“Il Grande Bene”

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Omelia pronunciata in Cattedrale domenica 2 dicembre 2018 nella celebrazione per l'ordinazione diaconale di Enrico Litigio
03-12-2018
Arcidiocesi di Genova
Prima Domenica d’Avvento 2.12.2018
Ordinazione Diaconale di Enrico Litigio
OMELIA
“II Grande Bene”
 
Cari Fratelli e Sorelle
Abbiamo la gioia di iniziare il nuovo anno liturgico, ma che cosa dice a noi l’avvento che prepara al Natale del Signore? E che cosa dice al giovane che sta per ricevere l’ordinazione diaconale? I grandi Profeti guardano il cielo e invocano la discesa del Messia promesso, il Salvatore del mondo. E noi che cosa vedremo a Natale nella grotta? Nel piccolo Gesù vedremo il volto del Grande Bene, il Bene vero che corrisponde alle profondità dell’uomo, il Bene pieno che colmare la vita, il Bene perenne che non verrà mai meno.
I beni terreni hanno certamente un valore, ma esso è parziale e non può riempire il cuore: solo nel Grande Bene i nostri piccoli beni trovano la loro consistenza come anticipo e promessa del dono che viene dall’alto. Ricordiamo: il Grande Bene è Cristo, il Figlio di Dio, e, fuori da questo orizzonte, la vita terrena è come muoversi in un labirinto senza luce. Che senso avrebbe, infatti, l’impegno, il sacrificio, l’onestà, le virtù umane, se tutto finisse nel buio, anziché nella luce? Nel nulla, anziché nell’eterno? Ogni raggio della luce terrena, senza la luce divina, si offusca: se ci pensiamo, anche le luci più belle perdono attrattiva, perché sarebbero gioie destinate a morire.
Senza il Grande Bene, non esisterebbe la Grande Speranza: i nomi che la definiscono sono diversi, ma tutti appartengono al Grande Desiderio: vita, amore, libertà, gioia, compagnia…non sono che parole umane per dire Dio, esprimono quella nostalgia di infinito e di assoluto che Gesù è venuto a portare nel mondo.
Nella luce del Grande Bene, diventa possibile anche il sacrificio, perché Cristo si è consegnato per noi; è possibile il dono, perché Cristo si è donato a noi; è possibile la fedeltà, perché Cristo si è fatto il per sempre per noi; è possibile la fiducia, perché Cristo ha fiducia in noi anche se siamo intermittenti; è possibile che un giovane prenda la sua vita – tutta la sua vita – e la consegni, la consacri a Cristo, perché Lui – Dio – si è consegnato totalmente all’uomo: si è consegnato fino a mettersi a portata di mano, anzi, a portata del nostro cuore. Solo così, ogni buona soddisfazione umana non avrà il potere di occuparci l’anima, di legarci a sè, ma sarà vissuta come una luminescenza che indica la luce sorgiva, così come i raggi del sole a lui rimandano.
L’Avvento – tempo di preparazione al Natale del Signore – ridesta il desiderio della Luce, la nostalgia del Grande Bene, il bisogno della Grande Speranza. Luce, speranza, bene, che – in una certa misura – vediamo nel giovane che diventa Diacono in vista del Sacerdozio, Per questo possiamo dire che l’ordinazione che stiamo vivendo ci introduce nell’Avvento verso il Natale.
Caro Enrico, col Diaconato la tua vita assume in modo sacramentale la forma del servizio per la Chiesa. Le modalità di questo servizio – oggi da diacono, domani da presbitero – non le deciderai tu, ma la Chiesa nella persona del Vescovo: e questo, unito alla tua piena disponibilità, farà di qualunque servizio che ti verrà richiesto, un dono. Ricorda che il servizio ha un cuore interiore, un fondamento invisibile che dà verità e spessore ad ogni gesto altruistico e fraterno: è l’amore di Dio per te, e il tuo desiderio di aprire alle anime l’accesso a Dio, di far incontrare gli uomini con la bellezza di Cristo. Se questa ansia apostolica venisse meno, tutto della nostra vita avrebbe il sapore della paglia! Avremmo lavorato invano, perché avremmo cercato noi stessi.
Cari Amici, prepariamoci al Santo Natale! La poesia – tanto necessaria ai giorni nostri – non ci catturi, e il folclore non ci abbagli. Neppure la povertà del presepe ci inganni: l’infinita umiltà del Signore, che si fa visibile nella grotta, non diminuisce la sua infinita grandezza. Si tratta della nascita di Dio! Della sua nascita al mondo. Egli sceglie la via della debolezza per meglio persuaderci ad avvicinarci a Lui senza timore: così fecero i pastori nella notte santa. La strada verso Betlemme si chiama umiltà, ha la forma delle piccole cose fatte per amore di Dio, ha il colore della fiducia nelle prove quotidiane, ha la consistenza del sacrificio che rende solidi; pensa alla comunione non come rifugio immaturo, ma come aiuto per resistere al male e per aiutarsi nella via della perfezione; guarda in faccia la realtà senza illudersi né abbattersi, sapendo che la vita è un combattimento innanzitutto con noi stessi, ma sapendo anche che non siamo soli, perché Lui, il
Signore, è venuto tra noi per stare con noi, al nostro fianco, fino al grande Giorno che porta il suo nome: Gesù. Amen!
Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo Metropolita