Trascrizione
Un saluto a tutti voi. Abbiamo anche la musica che ci accompagna: non c’è pericolo, quindi, che prendiamo sonno adesso, perché con questa musica così ritmica avremo modo di stare ben svegli!
Questo fa parte anche della nostra realtà, della nostra Chiesa che, come sappiamo, è multiculturale. Anche questi momenti, quindi, fanno parte del cammino della Chiesa.
Un grazie ancora a tutti voi, ai presbiteri, ai religiosi e alle religiose. Permettetemi un grazie particolare a Maddalena Boschetti, che condividerà con noi l’esperienza che sta vivendo come missionaria fidei donum ad Haiti.
Saluto anche i candidati al ministero del diaconato, le loro comunità cristiane e, per chi è sposato, le mogli. Sapete che le mogli hanno una parte molto importante nel cammino di chi è sposato. Penso di sì, mi auguro di sì! Questo vale in modo speciale per chi sta vivendo e discernendo la chiamata al diaconato. È un aspetto estremamente importante: se il Signore vi chiamerà a essere diaconi, per chi è sposato sarà davvero un ministero che il vescovo affiderà, in una certa maniera, anche alla moglie.
Oggi iniziamo insieme un nuovo anno pastorale. Magari in qualche altra comunità cristiana questo inizio si è celebrato già questa mattina. È importante sentire che vogliamo cominciare l’anno pastorale all’insegna di una realtà molto significativa, sulla scia di Papa Leone: la gioia e l’urgenza dell’evangelizzazione. Il Papa ce lo ricorda spesso, in diverse occasioni, e ci ha parlato più volte di questo tema.
Ma che cosa significa evangelizzare? È questo il nostro compito. Noi facciamo parte della Chiesa e la Chiesa è chiamata ad annunciare la gioia e la bellezza del Vangelo. Ma che cosa significa, concretamente, evangelizzare?
Significa, prima di tutto, prima ancora di fare qualcosa, avere il coraggio di rimettere Gesù Cristo al centro della nostra vita personale, della nostra vita comunitaria, del nostro cammino. Questo è lo scopo principale, e vedremo anche un esempio concreto.
Significa sentire che abbiamo qualcosa di bellissimo da annunciare: il Signore Gesù e il suo Vangelo. È qualcosa che ci affascina, ci coinvolge, ci stimola, ci dà gioia e coraggio.
Ecco che cos’è l’evangelizzazione: avere la grazia di essere sempre più consapevoli di possedere questo grande dono, che è Gesù Cristo e la sua Parola. Su questo noi vogliamo giocare la nostra vita. È davvero questo il tema della prima parte della lettera pastorale, dedicata all’evangelizzazione. È ciò che noi, come Chiesa di Genova, siamo chiamati a fare e per cui chiediamo la grazia di impegnarci, seguendo l’esempio dei nostri santi e delle nostre sante che ci hanno preceduto.
Basta pensare alla ricchezza della Chiesa di Genova nell’Ottocento. Tanti uomini e donne hanno testimoniato la bellezza e la gioia del Vangelo attraverso il servizio ai più deboli e ai più fragili. Lo hanno fatto nel nome di Gesù e del Vangelo.
Non si trattava soltanto di filantropia o del prendersi cura di qualcuno. Decisamente no! Era l’essere così innamorati di Gesù Cristo, della sua Parola, del suo stile di vita e del suo modo di agire che ha portato tanti uomini e donne, nell’Ottocento, a donare la vita al Signore e poi ai fratelli.
C’è poi un modo particolare con cui vogliamo vivere questa gioia dell’evangelizzazione. È un modo che già stiamo sperimentando: non è una novità. Si tratta della sinodalità, un modo di essere missionari.
Stiamo camminando insieme alla Chiesa che è in Italia e alla Chiesa universale in questo percorso sinodale. Papa Leone è tornato almeno sette o otto volte su questo tema, ribadendo con forza, sicurezza e determinazione che il cammino della Chiesa è il cammino sinodale.
«Vi chiedo di accompagnare il cammino sinodale con convinzione, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte»: così ha detto Papa Leone.
Ecco il cammino che ci attende in questo anno pastorale che il Signore ci sta regalando. Abbiamo riconosciuto l’importanza dell’ascolto nelle nostre comunità e nei nostri gruppi. Adesso siamo chiamati, come ci chiedono il Papa, la Chiesa universale e la Chiesa italiana, a passare all’attuazione.
Ma che cosa significa attuare il cammino sinodale? Abbiamo parlato di evangelizzazione e di sinodalità: come e da dove cominciare? Come dare attuazione al cammino sinodale? Anzitutto riconoscendo i germogli che sono nati in questi anni, il bene presente nelle nostre comunità, il valore del percorso che stiamo facendo e la positività di ciò che stiamo vivendo.
Penso in particolare alla nostra Chiesa di Genova: che cosa è accaduto in questi quattro anni nelle nostre comunità? Quali frutti stanno nascendo?
Penso al metodo, o meglio, alla grazia della conversazione nello Spirito. Abbiamo compreso che la nostra realtà può essere letta e interpretata soprattutto attraverso l’ascolto reciproco. Questo metodo si sta ormai diffondendo anche nelle nostre comunità cristiane.
Abbiamo imparato ad ascoltarci e abbiamo compreso quanto sia importante la formazione. Penso, in modo particolare, agli incontri del sabato, che in questi anni hanno raccolto migliaia di persone: uomini e donne, presbiteri, laici e laiche, religiosi, che si ritrovano insieme per ascoltare la Parola di Dio e anche una proposta di vita.
Questa proposta diventa motivo di conversazione: impariamo ad ascoltare non soltanto quello che diciamo noi, ma anche quello che dicono gli altri, facendo di questo ascolto un’autentica conversazione nello Spirito.
Penso anche al cammino della Scuola Evangelii Gaudium. Sentiremo parlare di questa realtà bellissima della nostra Chiesa, che si impegna a formare uomini e donne capaci di ascoltare davvero la voce dello Spirito e di mettersi in modo particolare al servizio della Chiesa.
Grazie davvero a tutti coloro che hanno accolto questo invito dello Spirito.
Penso anche alle parrocchie esploratrici del nostro cammino ecclesiale, che hanno accettato l’impegno di rinnovare l’iniziazione cristiana mettendo al centro i ragazzi e le loro famiglie.
Vorrei dedicare una parola anche ai frutti del cammino sinodale. Tra i germogli che stanno crescendo ci sono le fraternità di parrocchie. Ho dedicato proprio a questa realtà la terza parola della lettera pastorale: condividere persone, carismi, ministeri, spazi e iniziative.
È il cammino che la nostra Chiesa si è data e che stiamo portando avanti. È davvero una bella grazia che il Signore ci ha donato.
Naturalmente non dobbiamo nascondere le fatiche e le difficoltà. Su questo punto il Papa ha rivolto a noi vescovi italiani parole molto chiare. Non si tratta semplicemente di coinvolgere più persone nelle attività, ma di cambiare davvero il nostro modo di camminare e di decidere insieme.
È su questo aspetto che siamo chiamati a impegnarci durante quest’anno.
L’anno pastorale avrà come icona, nell’orizzonte del centenario francescano, la figura di Francesco d’Assisi. Il cammino della nostra Chiesa si svilupperà attorno a ciò che san Francesco sentì davanti al Crocifisso di San Damiano: «Va’ e ripara la mia casa».
Questo sarà l’invito che ci accompagnerà durante l’anno. Francesco cominciò riparando materialmente una chiesa. Poi comprese che era davvero importante mettersi al servizio di una Chiesa chiamata a servire il tempo in cui vive.
È bello sapere che nessuno di noi deve rimettere a posto la casa da solo. Non ci sono solitari in questo cammino. Ciascuno è chiamato a fare la propria parte: presbiteri, diaconi, consacrate, catechisti, educatori, giovani, famiglie e persone anziane.
Tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo.
A questo proposito, mi piace ricordare oggi una figura che mi ha colpito molto e che troviamo in un libro dell’Antico Testamento: Neemia. È una figura che ci parla proprio di come sia possibile costruire insieme.
Neemia scrive in un momento molto difficile della storia di Israele. Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo torna a Gerusalemme, ma trova la città in rovina: le mura sono crollate, le porte sono bruciate. La gente non sa più che cosa fare, come agire e in quale direzione muoversi.
Neemia era un ebreo al servizio del re persiano Artaserse. Quando riceve da altri ebrei notizie della situazione drammatica della sua città, si rende conto delle grandi difficoltà che essa sta attraversando. È interessante vedere come affronta questa situazione. Prima di agire, compie alcuni passi. Anche per noi, il camminare insieme richiede forse di fermarci e fare alcune cose prima di cominciare ad agire.
Il primo passo è questo: di fronte alla situazione, Neemia digiuna, prega e intercede per il suo popolo.
È interessante. Quest’uomo non parte subito, senza riflettere, per mettersi all’opera. No: prega, digiuna e intercede per il suo popolo. Prega per il suo popolo.
Quanto è importante riscoprire questo primo passo: pregare e intercedere per il popolo.
Il secondo passaggio è che Neemia chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme. Non vuole decidere da solo, non vuole prendere l’iniziativa in maniera solitaria. Nel suo caso, chiede il permesso al re.
È bellissimo questo cammino di corresponsabilità.
Poi c’è il terzo passo: Neemia parte e va a Gerusalemme. Che cosa fa? Esamina la situazione, visita i luoghi distrutti. Anche questo è molto significativo.
Convoca le famiglie, affida a ciascuno un tratto del muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi e affronta le opposizioni.
Ecco come agisce Neemia di fronte a una situazione molto difficile. La città santa è distrutta, la vita della comunità è profondamente ferita, e quest’uomo si prepara a ricostruire le mura attraverso i passaggi che abbiamo ricordato: la preghiera, il discernimento, il coinvolgimento delle persone e la condivisione delle responsabilità.
Credo che sia davvero bello poter dire oggi insieme: «Signore, donaci la grazia e la forza che hai dato a Neemia, perché anche noi sappiamo costruire e ricostruire, non soltanto la nostra città terrena, ma anche le nostre comunità, restituendo loro grazia e forza».
Per questo chiediamo la grazia e l’intercessione dei nostri santi e delle nostre sante, nella certezza che è il Signore a guidare la sua Chiesa. È il Signore che guida la Chiesa, e noi siamo certi di questo.
Sapremo dare fiducia allo Spirito che guida la Chiesa e darci fiducia gli uni gli altri? Sapremo riconoscerci reciprocamente degni di fiducia?
È bello sentire che anche in questo cammino non siamo soli, ma vogliamo davvero camminare insieme. Per questo imploriamo anche l’intercessione di nostra Madre Maria.
