Io sono la porta delle pecore

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Omelia pronunciata a Pavia in occasione della solennità di S. Agostino
28-08-2021

 

Diocesi di Pavia

Sabato 28.8.2021

Solennità di Sant’Agostino

Patrono della Diocesi e della Città di Pavia

 

OMELIA

“Io sono la porta delle pecore”

 

Cari Confratelli nell’Episcopato, nel Sacerdozio e nel Diaconato

Distinte Autorità

Cari Fratelli e Sorelle nel Signore

 

Ringrazio il Pastore di questa veneranda Diocesi, S.E. Mons. Corrado Sanguineti, per il fraterno invito a partecipare a questa gioia di famiglia. La festa di Sant’Agostino, infatti, raduna la Comunità cristiana e quella civile attorno al grande Patrono. Siamo tutti convinti che – come recita un antico detto – noi camminiamo “sulle spalle dei giganti”. Tra questi giganti della storia, spicca Agostino, uomo di fede, Pastore insigne, intelligenza acuta: a lui tutti siamo debitori, e nel nostro tempo questo debito cresce.

 

  1. “Io sono la porta delle pecore”

 

Gesù oggi si presenta con un’ immagine dolce e solenne insieme: “io sono la porta delle pecore”! E’ un’immagine umile, decisiva, potente. La porta segna un confine, una soglia davanti alla quale ognuno è chiamato a decidersi. Cristo è una porta palpitante che incoraggia ad entrare. E’una porta decisiva che guarda ma attende, invita ma non costringe, interpella ma rispetta la libertà. E’ una porta viva, che ha la forma delle braccia aperte di Cristo: esse sono le braccia dell’ amore crocifisso.

 

  1. “Se uno entra attraverso di me, sarà salvato”

 

Ma l’uomo moderno vuole ancora essere salvato? Ne sente il bisogno?  Certamente vuole salvarsi dai “mali” della vita come la malattia, la miseria, la violenza, l’ingiustizia … mali contro i quali doverosamente combatte. Ma vuole essere salvato anche dal  “male” radicale che sta all’origine di ogni disordine, e che possiamo chiamare il “male” del mondo? Gesù non ci ha liberati dai mali, ma  dal male!

Il “malum mundi” è l’autoaffermazione, è presumere di farsi a proprio piacimento, di liberarsi  dalla morte e dal nulla. Ciò ricorda la pretesa di costruire una torre che raggiunga il cielo come a Babele. Se ci pensiamo, ogni sforzo dell’uomo moderno è volto ad allontanare la morte nell’illusione spasmodica della immortalità, inquietato com’è da una domanda che cerca inutilmente di tacitare: che sarà di me? E’ questa la questione decisiva oggi, e su questo snodo i credenti non possono mancare.

Per questo motivo la nostra civiltà alimenta la distrazione di massa, fa di tutto affinché l’uomo non pensi, non ascolti le voci profonde del cuore, ma piuttosto le menzogne che lo assediano da ogni parte. Si vuole che l’uomo non pensi ma faccia, così che altri lo possano manipolare. Si vuole che l’uomo non si renda conto di ciò che è: domanda di infinito e di bellezza.

Perché non si vuole questo? Perché tale consapevolezza genera libertà, e il mondo non vuole la libertà anche se la proclama. Non è forse questa la ragione più vera del fastidio verso la Chiesa di Cristo? Al di là delle ombre anche gravi di alcuni suoi membri, si pretende che la Chiesa non parli, affinché il mondo pensi che non ha nulla da dire: ma ciò non è vero. La Chiesa ha da dire e deve dire.

Quanto siamo lontani dall’esortazione di Agostino: “Non cercare fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità”! Accogliamo, cari Amici, questo invito a trovare ogni giorno lo spazio per rientrare in noi stessi, incontrare l’Ospite invisibile, ascoltare la sua voce e il suo silenzio d’amore.  Cristo ci ripete “Io sono la porta delle pecore”: ogni frammento di bene nel mondo parte da Lui e si compie in Lui.

 

  1. “Io sono venuto perché abbiamo la vita e l’abbiano in abbondanza”

 

La salvezza è la vita sovrabbondante, la vita eterna. Solo questa sovrabbondanza riempie il nostro piccolo cuore che vive sul confine fra terra e cielo. Questa incompiutezza provoca la domanda a cui Agostino dà voce: “Io stesso ero diventato per me un grosso problema”; essa genera una nostalgia  che sfugge al nostro potere, e alla quale solo Dio può rispondere: “Tu, o Dio, ci ha fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.

Gli uomini del nostro tempo riconoscono la grazia della fede? Oppure pensano che la fede restringa lo slancio vitale, che tarpi le ali alla libertà, che impedisca la gioia? A volte i nostri volti sembrano dare questo messaggio, quasi una stanchezza rassegnata alla fede dei padri, anziché la gioia di un dono sempre nuovo. Come se la bellezza della verità, e dell’etica che ne consegue, fosse una sequenza di  divieti anziché una strada aperta, una serie di “no” anziché il grande “sì” alla vita, un giogo pesante anziché la leggerezza e la serietà dell’amore.

I nostri volti devono riflettere la gioia di essere cristiani nonostante le nostre incoerenze. Forse il secolarismo –  che è vivere come se Dio non ci fosse – trova un suo motivo anche nel grigiore divisivo e risentito nel nostro seno. La Chiesa è il santo Popolo di Dio, il Corpo mistico di Cristo: tale mistero – scriveva Sant’Ambrogio – è come la luna che non brilla di luce propria, ma rilette la luce del sole: la luce è Cristo, luce delle genti, volto del Padre, specchio dell’uomo.

 

  1. “Al mercenario non importa delle pecore”

 

Gesù ora parla di colui che si finge pastore ma è un mercenario. Entra nel tema di quella che potremmo chiamare cultura dell’ apparenza e del qualunquismo conformista. Oggi respiriamo quest’aria che può contagiare anche la vita cristiana. Ciò accade quando, accanto alle pratiche religiose, si accosta un modo di pensare e di vivere non secondo Dio ma secondo il mondo: spesso si tratta solamente di fragilità umana, ma non di rado si tratta di una posizione ideologica, di un conformismo diffuso che pensa di poter conciliare  “ideale di fede” e “pratica di non fede”.

Noi Pastori dobbiamo essere immagine del buon Pastore e non diventare mai dei mercenari, ma tutti possiamo diventare mercenari gli uni degli altri anziché sostenerci a vicenda, sapendo che la prima forma di fraternità è aiutarci a camminare nella verità di Cristo. Sull’esempio del grande dottore della Chiesa, dovremmo essere molto più preoccupati della corruzione dell’intelligenza che non dei costumi: la corruzione dei costumi riguarda la fragilità umana, quella dell’intelligenza riguarda la verità, fondamento dell’agire morale.

 

Cari Amici, la Divina Provvidenza ha disposto che il corpo  di Sant’Agostino giungesse a Pavia: è un dono e un grande compito. Da questa gloriosa Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, la sua voce  si alza ed è eco dei secoli: ricorda a noi, all’Italia, alla stanca Europa – culla del cristianesimo – che solo Dio risponde al cuore dell’uomo, solo Lui è il senso della storia. In tempi turbolenti e confusi, senza timore di nessuno, Agostino ha levato la sua voce e ha affermato Cristo unico Salvatore.

Anche la voce di questa comunità oggi si leva con  amore e, facendo nostre le parole de grande Vescovo citate dal santo Pontefice Paolo VI a conclusione del Concilio Vaticano II, adoriamo  quel Dio “dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale rivolgersi è risorgere, nel Quale rimanere è stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere” (Soliloqui).

 

Angelo Card. Bagnasco

Presidente Consiglio Conferenze Episcopali Europee