“La fede è il nuovo che avanza”

Omelia pronunciata in Cattedrale nella S. Messa Crismale
29-03-2018
Arcidiocesi di Genova
Giovedì Santo, 29.3.2018
OMELIA – Santa Messa Crismale
“La fede è il nuovo che avanza”
Cari Confratelli Nell’Episcopato, nel Sacerdozio e nel Diaconato
Cari Fratelli e Sorelle nel signore
1. È una grande gioia incontrarci per la celebrazione della Messa Crismale, convinti – come ricorda il Concilio Vaticano II – “che c’è una speciale manifestazione della Chiesa nella partecipazione piena a attiva del Popolo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il Vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri” (S.c. 41). Nel mistero eucaristico siamo avvolti dall’eterno sacrificio di Cristo che, come un vortice, ci porta in alto, dentro alla liturgia gloriosa del cielo, nel cuore della Trinità. È pegno di vita eterna, anticipo del mondo nuovo, dono di grazia per il nostro pellegrinaggio, conferma del suo essere con noi. La Chiesa è la comunità a cui il Maestro ha affidato la sua Parola e i suoi Sacramenti: anche i limiti e le fragilità degli uomini, perfino di noi Pastori, non possono oscurarne la bellezza, piuttosto rimandano a Lui, il Signore, così come le ombre mettono in risalto e rimandano alla luce.
2. Cari Confratelli, nel giorno dell’Eucaristia e del Sacerdozio vorrei aprirvi il cuore e – quasi come nell’antico cenacolo – dirvi due cose.
La prima riprende il ritiro d’Avvento: si tratta dell’universale bisogno di calore per vivere.
Parlo dell’amore, dell’essere amati e dell’amare. L’amore è fatto di stima e fiducia, di vicinanza e perdono, di pazienza e operosità per il bene dell’amato. Non aspettiamo tutti di essere guardati e riconosciuti con benevolenza? Non abbiamo tutti bisogno di sapere che la nostra esistenza è importante ancor prima dei nostri compiti? Quando qualcuno riconosce che il nostro esistere è significativa; che siamo un dono e che la nostra assenza è un impoverimento per gli altri, non avvertiamo forse sprigionarsi in noi energie nuove? Senza l’amore il mondo si spegne, i compiti anche i più sacri – sbiadiscono, l’eco di Dio si allontana. Nella steppa gelata del cuore, spunta qualunque lusinga, nascono fantasmi, si rinnova l’esperienza di Gesù nel deserto. Tutti siamo esposti, non dobbiamo nasconderlo.
Ma non dobbiamo temere! Il gelo dell’anima rimanda al calore, e il fuoco, il roveto è Cristo: esso non è lontano, ma è vicino a noi, all’altezza del nostro cuore. Non è forse questo il senso primo della nostra chiamata? “Ne scelse Dodici perché stessero con Lui”! Presi dagli impegni pastorali, distratti da innumerevoli stimoli a portata di mano, rischiamo di disertare l’invito a stare con Gesù. Cari Amici, aiutiamoci a tornare al Roveto eucaristico, a stare davanti a Lui: davanti a Lui insieme, come Confratelli, davanti a Lui come amanti di Chi ama ciascuno come fosse unico.
3. La seconda cosa che vorrei affidarvi è una crescente convinzione. Guardo il nostro tempo segnato da cambiamenti tali che non sappiamo dove porteranno. Si dice che i cristiani arrivano sempre in ritardo rispetto alle svolte della storia che, invece, dovrebbero prevenire. Può darsi, ma a me pare che sia più importante seguire. Non mi preoccupa tanto prevenire, quanto piuttosto seguire lo Spirito, per andare là dove il Signore vuole, per incontrarlo nella Galilea che Lui sceglie e dove ci precede: sì. Dobbiamo seguire lo Spirito non inseguire il mondo. Prevenire richiede strategie e programmi: può vedere qualche successo ma spesso è come un fuoco di paglia; seguire richiede umiltà e ascolto per essere là dove Lui ci chiama. Ciò vuol dire seminare giorno per giorno con umiltà e fiducia, anche tra i rovi: è come la pioggia sottile e continua che penetra la terra in profondità. Voi lo sapete, perché lo fate.
Vedo – in alcune parti d’Italia e in molte della nostra splendida Europa – che il Cristianesimo sembra moribondo, giunto alla fine, sempre più languido e irrilevante. Il secolarismo – che è vivere come se Dio non ci fosse – genera una mentalità che valuta l’uomo, la vita, il mondo, secondo criteri che non sono secondo il pensiero di Cristo. Anche quando c’è ancora la fede, spesso il modo di pensare la vita è estraneo, e la fede è sentita come qualcosa di superato, di vecchio, qualcosa che o si aggiorna – come si ripete all’infinito – oppure scomparirà.
4. Ma è proprio così? Davvero il cristianesimo è destinato a scomparire dai popoli di antica tradizione? L’inquietante domanda di Cristo è presa sul serio? “Quando il Figlio dell’uomo tornerà sulla terra, troverà ancora la fede?”.
Cari Amici, è una domanda cruda e diretta, non ammette distrazioni o dilazioni. Come un buon maestro, Gesù ci’ interroga perché, nonostante le circostanze che hanno il potere di suggestionare e confondere, non dimentichiamo una verità teologica e pastorale. Questa: la Chiesa cresce dall’interno verso l’esterno, non viceversa: ciò richiama innanzitutto l’intima comunione con Cristo. Per questo la questione principale è la fede: se la fede langue, la Chiesa perde se stessa, si riduce ad altro. È questa la ragione per cui la Chiesa oggi è sfidata sulla fede, e – tra i molti campi della pastorale – quello della fede è il più decisivo. La fede ha al centro Gesù Cristo: se la Chiesa si allontanasse da Cristo, gli uomini si allontanerebbero da lei! Ecco il primo messaggio che la domanda contiene. Ma ce ne sono altri.
Innanzitutto, la fede non può estinguersi sulla terra perché Gesù è Risorto, è il Vivente, il suo Spirito è all’opera. La fede può indebolirsi e ridursi a minoranza in alcuni punti della terra, ma si accende e cresce in altri. Le comunità cristiane possono ammalarsi, ma possono anche guarire; diventare anemiche fino all’irrilevanza culturale, ma altrove prendono vigore e si espandono. Ecco perché alla domanda del Maestro possiamo rispondere: sì, alla fine del mondo la fede ci sarà ancora!
5. Ma le parole di Gesù ci inducono ad un’ulteriore considerazione. Il secolarismo si presenta come il “nuovo mondo”, una specie era dell’oro, una terra promessa finalmente raggiunta, che promuove un’umanità moderna, libera, soddisfatta. Per contro, nel mondo occidentale la fede sembra arretrare nelle coscienze, e la sua capacità di ispirare la società appare sempre più debole.
Questo stato di cose fa apparire la fede perdente, superata, insignificante rispetto ad altre epoche, e il cristianesimo un “mondo vecchio”. Ma è proprio così? In realtà – e qui sta il punto – quanto più il “nuovo”modo di pensare avanza e rivela il suo vero volto, tanto più prende corpo la domanda di Henri De Lubac: “Che cosa sarebbe l’umanità se si togliesse Cristo?”. Noi, oggi, vediamo che cosa sta diventando l’umanità che si allontana da Dio e da Gesù! Quanto più emergono i tratti disumani del “nuovo mondo”, tanto più il “vecchio mondo” – il Vangelo – appare la novità più vera, quella che il cuore dell’uomo spera e attende. Ciò che sembra nuovo sulla scena occidentale si rivela sempre più vecchio perché disumano, e, per contro, il cristianesimo, che è considerato un mondo finito, è ciò che corrisponde alle aspettative profonde dell’anima: per questo motivo è la vera novità. La novità è dunque la fede, è la comunità cristiana pur piccola che vive di Dio, di benevolenza, dove la vita, i legami di amicizia, la famiglia, la fedeltà, il sacrificio, l’onore e l’onestà… sono i riflessi del volto di Gesù: piccole comunità dove i principi più sacri e universali non sono soggetti ai sondaggi d’opinione, ma sono fondati su un’istanza superiore che è l’unica garanzia per vivere all’altezza della dignità umana.
Cari Confratelli e Amici, vi prego, non lasciatevi suggestionare dalle apparenze: esse hanno una loro realtà, ma non sono la realtà. Voi non siete gli uomini del passato, ma i Pastori del futuro: le vostre comunità – anche se piccole – sono già il domani; non sono il tramonto, ma la tenue e promettente luce dell’alba. Quanto durerà l’alba? Lo sa Dio. A noi il dovere di ricordare la bellezza della fede, i segni del nuovo che avanza lentamente; di riconoscerli per lodare il Signore della storia che è venuto, cammina con noi, tornerà. La Vergine Maria, Madre e Regina di Genova, non cessa di guardarci con amore materno e ci sorride con tenerezza.
Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo Metropolita