Il miracolo dell’unità

Discorso tenuto sabato 21 giugno 2014 al termine della processione per la solennità del Corpus Domini
21-06-2014
Arcidiocesi di Genova, 21.6.2014
Solennità del Corpo e del Sangue del Signore
‘Il miracolo dell’unità’
Cari Fratelli e Sorelle
1. Gesù ci ha lasciato il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue per dirci che è con noi, che vuole restare sempre con noi. È nella natura dell’amore voler stare con le persone amate, condividerne gioie e prove, godere della loro presenza. Nella locanda di Emmaus, alla richiesta dei due discepoli di fermarsi perché il giorno era ormai al tramonto, il Vangelo incide pochissime parole: ‘ed egli entrò per rimanere con loro’ (Le, 24, 29). Parole che svelano il cuore di Dio, che fanno fiorire la speranza e aprono all’eternità. Per questo possiamo dire che la divina Eucaristia è il sacramento della presenza reale di Gesù, il luogo più alto dell’incontro con l’Amore divino che rende possibile l’amore ai fratelli. Non possiamo non chiederci, però, se anche noi entriamo nella ‘locanda della preghiera’, della vita spirituale, per restare sempre con Gesù; oppure se restiamo sulla strada, distratti e indaffarati per tante cose non sempre – a dire il vero – necessarie. Ma, così facendo, si addormenta la voglia di vivere, l’entusiasmo per la bellezza, il gusto dell’incontro, lo stupore di fronte al mistero che ci supera e ci avvolge. Si affievoliscono le domande di felicità e di senso davanti alla vita e alla morte, al tempo che scorre inesorabile. Scorre verso dove?
2. L’Eucaristia, però, non è solo il sacramento del corpo e sangue di Cristo, ma anche dell’unità. L’amore unisce. Se divide non è amore! In famiglia, nel lavoro, nella società, nella Chiesa. Rimane un nome: e di nominalismi purtroppo oggi si vive. Dio ha creato l’uomo non perché stia da solo, ma perché stia con gli altri; e anche quando ha momenti di solitudine, si sa sempre con gli altri e il mondo. Quando la solitudine è abitata da Gesù e dai fratelli diventa un atto d’amore, un incontro; ma quando è cercata per fuggire e isolarsi, allora è un atto d’egoismo. La solitudine, però, non di rado non è scelta, ma è una condanna, e allora è la morte di chi la subisce. Questa forma raffinata di condanna a morte può essere dichiarata in famiglia quando i membri si ritirano nel proprio guscio e smettono di lottare per difendere, accrescere o riconquistare l’unità perduta o minacciata. Può essere dichiarata dai gruppi di riferimento, dalla società o dallo Stato, quando, anziché prendersi cura dei più deboli, li abbandona a se stessi. A parole si possono fare dichiarazioni alte e nobili, ma se la persona non si sente accompagnata, allora oltre il danno concreto subisce il bruciore della beffa. Davanti al Santissimo Sacramento, custodito nei tabernacoli delle nostre chiese, vogliamo riaffermare che gli esempi del malaffare non devono piegare la fiducia, e non oscurano l’onestà di tanta gente semplice e spesso sconosciuta, che vive con onestà e dignità, con sacrificio e quotidiana dedizione in famiglia, nel lavoro, nella vita sociale. A questa moltitudine rendiamo omaggio, mentre per tutti preghiamo.
3. Cari Amici, l’Eucaristia è il sacramento dell’unità, dell’ amore che crea relazioni virtuose, che ci rende capaci di servire senza servirsi di chi ha bisogno per affermare noi stessi. Il mondo desidera vedere questo miracolo: quanto più è conflittuale e diviso, tanto più ha necessità di ritrovare fiducia nell’ armonia possibile; quanto più è insidiato dalla vanità – chi è il primo e il più grande? – tanto più vuoi vedere l’umiltà del servire; quanto più è malato di ingordigia e interesse, tanto più spera di incontrare l’esperienza della gratuità. Ecco il miracolo, e di questo miracolo la Chiesa è debitrice all’umanità. Dobbiamo chiederlo in ginocchio davanti al Mistero Eucaristico; dobbiamo lasciare che l’Eucaristia entri nel cuore, che ci spodesti da noi stessi, che ci trasfiguri con la sua grazia e ci renda, ogni giorno, creature nuove, capaci cioè di vivere come Cristo perché abitati da Cristo. Si, lasciamoci abitare da Gesù, dal suo corpo dato per noi. Solo così Lui potrà operare sulla terra, e far fiorire quel piccolo, umile, delicatissimo fiore, che è l’unità dello stare insieme, del pensare, sperare e lavorare insieme. E – questa è la vita! – anche di soffrire insieme, per portare il presente e costruire il domani.
Angelo Card. Bagnasco