Iniziativa Osce

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Intervento alla Conferenza sulla lotta allintolleranza e alla discriminazione con focus sulla discriminazione basata sulla religione o credo
13-11-2018

Intervento del Cardinale Angelo Bagnasco

Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa

Incaricato dalla Santa Sede

A nome mio e della Santa Sede, porgo un rispettoso saluto ai Promotori e ai Partecipanti a questa ‘Conferenza sulla lotta all’intolleranza e alla discriminazione, con focus sulla discriminazione basata sulla religione o credo’. La costante attività degli Organismi preposti è un aiuto efficace verso una società più giusta, pacifica e serena. Ed è tanto più necessaria alla luce di episodi non rari di segno contrario, che toccano anche il nostro Continente. Il Santo Padre Francesco nel 2016, guardando a molte parti del mondo, ha parlato di forme sottili di discriminazione, fino – ha detto – a dover constatare ‘una persecuzione cortese’.

La Chiesa Cattolica contribuisce con convinzione a questo cammino di giustizia e serena convivenza, essendo diffusa in modo capillare nelle parrocchie e comunità di ogni Nazione, secondo il mandato di Cristo, per essere lievito di verità e di bontà per tutti, di riconciliazione e di pace.

Com’ è noto, il grande principio della libertà religiosa è un grande valore, ed è un indicatore del livello di civiltà: il principio comporta il diritto di credere, di manifestare in forma pubblica e privata, di non credere in Dio ma di avere altre credenze, di cambiare la propria religione o il proprio credo, di istituire e praticare forme collettive. Ugualmente noto è il principio della libertà delle religioni al proprio interno, cioè per quanto attiene principi, comportamenti, simboli e tradizioni specifici, coscienti che sarebbe un’ingiustizia antropologica pensare di omologare al minimo le espressioni pubbliche delle religioni.

Desidero ora offrire alcune considerazioni di carattere generale, ma non generico, circa il tema di questo Incontro.

  1. E’ necessario mantenere e far crescere un atteggiamento di purificazione e di liberazione da pregiudizi, da una parte per riconoscere i doni positivi della modernità, e dall’altra per abbandonare sospetti e ostilità verso la religione. In modo particolare, pare urgente riconoscere che domina un concetto impoverito di ragione, limitato a ciò che può essere empiricamente verificato. Così compressa, la ragione non può esprimere tutto il suo potenziale, si taglia fuori da una grande parte della realtà: a questa realtà appartiene la persona umana, che non accetta di essere schiacciata nella pura immanenza. Si potrebbe dire che la ragione deve essere ragionevole, disposta e desiderosa cioè a riconoscere la verità delle cose nella loro fattualità e nella loro valenza etica. Quando fede e ragione si ignorano, possono scoppiare patologie minacciose sia della religione sia della ragione.

  1. Alla luce dell’esperienza acquisita, forse è giunto il momento di una nuova riflessione sul vero significato e sull’importanza della laicità. Questa di per sé non è in contraddizione con la fede, e religione e politica di per sé sono aperte l’una all’altra. E’ certamente positivo insistere sulla distinzione tra l’ambito politico e quello religioso, al fine di tutelare sia la libertà religiosa dei cittadini sia la responsabilità dello Stato verso di essi.

  1. La discriminazione richiede un termine ‘a quo’ per conoscere da che cosa si è discriminati: questo contenuto deve essere oggettivo, non frutto di preconcetti, ideologie preventive, interessi, preferenze. In gioco, infatti, sta la dignità della persona e la libertà che, di per sé, richiede dei contenuti veri e buoni sul piano oggettivo, specie quando è in questione il bene generale. Se questo non accade, allora la buona intenzione dei legislatori non è sufficiente per delle buone leggi: facilmente, in questo caso, in nome della non discriminazione e del rispetto, si può giungere a discriminare di fatto, così come, in nome della libertà, nella storia si è giunti a negare la libertà di individui e di popoli. E dato che l’individuazione dei principi giusti non è sempre facile, può essere prudente non volere arrivare ad una specie di ‘casistica’ che copra tutta la realtà. Ciò non solo sarebbe asfissiante, ma anche ingiusta e impossibile. L’ansia di garantire ogni circostanza minuziosa, facilmente porta a non garantire i grandi principi che fondano la civiltà.

  1. A questo riguardo, mi pare che si possa convenire sul fatto che la lotta più necessaria alla discriminazione non stia tanto nelle leggi che sono chiaramente necessarie, ma nella cultura, e in particolare nella formazione delle coscienze. In questo grande e mai concluso ‘opus’, è necessario educare alla ‘bellezza’, che è sintesi di verità e di bene. Sappiamo però che i principi diventano motore dell’agire solo quando, nella coscienza individuale, sono riconosciuti come ‘valori’, cioè rilevanti per una vita veramente umana, quindi degna. Sappiamo che, nel compito educativo, l’ insostituibile responsabilità è dei genitori, che hanno il primordiale diritto-dovere di decidere circa l’educazione dei figli. Per questo devono essere sempre riconosciuti, rispettati e sostenuti.

  1. Questo dinamismo è proprio anche della coscienza collettiva, cioè di un popolo e di un continente: per questa ragione è necessaria una corale responsabilità. La difesa della libertà umana infatti – tanto più nella forma della libertà religiosa – chiama a coltivare la virtù, l’autodisciplina, il sacrificio per il bene comune, l’onestà intellettuale per riconoscere la dignità altrui, il gusto del dovere, la valorizzazione dei limiti, il senso di responsabilità verso i meno fortunati, ed altro ancora. Nel contempo, è saggio prendere atto che la ragione può corrompersi, indebolendosi così la capacità di riconoscere la verità delle cose e il bene morale. Il sopraggiungere di una certa insensibilità razionale può essere indotto in molti modi. Per tale ragione, la collettività deve essere convinta e coesa per favorire lo sviluppo della ragione, per mantenere vivo l’istinto verso il bene, il giusto, l’onesto, per essere in grado di applicare i grandi principi alle situazioni concrete.

  1. In questa prospettiva, la libertà religiosa e la libertà delle religioni appare vitale per la vita dei popoli e delle Nazioni: infatti, quando si erode la libertà religiosa, anche la libertà in sé è più esposta. Là dove si riconosce la libertà religiosa, infatti, la dignità della persona umana è rispettata nella sua radice trascendente, che la garantisce sempre e comunque oltre ogni altro riconoscimento, e nello stesso tempo viene protetta da forme di laicismo e di fondamentalismo.

  1. Infine, è proprio della natura delle religioni, liberamente vissute, il fatto che possano autonomamente condurre un dialogo di pensiero e di vita. Se anche a tale livello la sfera religiosa è tenuta separata dall’agire politico, ne derivano – per gli individui e per le comunità . grandi benefici. Anche gli Organismi internazionali e i Responsabili legislativi possono contare sui risultati del dialogo interreligioso, e nello stesso tempo trarre frutto dalla disponibilità dei credenti a porre le proprie esperienze a servizio del bene comune. Anche per questo motivo è ragionevole e saggio cercare e ascoltare l’esperienza secolare delle grandi tradizioni religiose: esse portano il vissuto concreto e le esigenze più profonde dell’umanità.

Card. Angelo Bagnasco

Presidente CCEE

Incaricato della Santa Sede