“Intorno ad Anselmo d’Aosta”

Intervento alla presentazione del libro di Don Matteo Zoppi nella Diocesi di Aosta
15-06-2021

Diocesi di Aosta

Mercoledì 15.6.2021

Presentazione del libro

 

“Intorno ad Anselmo d’Aosta”

Prof. Sac. Matteo Zoppi

 

Cardinale Angelo Bagnasco

 

Un cordiale saluto ai partecipanti a questo incontro, e un fraterno abbraccio a S.E. Mons. Franco Lovignana, Vescovo di questa nobile Diocesi, che tanto ha incoraggiato e sostenuto il lavoro del Dott. Don Matteo Zoppi, che per questa terra nutre speciale affetto.

Volentieri ho accettato l’invito per la stima che mi lega a don Matteo, caro amico e sacerdote della Arcidiocesi di Genova:  egli sa coniugare studio e insegnamenti con un’appassionata vita di pastore d’anime. E’ mia ferma convinzione che le due dimensioni – studio e pastorale – non sono affatto configgenti, bensì si completano e si sostengono a vicenda. Tale è stata anche la mia personale esperienza.

 

  1. Ripiegamento sul passato?

Di fronte al testo, “Intorno ad Anselmo d’Aosta”, mi è sorta una domanda: perché, dopo mille anni, ci occupiamo ancora di lui? E’ forse nostalgia per il passato? Per testi che – riflettendo tempi lontani – esercitano un fluido misterioso, quasi una malia crepuscolare su noi moderni, compulsivi consumatori di tutto? Anselmo ha qualcosa da dire a noi, cittadini di una cultura che auspica  un futuro sempre più diverso, pensando che “diverso” significhi necessariamente “migliore”?  Mi pare che la risposta sia questa: ciò che ci spinge non è un  ripiegamento, ma un nostro bisogno. E’ questa esigenza interiore – a volte neppure riconosciuta – che ci spinge a percepire  epoche lontane non come estranee ma vicine, perché  rispondenti  a ciò che sentiamo dentro, anzi a ciò che siamo. Grazie a un sensore che non è frutto di evoluzioni culturali, ma è inciso a fuoco nella coscienza, noi avvertiamo che qualcosa di profondo ci lega alla storia umana, e che alcune figure sono per noi dei maestri, delle miniere inesauribili. Anche  in noi moderni abitano istanze che non sono esclusive di un tempo, ma sono proprie di tutti i tempi, e che rischiamo di trascurare afferrati dal mito della velocità e della ragione strumentale. Per questo motivo, vorrei tentare un approccio diciamo “dialogico” tra ciò che impropriamente si chiama “passato” e il “presente”. Ancora una volta, vedremo che non è importante che un testo sia moderno; è importante che sia attuale, cioè che corrisponda al nostro mondo interiore. Inoltre, non dobbiamo dimenticare ciò che Mons. Vescovo ha evidenziato nella sua Presentazione, e cioè  che sant’Anselmo è stato annoverato nel 1720 tra i Dottori della Chiesa con il bel titolo di “Doctor Magnificus”, e i titoli, sulle labbra della Chiesa, sono identità e compito come recita il detto latino: “nome omen”! Non hanno tempo.

 

  1. Un felice “intorno”

Il lavoro di Don Zoppi porta il titolo intrigante di “Intorno ad Anselmo d’Aosta”. Quell’intorno non esprime una genericità informe, ma indica la corposa presenza che si creò attorno ad Anselmo e al monastero di Notre Dame del Bec in Normandia nel XI – XII secolo. Indica una forza di attrazione che cominciò con Lanfranco di Pavia e si incrementò con Anselmo. Leggendo il testo si avverte la rete di rapporti di stima e di ammirazione reciproca sostenuti da una comune passione: la ricerca della verità che in Dio trova il suo approdo. La passione per la verità non era un intereresse astratto, ma era consapevolezza che l’uomo non può vivere senza verità: in questo caso, l’unica cosa certa sarebbe  quella che non esiste certezza. In altre parole, l’uomo ha bisogno di capire.

Il fascino del Bec si diffuse in tutta Europa, tanto che molti giovani giunsero in Normandia per studiare in quel monastero che – annota il Nostro  – divenne  “competitivo  addirittura rispetto all’ormai secolare monastero di Cluny in Borgogna” (pag. 71). La figura di Lanfranco di Pavia emerge quasi sullo sfondo come ispiratore e mentore, ma il testo offre anche un ampio capitolo sulla Lettera che Bosone – monaco e poi Abate del Bec – scrisse al medico Gauslino.

 

  1. Un uomo nel tempo

Una prima considerazione è che sant’Anselmo d’Aosta, nato nel 1033 e ritiratosi nel 1060 nel monastero del Bec per cercare Dio con la guida di Lanfranco, dovette occuparsi di questioni secolari in lungo e in largo. Richiesto, egli rispose come ad un appello di Dio consapevole che, proprio in quanto uomo spirituale separato dal mondo, avrebbe potuto aiutare la città terrena. Infatti, chi cerca innanzitutto Dio in un eremo o in un cenobio, non esce dal mondo come spesso si ritiene,  ma al contrario  lo conosce nella verità e lo serve nell’amore. Egli è separato ma non estraneo. Come afferma Gesù, il modo migliore per essere nel mondo è non essere del mondo, è cioè appartenere a Dio.  Quanto più  Anselmo si dedicava alla contemplazione e alla vita ascetica, tanto più acquistava il pensiero di Dio, il suo punto di vista, e vedeva il mondo nella luce delle verità ultime – “sub lumine aeternitatis” – senza le quali le verità particolari sbiadiscono, perdono il loro valore simbolico di rimando all’oltre, si oscura il significato e rimane solo il significante come un guscio vuoto.

In questa prospettiva, vediamo che il Medioevo, espresso in modo particolare da grandi figure come Anselmo, mentre predicava la “dilectio Dei”, insegnava di conseguenza la “dilectio hominis” mettendo così le basi del Rinascimento. Il Medioevo è tutt’altro che un “evo di mezzo”, quasi un passaggio trascurabile, ma è “evo di sintesi” e di costruzione di un nuovo mondo, accogliendo le migliori vestigia della classicità greca e romana.

 

  1. La fiducia nella ragione

Lanfranco di Pavia diede inizio ad una scuola e a un metodo che sarà sviluppato da Anselmo, suo discepolo nel monastero del Bec e successore nella sede vescovile di Canterbury. “La novità del metodo di Lanfranco – scrive il Prof. Zoppi – consiste nell’applicazione della ratio per l’ interpretazione della Bibbia e per l’esposizione della dottrina cristiana” (pag 71).

E’ questo un fatto di indubbia rilevanza nel mondo contemporaneo che mostra  sfiducia, quasi sospetto, circa la capacità della ragione a conoscere la verità. Nel 1979, con il suo testo “La condizione della postmodernità”, J.F. Lyotard dichiara la crisi della modernità con la delegittimazione delle grandi narrazioni, cioè delle prospettive ideologiche e filosofiche che, a  partire dall’illuminismo, hanno ispirato le credenze e i valori della cultura occidentale: l’emancipazione globale dallo sfruttamento e dalla ingiustizia, la pace planetaria, il progresso indefinito, la dialettica come legittimazione del sapere in una prospettiva assoluta.

Avendo preso le distanze dalla realtà in nome della soggettività, il pensiero pensa se stesso, interessato più al pensare che al pensato, più al soggetto pensante che alla realtà oggettiva di cui l’uomo è parte incomparabile ma non esclusiva né fondante. Si sbilancia  così l’ordine della realtà: il relativismo – fenomeno antico – si insedia non solo in alcuni circoli culturali, ma diventa un humus spesso irriflesso, ma non per questo meno efficace. Mentre la fede relativizza il mondo e lo apre così al compimento futuro, il relativismo assolutizza il mondo e così lo chiude alla speranza.

In questo clima definito “posto moderno”, nel 1989 esce il testo “La filosofia dopo le filosofie”, nel quale l’americano Richard Rorty afferma il superamento del mito della verità come conformità del pensiero a una realtà data. Ma l’intelletto umano è costituito proprio dall’intuire l’essere nella percezione degli enti: ecco il realismo. Su questo piano non religioso, neutro e originario, il pensiero cristiano e la metafisica si incontrano. In San Tommaso si compirà il vertice di questo incontro prendendo le distanze da Platone e da Aristotele: l’essere è riconosciuto come l’atto presente in ogni realtà,e diventa la forma linguistica  con la quale – in modo semplice e universale – si può indicare Dio.

Rorty, invece, propone una filosofia basata sul dialogo e la condivisione, volta non al conseguimento di impossibili verità inconfutabili, volta alla riduzione delle sofferenze umane. In una parola, una filosofia “edificante” e consolatoria. Questo modo di vedere svela il pregiudizio  secondo cui la verità è un macigno che schiaccia la vita anziché aiutarla.

Viene da chiedersi: e se il mondo volesse essere ingannato? Se lo volesse perché non regge la verità, che inesorabilmente chiama alla responsabilità? E sapendo che la verità, se ferita, perdona sette volte sette, ma non accetta di essere cambiata né in teoria né di fatto. Se così fosse, soprattutto i giovani dovrebbero ribellarsi alla cultura della falsità, consapevoli che la vera protesta si nutre innanzitutto di gesti di verità, e che ogni gesto vero trascende chi lo compie, fa luce all’universo e contagia. Sono convinto che stiamo vivendo un lento e inarrestabile risveglio della coscienza sia in Italia che in Europa: anche il deserto, infatti, fiorisce! Quanto più si avverte la stanchezza di essere stanchi, quanto più abnormi sono le derive che si vogliono imporre come normali, tanto più le energie migliori dell’anima si ridestano. Possiamo dire, dunque, che questo è un tempo di grazia e di grande responsabilità specialmente verso le nuove generazioni che – come scrive Bauman in “Retrotopia” – angosciate cercano nel passato  punti di riferimento affidabili per costruire la loro vita e il loro mondo.

 

  1. ”credo ut intelligam”

L’assioma “credo per comprendere” è felice nel suo apparente paradosso, ed esprime in forma concisa il rapporto tra fede e ragione che guida il metodo della scuola del Bec. Anselmo chiarisce la distinzione tra le due realtà, e ne mette a fuoco il rapporto virtuoso. Mentre la ragione è la via umana della conoscenza, la fede ne è la via religiosa; la prima è propria di tutti gli uomini, la seconda è propria dei credenti ma aperta a tutti e desiderosa di abbracciare tutti: “andate in tutto il mondo e predicate a tutti gli uomini ciò che vi ho insegnato”. Il Logos incarnato, infatti,  include ogni verità, naturale e soprannaturale, poiché Cristo è la Verità, nonché la Via e la Vita. La cultura occidentale – come si diceva – sembra misconoscere la forza della ragione come via della conoscenza oggettiva, così come il rapporto virtuoso con la fede. Forse è conseguenza anche del fatto che oggi la chiarezza è ritenuta irrilevante se non addirittura pericolosa, non inclusiva, contraria al dialogo. In realtà, il dialogo è possibile solo tra diversità chiare, come bene ricorda anche E. Mounier. La lezione di Anselmo e della Scolastica in generale è quanto mai necessaria anche per questo motivo teoretico e metodologico.

Tornando al rapporto tra fede e ragione, Anselmo vede che la ragione pone le domande decisive che riguardano il significato dell’esistenza, il perché delle cose, del male che travaglia il mondo, il da dove e il verso dove. La ragione, dunque, non solo indaga sul come ma anche sul perché dell’uomo e del cosmo, e porta l’essere umano sul ciglio della vertigine – come ricorda Heidegger – di fronte alla possibilità del nulla. Possiamo aggiungere che anche una gioia improvvisa e intensa può provocare il brivido del limite, come se toccassimo il confine dell’umano, come se fosse il presentimento di un’ “oltre” che c’è e ci chiama. Su questo filo di lana, la ragione fa la staffetta con la fede che apre l’orizzonte della trascendenza, un orizzonte che è altro rispetto al mondo, è grazia, ma che la creatura avverte come il suo destino.

In sintesi, possiamo dire che la ragione ha bisogno della fede per essere se stessa, per comprendere l’uomo e il mondo, e che – reciprocamente – la fede cerca il raziocinio in quanto pone le domande metafisiche che aprono al soprannaturale. Norberto Bobbio, pensatore che  si dichiarava agnostico, ha scritto che la forza della religione sta nell’offrire le risposte agli interrogativi che la filosofia e la scienza pongono. Per questo, egli dice, la religione ci sarà sempre.

Oggi il pensiero deve essere restituito alla sua intera vocazione, riflessiva e strumentale, cioè sul perché e sul come delle cose. L’Evo della sintesi usava la ragione nella sua interezza, e l’armonia tra ragione e fede permetteva una visione unitaria della realtà umana e cosmica, visione  che il nostro tempo ha perso frantumando l’uomo. Non è forse questa una delle caratteristiche della postmodernità? L’esperienza della frantumazione interiore e di una esistenza scomposta e disorientata? E non è forse dalla debolezza del pensiero che scaturisce anche la difficoltà della fede, la svalutazione della dottrina, il prevalere dell’immagine sulla parola vera, il passaggio dalla differenziazione all’indifferenziato?

 

  1. La verità ricompresa come comportamento

Alcune efficaci espressioni di Don Matteo nel capitolo terzo sul “De morbus” di Anselmo, sono quanto mai attuali. Un frutto evidente del relativismo occidentale è il pragmatismo etico, nel senso che – messa tra parentesi la questione della verità e del bene – subentra la categoria dell’utile. E’ questa una categoria legittima  se non diventa la prima e l’unica: utilizzando  termini propri a ideologie note, possiamo dire che l’ortodossia viene sostituita dall’ortoprassi.  Oggi, nel dinamismo dominante della comunicazione, non è tanto importante che le grandi verità e i principi etici stiano cambiando, basta che si abbia la percezione del loro cambiamento. E lo scopo è ottenuto!

La conseguenza è la perdita del fondamento esistenziale, il vivere procede a tentoni, il soggetto si concentra sul ritorno immediato, poiché l’ambiente culturale svaluta i valori universali considerati lontani, astratti, impositivi. Addirittura, li ritiene ingiusti poiché ciò che conta – così si dice – è il vissuto concreto non l’ideale che Dio indica. Ma se così fosse, con che cosa si potrebbe confrontare la situazione concreta  per giudicarne la giustizia e la rettitudine? Può bastare la soggettiva intenzione? Anche il vivere collettivo diventa fluido: è il capovolgimento della realtà e della morale, capovolgimento che ricade sull’uomo e sulla sua esistenza.

Il nostro Autore osserva che sant’Anselmo propone “una delle più rigorose riflessioni etiche – dopo quella di sant’Agostino – maturate prima della grande Scolastica” (pag 76), e riporta la definizione di giustizia:“rettitudine della volontà serbata per se stessa” (id). La riflessione di Don Zoppi mette in rilievo che un atto è retto quando corrisponde a ciò che “va” scelto: va scelto perché è giusto in se stesso. Dev’essere, però, anche morale, e ciò avviene allorché la scelta non è determinata da ragioni diverse rispetto al valore in sé: può esserne accompagnata ma non determinata. Siamo lontani dalla prospettiva dell’etica della situazione e dell’utilitarismo etico che sembra oggi diffuso: “quando la volontà si dissocia dalla verità, si scade nell’ingiustizia e nella superbia, madre di tutti i vizi” (pag 78).

Sono parole pertinenti in un tempo in cui al  logos si sostituisce la volontà, e quindi alla verità si sostituisce la decisione. Per tale motivo, la corruzione dell’intelligenza deve preoccupare maggiormente della corruzione morale: questa riguarda la debolezza umana, quella riguarda la verità. Stravolgere la verità vuol dire minare i valori e aprire la porta non solo alla fragilità ma all’arbitrio.

L’etica, come ricomprensione del vero, è la traduzione esistenziale dell’essere nella sua molteplice diversità. Oggi il dover essere cede il passo alla coscienza individuale, ma il soggetto, quando si affida alla volontà di potenza, non solo distrugge l’etica ma anche si autodissolve. Negando, infatti, il linguaggio dell’essere che si esprime nella natura degli enti, di perdono le indicazioni morali ivi contenute come via di auto-realizzazione, riducendo la natura umana a un prodotto dell’evoluzione culturale e disponibile a piacimento.

Al centro  della riflessione anselmiana vi è il Dio di Gesù Cristo, un Dio di misericordia e di perdono, di amore e di gelosia, di ideali e di concretezza. La presenza di Dio chiede la forza della ragione perché la fede non diventi fideismo, e la ragione chiede che la fede l’aiuti a non snaturarsi nel razionalismo. Viene da chiederci se l’uomo   occidentale voglia ancora essere perdonato, o pretenda invece di sostituire il peccato con l’errore che non cerca il  perdono bensì la discolpa. Così pure ci si può chiedere se voglia ancora un padre oppure un semplice amico: Gesù ci rivela un Dio Padre che, con l’amore tipico della paternità, comprende e richiama, perdona e accompagna, condivide ed eleva, indica la meta alta e dona la grazia. Per questa ragione possiamo dire che il cristiano non è un uomo buono, bensì un uomo redento.

Su queste cose si vuole che la cristianità non parli, per far credere che non ha nulla da dire, ma ogni credente sa che è chiamato a portare la sua testimonianza di vita e di parola non per essere contro qualcuno, ma per rappresentare qualcosa che gli è dato. A tale riguardo, però, dobbiamo riconoscere che, sotto la superficie della cronaca chiassosa, brulica la vita vera, il bene silenzioso prosegue il suo corso grazie ad una moltitudine umile, semplice non perché superficiale, ma perché radicata nella fede e nel buon senso comune. Tale moltitudine è come un fiume carsico che attraversa la terra da secoli e millenni, e configura realtà di straordinaria bellezza: è questa la grande Tradizione che non può essere assimilata a un insieme di abitudini mutevoli, Tradizione che non solo valorizza ma chiama alla conversione del cuore, centro e leva di ogni vera riforma.

 

  1. La via della vita

Il testo si conclude, nel capitolo quinto, con la presentazione della Lettera a Gauslino del monaco Bosone, discepolo di Anselmo. La lettera, che è un ausilio paterno alle incertezze e ai dubbi del medico Gauslino rispetto alla scelta monastica, conduce ad una prospettiva degna di grande attenzione. Bosone porta il discorso-colloquio con Gauslino ad un livello superiore e cita il Vangelo di san Luca: “Se uno viene a me e non mi ama più di suo padre, la madre, la moglie , i figli, i fratelli, le sorelle, e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26-27). Con questa citazione, Bosone risponde alle perplessità del discepolo ricordando che la radicalità non è esclusiva della vocazione monastica, ma è propria della vocazione cristiana, segna il cammino ascetico di ogni discepolo del Signore: cambiano solo le forme.

Il richiamo alla radicalità ascetica del credente è necessario tanto più in un contesto in cui si tende a eliminare o a sfumare ogni esigenza evangelica, dimenticando che l’ideale cristiano non è un giogo insopportabile, ma via di libertà. Alla radice vi è l’amore di Dio per i suoi figli, e la risposta è amore dei figli per il Padre. Il cristiano non è abbandonato a se stesso, ma è sostenuto verso la perfezione dalla grazia dei sacramenti, dalla Parola di Dio, dalla preghiera, dalla carità, dalla comunità cristiana: gli stessi punti fermi di chi vive la vita monastica.

Al vertice dell’ascesi vi è la mistica. Questa è dono di Dio, ed è bene averne  un’idea: chi è il mistico? Non chi ha visioni, ma chi vede Dio! Lo vede in trasparenza con gli occhi della fede, lo vede all’opera negli eventi, lo vede nella bellezza e nei volti, nelle circostanze liete, e in quelle oscure non perché Dio le vuole, ma perché Cristo le ha assunte e lì ci precede.

Ancora una volta, leggendo questo lavoro che apre orizzonti filosofici e religiosi di ampio respiro, ho toccato con mano l’antico detto secondo il quale noi camminiamo sulle spalle di giganti. E’ bene ricordarlo per non credere che la storia inizia con noi, e che noi comprendiamo ciò che altri non hanno compreso. Coloro che – senza volerlo – sono diventati giganti, hanno tenuto lo sguardo fisso in Dio, e per questo hanno potuto tenere i piedi ancorati alla terra sapendo dove andare.