La fede cristiana e il futuro dell’Europa

Intervento alle Giornate Sociali Europee organizzate a Madrid dal CCEE e dalla COMECE
19-09-2014
 
II GIORNATE SOCIALI CATTOLICHE PER L’EUROPA
MADRID, 18-21 SETTEMBRE 2014
 
LA FEDE CRISTIANA E IL FUTURO DELL’EUROPA
Vorrei iniziare questo mio breve intervento ringraziando in modo speciale Sua Eminenza il Cardinale Antonio Maria Rouco-Varela, per avere accolto questa iniziativa europea così apertamente e tutti i suoi collaboratori che insieme ai segretariati dei nostri due organismi europei hanno preparato questo incontro. Il mio ringraziamento va anche a Mons. Giampaolo Crepaldi e Mons. Gianni Ambrosio che a nome del CCEE e della COMECE hanno coordinato la preparazione del programma. Anche a nome di Sua Eminenza il Cardinale Péter Erdő, Presidente del CCEE – che mi ha pregato di portarvi il suo saluto e le sue scuse per la sua mancata partecipazione, che ha dovuto annullare pochi giorni fa – vorrei esprimere a Sua Eminenza il Cardinale Reinhard Marx, Presidente della COMECE, la mia gioia nel vedere come questi due organismi, che pur avendo missione specifiche e diverse nel continente europeo, rappresentando gli stessi vescovi, hanno saputo organizzare insieme queste II Giornate Sociali Cattoliche per l’Europa perché le sfide coinvolgono tutti e in diverse dimensioni.
Siamo giunti qui a Madrid da tutto il continente, con esperienze diverse ma con una cosa in comune: la nostra fede in Cristo e la coscienza che essa c’impegna anche ad una missione nella nostra società. È un dato di fatto che la fede cristiana, che ci unisce a Gesù, ci fa essere attenti a tutte e a ciascuna delle persone che incontriamo quotidianamente sul nostro cammino e alla vita sociale delle nostre città, delle nostre nazioni e delle istituzioni europee. ‘La fede illumina il vivere sociale; essa possiede una luce creativa per ogni momento nuovo della storia, perché colloca tutti gli eventi in rapporto con l’origine e il destino di tutto nel Padre che ci ama.’ (Francesco, LF 55)
Da questa fede viene la carità che è il motore del credente. Nella sua essenza non è una cosa che rimane al livello del superfluo – della moneta offerta all’ingresso della Chiesa – o una semplice abitudine – una buona prassi religiosa – per aiutare i poveri. La carità cristiana è una virtù che diventa un atteggiamento di vita che si esprime anche attraverso un certo tipo di presenza nella vita sociale. L’amore vero non è un’utopia o un’ideologia, così come non è un semplice sentimento: esso nasce dall’incontro con la persona, un incontro che genera una commozione, un interesse, una sympatheia che ci rende quindi partecipi di quanto l’altro prova, patisce’ Amore vero è amare l’altro come Gesù lo ama, prendendo cura della persona concreta, della famiglia, della società. E allora se dobbiamo essere così uniti all’altro e andare all’incontro dell’altro con quella forza che viene dall’Alto, cerchiamo con creatività, con impegno e – speriamo – con entusiasmo, di fare quanto è in nostro poter per modificare la situazione di vita di chi soffre. L’amore non è una strategia! È una decisione che ci fa volere e agire per il bene dell’altro e che ci fa quindi anche pensare e cercare di conoscere quello stesso bene, quel Bene ultimo, che non è altro che Dio stesso. La carità si collega quindi intimamente con quella Verità che non è una astratta imposizione teorica di idee ma il bene della persona che tutti cercano e che la fede rivela pienamente.
Quando guardiamo all’Europa di oggi, è riscontrabile da un lato una volontà ed un impegno per la pace, per il rispetto dei diritti dell’uomo, per lo sviluppo economico che cerca anche di affrontare le crisi. Si nota anche un’unanime accettazione della democrazia, e di molti valori le cui radici appartengono proprio alla cultura cristiana. Tuttavia, da un altro lato si riscontra paradossalmente nel continente europeo anche il tentativo, se non di negare, almeno di relativizzare le sue radici cristiane e la matrice etica che esse hanno portato generalizzando un individualismo drammatico. Come dice il Santo Padre: “Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata.’ (EG 1)
Che cosa vuole, allora, la Chiesa in Europa? Vuole portare la salvezza; vuole portare Cristo a tutti; vuole essere accanto a tutti ed in modo speciale a quelli che soffrono di più; vuole essere una voce che risveglia i cuori! È veramente una pretesa, ma è anche un mandato del Signore. Il Papa ci ricorda, siamo una Chiesa ‘in uscita’: ‘La Chiesa ‘in uscita’ è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano.’ (EG 24)
La chiesa è chiamata, quindi a portare la gioia della salvezza, o, se vogliamo usare una parola più comune ancora, la Chiesa vuole portare a tutti la felicità. La felicità però è una parola pericolosa! Per noi cristiani essa non è sicuramente un attimo della vita o una sensazione ma neanche una vita senza problemi, giacché la croce ne farà sempre parte, ma coincide esattamente con la scoperta di quel bene che il profondo del cuore dell’uomo cerca per sé e per quelli che ama, e che per esperienza sappiamo che non si trova soltanto quando si risolvono i problemi economici, ma piuttosto in una famiglia stabile, in rapporti umani di amicizia, in un lavoro onesto, e, soprattutto, in un rapporto personale con Dio.
In questo nostro incontro avremo sicuramente tante occasioni di dialogo e ci soffermeremo su diverse questioni: la politica, l’economia, la multiculturalità, la famiglia, la gioventù, la società tecnologica e molte altre ancora. Il nostro scopo, spero, non è quello di guardare a queste questioni soltanto da un punto di vista sociologico o politico, ma di tenere presente la prospettiva della pastorale. Non stiamo, però, parlando soltanto delle attività organizzate a livello di parrocchie o di movimenti. La Chiesa esercita la sua missione pastorale, come spesso ci ricorda Papa Francesco, proprio nel rivelare il suo cuore di Madre che cura ed educa i propri figli. E questa è una missione condivisa da tutti i battezzati, perché tutti sono chiamati a rendere presente quell’amore che vuole aiutare la persona in tutte le sue dimensioni.
La pastorale mette insieme pensiero e riflessione con lavoro e opere, ma parte dall’esperienza personale d’incontro con Gesù che è veramente quello che ci muove tutti. Sarebbe strano se il primo amore dei cristiani non fosse proprio quello per Dio, poiché è da quest’amore che sgorga l’amore per tutti. La pastorale sociale, in concreto, si effettua nella pluralità degli ambiti e delle situazioni che saranno affrontate nei prossimi giorni. Essa ha bisogno di persone mosse dalla propria fede che non cercano d’inventare o sognano un nuovo mondo, ma che hanno il coraggio di uscire dalle proprie comodità e di andare all’incontro dell’uomo dove egli si trova per portare sollievo e testimoniare l’amore di Dio costruendo un’unità tra gli uomini fondata in Lui. Il futuro dell’Europa ha bisogno di genti di fede, e ancora più, ha bisogno di santi.
Sicuramente non siamo venuti qui soltanto per ascoltare, ma neanche per insegnare agli altri cosa deve essere fatto, e ancora meno per difendere una posizione politica piuttosto che un’altra, ma ci siamo riuniti con lo scopo chiaro di condividere le esperienze, le riflessioni e le sfide che ciascuno sente nel suo quotidiano, siano esse locali, nazionali, europee.
La Chiesa, quando tratta di questioni sociali, si sente libera e, allo stesso tempo, profondamente coinvolta con l’Europa. Libera perché, liberata dal Signore, essa non serve progetti politici di questo mondo, ed è quindi libera di esprimere un giudizio di valore su tutto quello che accade e di ritenere quello che è buono – non per giudicare i cuori degli uomini, ma per richiamare ad una visione più profonda e più realista sulla persona, sul bene comune e sui rapporti sociali. Noi crediamo, e la vostra presenza con tutto quello e tutti quelli che voi rappresentate, che per l’Europa è possibile avere un volto umano attrattivo; che è possibile avere una società solidale, giusta, in pace, perché abbiamo la nostra speranza fondata nell’amore di Dio.
Il CCEE, come Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, riunendo la Chiesa presente in più di 40 Stati membri del Consiglio dell’Europa, cerca, nella semplicità dei suoi mezzi e senza nessuna volontà di omogeneizzazione, di creare e sostenere nelle sue varie attività ed incontri la rete di persone coinvolte nella pastorale. È un’enorme ricchezza quella che nasce dai rapporti umani che nascono in questi incontri ed è qualcosa che non si può facilmente contabilizzare, ma i cui frutti diventano sempre più visibile.
L’organizzare questo incontro insieme alla COMECE è sì motivo di gioia ma anche un segno chiaro del nostro essere insieme in questa ricerca continua di una sempre più profonda comunione tra i responsabili della pastorale nei diversi paesi, e di una sintonia riguardo al contributo della Chiesa a livello Europeo e, se me lo si concede, di quanto noi cristiani ci sentiamo anche responsabili perché l’Europa non diventi un progetto soltanto economico e senza Dio, ma una comunità di persone e di nazioni come era desiderio dei padri fondatori.
Possano questi giorni diventare per ciascuno un’esperienza di fede e una spinta ad un ancor più deciso impegno nella vita sociale del continente per la Gloria di Dio.
Cardinale Angelo Bagnasco
Arcivescovo di Genova
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Vice Presidente del CCEE