o dei vicini in modo ammirevole… Insomma, sotto la superficie schiumante, vi è un eroismo quotidiano, e noi dobbiamo onorare questo patrimonio di dignità che non fa notizia, ma fa storia.
 
3. La Chiesa crede nell’Europa
La Chiesa crede nell’Europa, nella sua cultura cristiana, nella sua spinta umanistica nonostante ombre e ritardi; crede nel suo futuro e nella sua missione, che non è di tipo economico, ma primariamente di ordine spirituale ed etico. Crede – e la storia lo testimonia – che la cultura nasce dal culto, cioè dalla religione che svela agli uomini la loro origine e li richiama al loro destino generando civiltà, bellezza, fraternità.
All’origine dell’Europa non troviamo solo una dimensione genericamente spirituale, ma specificamente cristiana. Per questa ragione Novalis – già nel 1799 – scriveva che “Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo, allora essa cesserebbe di essere” (La Cristianità, ossia l’Europa). E il filosofo ebreo Karl Löwith affermava con lucidità che “Il mondo storico in cui si è potuto formare il ‘pregiudizio’ che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la ‘dignità’ e il ‘destino’ di essere uomo, non è originariamente il mondo (…) del Rinascimento, ma il mondo del cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo (…) Con l’affievolirsi del cristianesimo è diventata problematica anche l’umanità” (Da Hegel a Nietzsche, Biblioteca Einaudi, 1994, pag 482).
Siamo posti di fronte alla dignità di ogni uomo, dignità che le Carte internazionali affermano come il punto di partenza e il fondamento del diritto. Ma anche siamo rimandati al fondamento di tale dignità ovunque proclamata; è questa una questione di capitale importanza, che richiama il rapporto tra politica e religione, monoteismi e democrazia, laicità e laicismo, diritto e giustizia. Così come impone la riflessione sulla trascendenza, cioè se l’uomo sia il fondamento di se stesso oppure si autocomprenda in rapporto ad una istanza che lo trascende ma di cui è partecipe. Ancora Havel ricorda che quando un uomo “ha il cuore al posto giusto, sente l’esistenza di qualcosa sopra di sé e non ha paura, può influenzare la storia del suo popolo” (cit pag 163). Ma di queste questioni non possiamo ora parlare.
 
4. L’umanesimo personalista
Sembra diffusa una crescente intolleranza per quella visione antropologica che il Vangelo – simile ad una grande alveo che raccoglie ed esalta diversi affluenti – ha ispirato nel grembo europeo e che, come abbiamo visto, studiosi di diversa estrazione riconoscono. Nella storia umana, il cammino del pensiero ha riconosciuto la natura dell’uomo come individuo-personale, cioè come relazione aperta al mondo, agli altri e alla trascendenza, tanto che San Tommaso d’Aquino afferma che “La persona è ciò che vi è di più perfetto in tutta la natura”, “Persona significat id quod est perfectissimum in tota natura” (S.T. I, q 29 a3).
Ciò nonostante, il Santo Padre Francesco scrive nell’Enciclica “Laudato si’” che “nella modernità si è verificato un notevole eccesso antropologico” (n. 16): senza entrare nello sviluppo storico, si può vederne un esito in quello che gli esperti chiamano “trans umanesimo”, secondo cui la dignità dell’uomo non risiede in un riferimento trascendente, ma nella sua autonomia assoluta, fino a trasformare non solo la natura, ma anche il proprio corpo. La dignità, in questa prospettiva, non risiede laicamente nell’intelligenza che conosce e si adegua alla verità, bensì nella volontà del soggetto che s’impone alla realtà delle cose, degli altri, di se stesso. In questa visione, quanto più i comportamenti sono artificiali – potremmo dire antinaturali – tanto più l’individuo affermerebbe se stesso. Questo delirio antipersonalista porta ad ogni possibile sopraffazione, e nega la persona nella sua costitutiva capacità di relazione, di solidarietà e di comunione, la libertà si riduce a libertà di scelta a prescindere da ciò che sceglie; ma una libertà vuota nega se stessa. Non si può dimenticare che l’umanità ci è data solo nell’essere l’uno con l’altro, e che la libertà funziona solo in unione con la libertà altrui: essa è sempre una libertà dipendente, cioè una libertà con gli altri e attraverso gli altri. Quando questa visione viene meno, allora il clima si corrompe, tende a sostituire la verità con la convenienza e la tradizione con l’abitudine, tutto viene urlato, i rapporti diventano fragili, le paure crescono, scattano meccanismi difensivi dimenticando che tutti abbiamo bisogno di tutti, e che gli steccati non solo segnano i confini di un territorio, ma rinchiudono i popoli.
 
5. La missione del Continente
I Vescovi credono fermamente che l’Europa divisa sarebbe un dramma, forse la fine del Continente. Quanto più le spinte divisive sono forti, tanto più c’è bisogno di unità e le tensioni centrifughe devono essere considerate seriamente. Di fronte alla globalizzazione, è evidente che solo insieme è possibile vivere per non diventare un mercato a basso costo. Gli interessi economici di potenze antiche e nuove sono palesi: tocca all’Europa far fronte in modo unitario per non essere dilaniata. Ma ciò richiede un onesto esame di coscienza, un’intelligente verifica su almeno tre fronti: vedere le conquiste raggiunte, individuare le difficoltà, riconoscere gli errori, sapendo che la verità non deve essere sostituita dal consenso, né la tradizione dalle abitudini, e ricordando che – come scriveva Patocka della Repubblica Ceca – “Vi sono cose per cui vale la pena di soffrire” (cfr L’altra Europa, n. 3/1987, pp 23 ss.).
I Padri dell’Europa Unita – Schuman, Adenauer, Degasperi – erano uomini liberi, e avevano chiara la base fondativa del processo unitario: era la visione dell’uomo. Il personalismo cristiano stava alla radice di quel loro sogno che poteva apparire utopia, ma che aveva il sapore profetico. L’economia e la finanza sono indispensabili, ma insufficienti per reggere l’edificio, per realizzare la Casa dei Popoli e l’Europa delle Nazioni. Molto di più che a un’Unione, i Padri pensavano ad una Comunità “lieve” e quindi efficace: la comunità è espressione visibile della comunione che è di ordine spirituale e morale. I soli interessi materiali non possono creare uno spirito comunitario che richiede – tanto più a chi ha responsabilità specifiche – speranza, spirito di sacrificio, umiltà, respiro. Come si potrebbe spiegare altrimenti la resistenza che singoli, popoli e nazioni hanno mostrato in condizioni materiali gravissime, dove i beni primari mancavano insieme alle libertà fondamentali? Se ciò è accaduto e accade significa che, al di là del benessere fisico, esiste una energia di tipo immateriale che è la forza dello spirito.
Credo sia questo il nucleo incandescente dell’Europa, il cuore della sua missione: non l’eurocentrismo antistorico, ma l’umanesimo integrale che riconosce e promuove la persona nelle sue dimensioni essenziali; che genera una società intessuta di relazioni solidali nel segno della sussidiarietà; che riconosce e sostiene il microcosmo fondante della famiglia , grembo di vita e scuola di umanità, punto solido di riferimento, spiaggia certa da cui partire per il mare della vita, approdo sicuro dove tornare e rigenerare fiducia ed energie.
Ma all’Europa spetta anche un’altra missione. Dopo la tragedia delle guerre del secolo scorso, essa ha il compito di ricordare al mondo la grande sfida che l’attende: governare il potere. Il crescente potere tecnologico risponde all’intelligenza umana che indaga le forze della natura, ma deve essere governato perché esso non si rivolti contro; affinché l’uomo – preso dal delirio – non ne resti dominato. Il potere deve servire la vita, non essere strumento di manipolazione e di morte. Romano Guardini, nel 1951, scriveva: “considerare il potere come autonomo, e definirne l’uso solo sulla base dell’interesse politico e dell’utilità tecnico-economica non ha precedenti nella storia” (R. Guardini, Il potere, Morcelliana 1963, pag 85). Quanto più il suo potere è grande, tanto più l’uomo dovrà risolversi ad essere forte come uomo, altrimenti soccomberà. Ecco il monito che l’Europa – meglio di altri – può e deve portare al cammino della civiltà.
E’ questa la cura dell’anima di cui parlava Platone. Le verità dello spirito, la ricerca dei valori oggettivi, l’inviolabile dignità umana, la bellezza della ragione, il senso religioso, possono fondare e guidare un sentire comune che sia rispettoso del volto di ogni popolo che ha lottato per la libertà e la pace. Identità non significa esclusione, ma condizione di dialogo fecondo e di incontro collaborativo. Si tratta di tenere deste le grandi domande, quelle che alcuni personaggi della storia hanno chiamato “questioni oziose”, ma che altri – come Norberto Bobbio – hanno considerato essenziali per l’umanità: “Il compito della filosofia oggi è di tenere in vita queste grandi domande, perché impediscano agli indifferenti di divenire preda del fanatismo di pochi. (…) Proprio perché le grandi risposte non sono a portata della nostra mente, l’uomo rimane un essere religioso nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione, tutte le affermazioni della morte di Dio che caratterizzano l’età moderna e ancor più quella contemporanea. (…) L’esigenza ad una risposta a queste domande c’è, queste domande ci sono. Il che spiega la forza della religione. Non è sufficiente dire: la religione c’è, ma non dovrebbe esserci. C’è: perché c’è? Perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo delle domande senza dare le risposte” (Bobbio e altri, Che cosa fanno oggi i filosofi?, Bompiani 1982, pagg 168, 169, 175).
Le considerazioni d Norberto Bobbio non ci allontanano dalla realtà, ma – al contrario – ci conducono ad un ancoraggio straordinariamente concreto e forte, del quale il nostro amato Continente ha urgente bisogno.
Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo di Genova
Presidente del CCEE