“La gioia della santità”

Omelia pronunciata nella Basilica di Carignano per i 200 anni dalla nascita del Beato Tommaso Reggio
13-01-2018
Arcidiocesi di Genova
Sabato 13.1.2018
Duecento anni dalla Nascita del Beato Tommaso Reggio
Arcivescovo di Genova (1892-1901)
OMELIA
‘La gioia della santità’
Cari Fratelli e Sorelle nel Signore
È motivo di gioia celebrare – insieme alla Suore di Santa Marta – i duecento anni dalla nascita del Beato Tommaso Reggio che, per volontà di Leone XIII, fu Arcivescovo di Genova dal 1892 al 1901. Parlare di Lui oggi tocca a me, suo modesto successore sulla Cattedra Episcopale di San Siro. Insieme alla consapevolezza della statura spirituale e pastorale di questo nostro Predecessore, mi accompagna – benefico – un senso di inadeguatezza, sapendo però che ad ognuno che Dio sceglie è richiesto qualcosa che può dare se si arrende alla grazia, e che va ad aggiungersi al disegno di Cristo, il grande Pastore della Chiesa.
La sua vita fu intensa: Vice Rettore del nostro Seminario e poi Rettore, in seguito Rettore nel Seminario di Chiavari – ancora Diocesi di Genova -, in seguito Abate parroco di questa Basilica di Carignano, fin quando, nel 1877, divenne Vescovo di Ventimiglia per volontà di Pio IX e su indicazione dell’Arcivescovo Mons. Salvatore Magnasco. Quando – nel 1892 – morì l’Arcivescovo, il Papa Leone XIII scelse Reggio come successore a Genova. Aveva 74 anni, ma la fiducia nella Provvidenza, insieme all’obbedienza incondizionata al Papa, gli fecero accettare la nomina pur con una certa, comprensibile trepidazione, convinto che la santità passava attraverso l’ abbandono a Dio. Egli non si risparmiò mai, cercando la volontà divina nelle circostanze intricate dei tempi. Nel farsi tutto a tutti, sembrava che le sue doti di intelligenza, cultura, inventiva, di determinazione e resistenza, si moltiplicassero. In effetti, oltre la forza trasformante della grazia, sappiamo che – quando l’intenzione e l’obiettivo sono nobili – si sprigiona un supplemento di forza sorprendente.
Un’omelia non consente di ripercorrere la sua intensa vicenda sacerdotale ed episcopale: cerchiamo quindi di lasciarci guidare dalla colletta liturgica e dal vangelo ascoltato. La preghiera della Messa riconosce il Beato Reggio come ‘maestro e protettore’: egli è tale certamente per le Suore da lui fondate, ma lo è altrettanto per Genova, la Diocesi che ha guidato nel pieno dell’esperienza episcopale fino alla morte. Sì, egli è protettore nostro, e come tale lo preghiamo per le sue Religiose e per Genova. Ma questo nostro riconoscimento richiede – così la liturgia ci esorta – che lo imitiamo nelle virtù e nelle opere.
Il Vangelo ci fa pensare a lui come al servo fedele e saggio, come colui che vive nella vigilanza che nasce non dalla paura, ma dal desiderio del Signore: si tratta del desiderio della fede, del desiderio dell’amico. Incontriamo così il segreto, il centro propulsore, il nucleo incandescente di quest’anima che – incentrata su Cristo – ha visto meglio l’umanità. Quando, infatti, il nostro sguardo non è concentrato sul volto di Gesù, allora diventa appesantito, incapace di cogliere la realtà e di riconoscere le tracce del Mistero. Il primo insegnamento è dunque il cuore della santità e di ogni apostolato, quel centro che il salmo responsoriale ha posto sulle nostre labbra: ‘Il mio bene è stare vicino a Dio’! Cari amici, il ritmo frenetico della vita rischia di prenderci come in un gorgo, e tende a tirarci dentro in nome delle cose da fare: ascoltiamo l’esempio e il ricco magistero del nostro Arcivescovo che – a distanza di due secoli – ci ripete ‘il mio bene è stare vicino a Dio’.
Nella nostra vita o il primato è Dio, o sarà – anche inconsapevolmente – il nostro io. Dio non ci distoglie dalle responsabilità che abbiamo come cristiani, religiosi, pastori; al contrario, ci accompagna dentro alla storia per starci secondo il pensiero di Cristo non del mondo.
Leggendo le note sul tempo di Mons. Reggio, si resta colpiti: sembra che si descriva il nostro tempo. Correnti secolariste e anticlericali attaccavano già allora la famiglia, tentavano di promuovere l’aborto e il divorzio, acuti erano i conflitti tra fra istituzioni religiose e civili, il dialogo era difficile perché ostacolato da forti pregiudizi, le ideologie erano radicali e radicate, le verità della fede e del buon senso comune oscurate. In questa temperie, l’Arcivescovo Reggio mostrò il suo equilibrio senza essere mai un equilibrista: tutti riconoscevano che era un Pastore e un Padre. Non fu mai incline a sminuire le derive e le difficoltà: fu profeta chiaro. Ciò che lo guidava non era la ricerca del consenso, ma della volontà di Dio: ‘La più grande cosa di tutte – scriveva – è quella di compiere in tutto sempre la volontà di Dio, e questa si compie attendendo con impegno e fervore a quello che Egli stesso ci pone adesso tra le mani’.
Si rivelò quello che voleva essere, un padre che – per amore della sua famiglia – dice la verità senza blandire, con quell’affetto che unisce richiamo, preoccupazione, tenerezza e prospettiva. E questo, la gente lo percepiva, anche i più ostili: ‘Dura è talvolta la verità. Non per questo cesserà sul mio labbro (…) Paternamente sì, ma semplice schietta l’udrete sempre da me. Dimezzarla o velarla è tradimento delle anime’. Era convinto che questa fosse anche la via della pace. Il suo animo, il suo stile, il suo obiettivo echeggiano nel titolo della lettera pastorale del 1896, ‘Torniamo a Dio’, un’accorata esortazione che lancia al suo popolo e che vale anche oggi.
L’attenzione alla realtà era costante, come se temesse di non riconoscere le indicazioni che Dio dava attraverso la storia. Oltre le molte forme di indigenza, specialmente dei più giovani e indifesi, anche la società nel suo complesso e la politica lo preoccupavano non poco. In questo senso partecipò con intelligenza all’Opera dei Congressi, sollecitando la responsabilità dei cattolici e favorendo punti di incontro, di partecipazione e di dialogo.
Proprio perché attento ai molti problemi, volle istituire le sue Suore, mettendole nella spiritualità di Santa Marta che si pose al servizio di Gesù con generosa alacrità: la carità, la misericordia verso le necessità umane, lo spirito di fede e di abnegazione, caratterizzano la Famiglia religiosa di cui fu fondatore, guida, Padre. Noi siamo grati a questa Comunità, e preghiamo perché possa continuare ad essere un dono per la Chiesa e la Diocesi. I tempi cambiano, ma il cuore umano resta lo stesso: non vuole sentirsi solo, invisibile ai potenti, ma guardato da Dio, preso in cura, amato. Care Sorelle, per molti siete voi lo sguardo paterno e materno di Dio: continuate con fiducia!
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova