Intervento a Gli Itinerari culturali del Consiglio dEuropa. Cammini di fede e dincontro’

Discorso tenuto a Strasburgo
27-11-2018
Signora Vice Segretario Generale,
Eccellenze,
Cari amici,
Sono lieto di essere qui oggi, in qualità di Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, per questo evento organizzato insieme alla Missione Permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, che vuole marcare l’adesione della Santa Sede all’Accordo Parziale Allargato sugli Itinerari culturali del Consiglio d’Europa, nel contesto dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, proclamato dall’Unione Europea. Desidero esprimere la mia riconoscenza al Consiglio d’Europa, che ci ospita nei suoi locali, in particolare al Segretariato dell’Accordo Parziale, che ha collaborato all’organizzazione di questo evento, così come alla COMECE, che ha aderito all’iniziativa. Un ringraziamento speciale va poi a coloro che hanno accettato di intervenire e che ci apprestiamo ad ascoltare, così come a tutti voi che ci onorate della vostra presenza.
Lo scorso 24 settembre, Papa Francesco era in visita in Lettonia. Durante l’incontro nella Cattedrale luterana di Riga, ha menzionato l’organo monumentale che vi si trova, il più grande al mondo quando fu costruito. Per il turista che passa veloce, ha commentato il Papa, esso è un oggetto artistico da conoscere e da fotografare. Per gli abitanti di Riga, ha aggiunto il Santo Padre, è parte della loro vita, della loro tradizione, della loro identità, uno strumento che ha aiutato generazioni ad elevare il cuore, ad ispirare l’esistenza e dire qualcosa del suo senso (cfr. Discorso nella cattedrale evangelica luterana di Riga, 24 settembre 2018).
Penso che questa immagine ci presenti due diversi modelli di concepire il patrimonio culturale, il suo valore, le potenzialità che porta in sé. Da una parte esso può essere inteso come un oggetto. Un oggetto prezioso, sia esso un’opera architettonica, pittorica, musicale o letteraria: un oggetto che è espressione di un tempo passato, del quale ci riconosciamo eredi, che richiede di essere conservato a motivo della sua bellezza e che può diventare fonte di attrattiva estetica e di conseguenza anche turistica. Si tratta di una visione che coglie qualcosa di essenziale, ma che non esprime la natura profonda del patrimonio culturale. Come suggeriva Papa Francesco riferendosi all’organo della Cattedrale di Riga, esso è più di un oggetto: è un testimone vivente della cultura che lo ha generato, parte della vita, della tradizione, dell’identità di una comunità e di un popolo. Quello strumento, per essere vivo, ha bisogno di suonare ancora. Continua ad essere un patrimonio, un’eredità, perché è ancora capace di interpretare il presente. E, per conoscerlo veramente, è necessario che il turista si fermi per ascoltarlo entrando così, attraverso quello strumento, in comunicazione vivente con la storia di un popolo.
Da questo punto di vista, mi pare che lo slogan scelto per l’anno europeo del patrimonio culturale: “Dove il passato incontra il futuro” esprima felicemente questa comprensione più vasta e più ricca del patrimonio come realtà vivente. Certamente esso è espressione del passato, tuttavia di un passato che chiede di interloquire con il presente e che, soprattutto, è capace di generare il futuro.
Il patrimonio culturale è la solidificazione di un umanesimo. Nell’esperienza dell’arte, è una visione dell’uomo che si manifesta, proprio attraverso l’apertura a ciò che trascende l’uomo: l’esperienza del bello, del vero, del buono. Non è quindi un caso che la categoria di gran lunga più presente nel patrimonio culturale sia quella religiosa: l’uomo esprime nell’arte ciò che avverte di più alto. Accostare una cultura vuol dire mettersi in sintonia con questa ricerca incessante dell’assoluto che distingue la natura umana.
Il turismo di massa rischia spesso di accostare opere d’arte come oggetti muti. Belli, certo, ma incapaci di parlare. Si verifica una sorta di paradosso: si viaggia tanto, si accumulano esperienze, ci si lascia anche stordire dalla bellezza di ciò che si vede e tuttavia, non entrando in un vero dialogo con ciò che si incontra, si rimane sempre chiusi nel proprio orizzonte. Tutto ciò potrà generare un’economia florida, ma non genera incontro tra le culture, non genera vita. Al contrario, il patrimonio culturale è una realtà dinamica, che vuole parlare e possiede una vera capacità generativa. Ma per lasciarsi interpellare da ciò che si incontra, si deve essere disposti ad uscire da se stessi. In altre parole, di deve essere disposti a viaggiare autenticamente. Un percorso interiore, di cui il viaggio esteriore è segno e strumento.
Da questo punto di vista gli Itinerari culturali del Consiglio d’Europa sono particolarmente preziosi. Essi attraversano tutto il Continente come dei fili, mettendo in comunicazione luoghi apparentemente lontani tra di loro e assai diversi, uniti da cammini fisici o da percorsi ideali che hanno contribuito a plasmare la nostra identità e che per questo interpellano il nostro futuro. La tela composta dall’intreccio di tutti questi fili non è altro che la tela dell’unità europea, nella ricchezza della sua diversità.
Gli Itinerari culturali concepiscono il patrimonio culturale come una realtà vivente, che si può conoscere solo mettendosi in viaggio, interrompendo cioè le proprie abitudini e aprendosi all’incontro con l’altro, cercato non per semplice gusto di novità, ma come espressione di una comune, talora tormentata ricerca del vero, del bello, del senso, che ha una intrinseca e profonda dimensione spirituale. Una ricerca che in Europa ha assunto forme diversissime, come si può vedere dalla varietà degli Itinerari certificati, che riflettono solo una parte di questa ricchezza, e dove il messaggio del Vangelo ha lasciato ben visibile la sua traccia. Nella varietà degli itinerari si rivela la pluriformità della cultura europea, ma anche la sua profonda unità, attestata dal fatto che le diverse culture che la compongono da sempre si parlano le une le altre.
L’esperienza degli Itinerari culturali del Consiglio d’Europa, con le innumerevoli iniziative favorite sul territorio dal processo di certificazione, si colloca in una generale riscoperta di forme alternative di turismo, le quali, pur da un punto di vista che potremmo definire laico, si avvicinano all’antica concezione del pellegrinaggio. Il turismo sostenibile, “lento”, si basa anzitutto sulla convinzione che l’incontro è la natura vera del viaggio, e che esso esige tempo, apertura interiore, una sorta di conversione dalla frenesia nella quale è sovente immersa la nostra vita. Potremmo dire che gli Itinerari sono strumenti di quella “cultura dell’incontro” di cui spesso ci parla Papa Francesco. Si è veramente viaggiato, si ha veramente visitato un luogo solo quando si è riusciti a fare spazio a qualcuno, solo quando il viaggio ha generato qualcosa di nuovo in noi stessi.
È questo, in fondo, l’animo del pellegrino: un animo umile, pronto a mettersi in gioco nel viaggio che intraprende. Certo, i pellegrini conoscono la propria meta, la portano nel cuore, essa è anzi la motivazione più profonda del loro mettersi in cammino, eppure anche per essi il viaggio è una rivelazione. Si parte, ad esempio, per Santiago di Compostela: si conosce la meta, e tuttavia non si può conoscere in anticipo ciò che si scoprirà. Ciò che si scopre è, in fondo, niente meno che se stessi, in modo nuovo, grazie all’incontro con altre persone, con altre culture e soprattutto con l’Altro assoluto, con Dio, che il cammino ha propiziato. Un tale atteggiamento, questa disposizione al viaggio spirituale, si può ritrovare, pur se in modulazioni molto diversificate, nelle forme di turismo sostenibile che anche gli Itinerari intendono promuovere.
Oggi possiamo conoscere ed incontrare altre culture in modi molto diversi e con mezzi straordinari, impensabili sino a pochi anni fa, anche senza muoverci dal divano di casa. Eppure, il cammino e il viaggio, l’uscita direi fisica da se stessi e dal proprio mondo, rimangono un’esperienza irrinunciabile. La polvere, le intemperie, la fatica della strada, ma anche la gioia di scoprire, muovendoci, la bellezza della creazione che ci circonda e dell’opera delle mani dell’uomo: tutto ciò costituisce il senso autentico del cammino, che non è un semplice spostarsi di luogo, quanto piuttosto un’esperienza capace di trasformare in profondità chi lo intraprende.
Solo camminando si conosce, solo camminando si incontra. E l’incontro arricchisce, dona una nuova prospettiva, permette di costruire il futuro su nuove basi. “Dove il passato incontra il futuro”, appunto. L’iniziativa degli Itinerari culturali favorisce questa esperienza di un turismo più autentico, che è incontro tra culture e tra popoli. Un turismo che non è mai solo turismo. Essa è come un assaggio della grande diversità, e insieme della sinfonia della cultura europea.
E questo è un elemento assolutamente centrale per la costruzione del progetto di integrazione europea: l’idea che l’integrazione economica possa contribuire alla pace e all’unità tra le nazioni del nostro Continente è stata certamente importante e ha permesso un vero progresso dei nostri popoli. Tuttavia ci accorgiamo sempre di più che essa non basta, anzi, l’integrazione economica stessa, se mal regolata, può diventare talora fonte di nuovi e insidiosi conflitti. Ugualmente, non basta l’idea di rafforzare l’unità attraverso l’adozione di regole o standard comuni, che talora appaiono astratti quando non inadeguati alla diversità delle situazioni. L’Europa è una comunità costituita da popoli e culture variegate, eppure legate da una storia condivisa, nella quale il cristianesimo ha giocato un ruolo decisivo. Essa è di fatto una comunità di destino, e il futuro della sua integrazione passa necessariamente dalla capacità di mettere in dialogo, in forma creativa e aperta al futuro, le culture che la compongono.
Papa Francesco ha affermato, in occasione del dialogo “(Re)thinking Europe”, promosso lo scorso anno dalla COMECE: “L’Europa vive una sorta di deficit di memoria. Tornare ad essere comunità solidale significa riscoprire il valore del proprio passato, per arricchire il proprio presente e consegnare ai posteri un futuro di speranza” (Discorso ai partecipanti alla conferenza “(Re)thinking Europe, 28 ottobre 2017).
Vorrei aggiungere che gli itinerari culturali rappresentano un’opportunità anche per la Chiesa cattolica. Per sua natura universale, la Chiesa conosce bene la vocazione a coniugare unità e diversità. Conosciamo bene il valore del locale, l’attaccamento alle nostre terre, della cui identità le comunità cristiane sono spesso le custodi. Talora tuttavia questo radicamento può comportare il rischio di chiuderci in noi stessi. E allora uscire, mettersi in viaggio è salutare. Non è forse un caso che l’esperienza del pellegrinaggio abbia caratterizzato la vita di numerosi santi – basti pensare a Francesco d’Assisi e a Ignazio di Loyola – e sia stata intrapresa in molte epoche storiche in particolare da giovani, come un richiamo ad uscire dall’ordinario, dalla piatta banalità, per puntare in alto e mettere in gioco se stessi fino in fondo per il Vangelo. Vangelo che certamente è già tutto lì, nel luogo dove sempre ho vissuto, eppure che chiede, per essere compreso, di uscire, di fare l’esperienza di qualcosa di nuovo.
Ascolteremo nel corso della tavola rotonda, tra le diverse testimonianze, l’esperienza denominata “I cammini”, vissuta in Italia in preparazione al Sinodo sui giovani celebrato poi in ottobre in Vaticano. Lo scorso mese di agosto, migliaia di giovani si sono messi in marcia su antichi cammini, spesso a piedi, riscoprendo l’identità dei molti territori che compongono quel mosaico unico che è la penisola italiana. Si sono poi ritrovati tutti a Roma, per condividere la gioia di appartenere ad un’unica comunità di fede, insieme al Papa.
Penso che una simile esperienza sarebbe fruttuosa anche a livello europeo. I giovani cattolici hanno bisogno di incontrarsi, di condividere la propria esperienza di fede, arricchendosi a vicenda. Come sottolineava Papa Francesco nella Cattedrale di Riga, nel discorso citato all’inizio, anche nel vivere la fede vi può essere il rischio di limitarsi ad un turismo superficiale: “Fare di ciò che ci identifica un oggetto del passato – diceva il Papa – un’attrazione turistica e da museo che ricorda le gesta di un tempo, di alto valore storico, ma che ha cessato di far vibrare il cuore […] Di più, potremmo affermare che tutta la nostra tradizione cristiana può subire la stessa sorte: finire ridotta a un oggetto del passato che, chiuso tra le pareti delle nostre chiese, cessa di intonare una melodia capace di smuovere e ispirare la vita e il cuore di quelli che la ascoltano”. L’esperienza del camminare insieme, la scoperta del patrimonio culturale europeo e della fede dei nostri popoli come di una realtà vivente, può essere certamente uno strumento da valorizzare anche per la formazione cristiana degli europei, giovani e non solo.
Sul piano più generale, l’adesione della Santa Sede all’Accordo parziale, ne siamo convinti, potrà offrire più di un contributo originale agli Itinerari culturali del Consiglio d’Europa. Anzitutto potrà fornire un’occasione propizia per un ulteriore coinvolgimento delle istituzioni cattoliche: parrocchie, diocesi, istituti religiosi, nella valorizzazione degli Itinerari, attraverso la promozione di iniziative culturali, l’offerta di ospitalità, la cura per la dimensione di accoglienza e accompagnamento spirituale di turisti e pellegrini nei molti siti religiosi che si trovano ad essere parte dei diversi Itinerari. Da questo punto di vista, ciò che noi chiamiamo la Pastorale del turismo e del pellegrinaggio necessita di essere valorizzata in tutte le sue potenzialità.
Un tale impegno potrebbe contribuire, tra l’altro, a salvaguardare la specifica identità religiosa di alcuni degli Itinerari certificati: un’identità che non è escludente, né rispetto ai visitatori né rispetto alla molteplicità di iniziative, naturalmente non solo religiose, che i territori promuovono per favorire la propria valorizzazione. Da sempre i luoghi di pellegrinaggio e di culto sono aperti a tutti: fedeli, persone in ricerca, turisti, semplici curiosi, e sono anche centri di un’elaborazione culturale complessa, che travalica l’aspetto strettamente religioso. Tuttavia, proprio in ragione del carattere vivente del patrimonio culturale, il luogo di culto e in generale tutto il patrimonio di carattere religioso esige di essere custodito nella sua specificità: è questa la condizione perché esso possa continuare a parlare e a generare.
Infine, la presenza della Santa Sede nell’Accordo Parziale potrà rivelarsi utile per consigliare ed indirizzare eventuali futuri itinerari a sfondo religioso che si impegnino nel cammino di certificazione europea: interessanti proposte sono state avanzate, ed altre potranno esserlo nel futuro.
Cari amici,
permettetemi di concludere con alcune parole pronunciate da Benedetto XVI il 6 novembre 2010, in occasione della sua visita a Santiago de Compostela: esse ci parlano del senso del pellegrinaggio cristiano, ma dicono anche qualcosa del senso profondo di quel viaggio che è la vita di ogni uomo: “La stanchezza dell’andare, la varietà dei paesaggi, l’incontro con persone di altra nazionalità, li aprono a ciò che di più profondo e comune ci unisce agli uomini: esseri in ricerca, esseri che hanno bisogno di verità e di bellezza, di un’esperienza di grazia, di carità e di pace, di perdono e di redenzione. E nel più nascosto di tutti questi uomini risuona la presenza di Dio e l’azione dello Spirito Santo. Sì, ogni uomo che fa silenzio dentro di sé e prende le distanze dalle brame, desideri e faccende immediati, l’uomo che prega, Dio lo illumina affinché lo incontri e riconosca Cristo. Chi compie il pellegrinaggio a Santiago, in fondo, lo fa per incontrarsi soprattutto con Dio, che, riflesso nella maestà di Cristo, lo accoglie e benedice nell’arrivare al Portico della Gloria.
Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo di Genova
Presidente CCEE