“Il vino della gioia e della speranza”

Omelia pronunciata in Cattedrale nella S. Messa per la Giornata Mondiale del malato
10-02-2018
Arcidiocesi di Genova
Santa Messa del Malato, 10.2.2018
 
OMELIA
‘Il vino della gioia e della speranza’
Cari Fratelli e Sorelle
Cari Malati
L’appuntamento annuale attorno all’immagine della Madonna di Lourdes è caro e atteso. Ci sentiamo come davanti alla grotta dell’apparizione, insieme ai tanti pellegrini che ogni anno si recano al Santuario.
Saluto ciascuno di voi, e ringrazio i Sacerdoti che vi accompagnano, i tanti volontari, medici, associazioni che vi sono accanto. Ringrazio le Autorità, a cominciare dal Sig. Sindaco: la loro presenza esprime la convinzione che i più fragili – bambini e malati – devono avere la prima attenzione non solo da parte della comunità cristiana, ma anche della società civile. Il grado di concreta attenzione ai più deboli, infatti, indica il grado di civiltà di una città e di un popolo.
Ci lasciamo ora guidare dal Vangelo appena ascoltato, che ci presenta il miracolo di Gesù alle nozze di Cana.
1. Il maestro di tavola
Innanzitutto, preghiamo il Signore che ci aiuti a non comportarci come il maestro di tavola. Egli elogia sentenzioso il vino migliore apparso alla fine del pranzo, diversamente dalla consuetudine di offrirlo all’inizio, quando gli invitati sono ancora sobri e quindi più in grado di giudicare il vino della festa. Egli crede di sapere come vanno le cose, pensa di avere la situazione sotto mano, di poterla interpretare, ma in realtà non sa nulla e non ha compreso nulla! In questo modo, ci insegna ad essere attenti prima di emettere sentenze, sapendo di non sapere molte cose di ciò che avviene attorno a noi, e spesso anche dentro di noi, facendo così la figura dei superficiali e presuntuosi. Probabilmente – conosciuti i fatti – i convitati avranno sorriso di lui e della sua supponenza.
2. La complessità della vita
Ma il centro del brano evangelico, però, è un altro: il miracolo. Esso avviene dentro a un contesto, la festa di nozze. In quadro ‘ gli sposi, i convitati, il banchetto’- ci parla della vita umana che è segnata dalle gioie, dall’amore, dagli amici, da momenti di allegria e speranze. Ma la vita non è solo questo. Anche la gioia degli sposi, infatti, è minacciata da un inconveniente che avrebbe potuto diventare un piccolo dramma: il vino è finito. Così è nella vita nostra: accanto a momenti di luce, subentrano momenti di buio, difficoltà, prove, malattie e disagi, rovesci imprevisti e delusioni. Come a dire che la vita nel tempo non risponde al nostro interiore anelito, la gioia piena e per sempre. Questa è dono dall’Alto, è davanti a noi e oltre noi: di questo destino di luce piena e definitiva, nel quale danzeremo con Dio, il tempo presente è premessa, piccolo anticipo, quasi un presagio.
3. La presenza di Maria
Ma la Madre di Gesù è presente: anche lei è a tavola con il Figlio. Partecipa alla festa, ma non è assorbita, resta vigile: proprio come una madre che ha l’istinto della vedetta sulla vita che vive in prima persona, ma che è innanzitutto la vita del figlio, degli altri. L’istinto materno non ha orario né luogo. Si accorge e – con discrezione umile, ma consapevole di essere madre – avverte Gesù in modo tale da superare l’apparente titubanza e suscitare il miracolo.
4. L’acqua in vino
L’evangelista Giovanni ama spesso scrivere per simboli. Essi hanno una valenza propria: dicono, illuminano, evocano, rimandano. Annota che vi sono delle anfore di pietra piene d’acqua. In esse possiamo vedere il segno di una religiosità dura come la pietra e fredda come l’acqua del pozzo. Gesù cambia quell’acqua in vino, segno della gioia e della vita che fluisce, che accompagna la danza e la festa, e così ci dice che è questa la religione che egli porta. L’incontro con Lui scioglie il nostro cuore, scalda la vita. Le croci restano pesanti come la pietra, ma l’interno è scaldato dal vino del suo amore e della sua presenza. Anche le circostanze più difficili da portare, le prove più dure, sono come un rivestimento dove abita il vino della pace e la forza della bontà. Noi stessi a volte possiamo diventare – nei dolori e in certi passaggi dell’esistenza – aridi e duri, freddi e scostanti come le anfore d’acqua, tanto che abbiamo la sensazione di non riuscire ad andare avanti, di muoverci da dove siamo, di non riuscire a saltare l’ostacolo. Ma Gesù ci porta il vino che è lui stesso, l’Eucaristia, che entra in noi per trasformarci in lui, e camminare con lui sui sentieri ardui del vivere e del patire. Allora, spesso senza accorgerci, noi stessi diventiamo vino per chi ci è accanto: vino di serenità, di fiducia, di pace.
5. Grazie a voi
Dobbiamo, cari Amici, ringraziare voi che, malati, avete bisogno di qualcuno che vi sia vicino. Tutti abbiamo bisogno degli altri, seppure in modi diversi e secondo le età della vita. Chi ha più bisogno di aiuto, aiuta chi l’aiuta a uscire da sé, dal proprio piccolo mondo: possiamo ben dire che voi ci salvate da noi stessi. Anche per questo vi siamo grati e riconosciamo in voi il volto e la carne sofferente di Cristo.
La Santa Vergine, Regina e Madre di Genova, vi accompagni e vigili su di voi come a fatto a Cana di Galilea: lasciatevi guardare da lei e guardate lei: Nei vostri, nei nostri cuori, zampillerà il vino della speranza e della gioia.
Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova