Ringraziamo il Signore che ci ha riuniti in questo giorno santo per vivere l’Eucaristia, il rendimento di grazie.
Sono grato a tutti voi, in modo speciale ad Andrea. Voglio dire prima di tutto grazie a tutti coloro che lo hanno accompagnato nel cammino: la famiglia, gli amici, la comunità, i sacerdoti che in questi anni lo hanno preparato e sostenuto nel ministero. Grazie davvero anche a coloro che forse nel silenzio della preghiera gli sono stati vicini per prepararlo a questo grande dono del presbiterato.
Abbiamo ascoltato il Vangelo di Giovanni: a porte chiuse, i discepoli hanno paura. Hanno paura di quello che può succedere anche a loro dopo ciò che è accaduto a Gesù Cristo.
Le porte chiuse possono avere tanti significati: non solo fisici. Rappresentano molto bene le nostre chiusure, le nostre paure, i nostri peccati, i nostri timori. E forse l’elenco potrebbe anche allungarsi con tutte quelle cose con cui siamo chiamati a fare i conti ogni giorno.
I discepoli hanno paura. Ma il momento più interessante è quando Gesù entra a porte chiuse. Le loro paure non svaniscono immediatamente, ma Gesù prende l’iniziativa ed entra. Ed è bellissimo questo particolare, perché ci fa comprendere il cuore della nostra fede.
La sera di quel giorno, il primo della settimana, il giorno di Pasqua, i discepoli sanno che Gesù è morto. Hanno paura, non sanno che cosa fare, non sanno dove andare, non sanno come muoversi. Gesù irrompe nella loro paura.
Ed è questa la bellezza unica della nostra fede: un Dio che non si ferma davanti alle nostre paure, alle nostre chiusure, ai nostri peccati, alle nostre fragilità. Certo, tutto questo esiste e dobbiamo prenderne atto. Ma la cosa più importante è un’altra: Gesù Cristo è risorto. Ha vinto la morte, ha vinto le nostre insicurezze, ha vinto il peccato.
Ed è davvero bellissimo conoscere un Dio che viene a cercarti e che ti ama così come sei. È bello sentire che siamo abitati dal Signore anche nelle nostre chiusure e nelle nostre fragilità.
Forse ci viene più facile credere alle nostre paure che alla potenza della risurrezione, ma il cuore della fede è proprio questo: la morte non è l’ultima parola.
È bellissimo questo Spirito che irrompe, che sfonda le porte, che allarga il cuore, che dà coraggio e fa uscire. Perché accade qualcosa di imprevisto. I discepoli forse non prevedevano la risurrezione di Gesù, forse non ci credevano davvero fino in fondo. Eppure hanno dovuto fare i conti con qualcosa di imprevedibile che è accaduto.
Credo che anche nella tua esperienza, Andrea, accada qualcosa di simile: il Signore agisce al di là dei nostri progetti e delle nostre intenzioni. È bello riconoscere che il Signore è presente nella nostra Chiesa e continua a camminare con noi, anche quando pensiamo che tutto sia distrutto, tutto finito, tutto esaurito. Arriva lo Spirito. Arriva lo Spirito.
È bello ricordare anche Filippo negli Atti degli Apostoli: lo Spirito gli dice di andare in una zona deserta dove apparentemente non c’è nessuno. Ed è bellissima questa obbedienza. Filippo parte, si fida, e proprio lì incontra il funzionario etiope che cerca il Signore Gesù.
È questa l’imprevedibilità di Dio che siamo chiamati a incontrare ogni giorno.
Credo, Andrea, che sia bello entrare nel ministero con questo grande sogno e con questa fiducia: il Signore ti manda e ti accompagnerà. Lui ti guiderà, Lui ti farà capire dove andare. È importante fidarsi dello Spirito, anche quando umanamente sembra che non ci sia nulla, che tutto sia sterile, che non funzioni niente. Abbiamo invece un Dio grande che ogni giorno può far nascere qualcosa di nuovo.
Oggi celebriamo la Pentecoste. Sappiamo che lo Spirito è dono di Dio. Ma la prima lettura ci suggerisce anche qualcosa sul modo di accoglierlo: “Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”.
C’è un grande insegnamento in questo: siamo chiamati a pensarci insieme, a riconoscere che il nostro destino è intrecciato con quello dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.
Oggi non va molto di moda pensarsi insieme. Ognuno rischia di vivere chiuso nel proprio piccolo mondo. Eppure credo che il Signore oggi faccia una grazia grande a questo presbiterio: quella di camminare insieme, di sognare insieme, di vivere insieme la passione per l’annuncio del Vangelo.
È davvero bello il gesto dei sacerdoti che imporranno le mani: è un segno fortissimo di comunione. Vuol dire: vogliamo condividere la vita, vogliamo sostenerci insieme, vogliamo camminare insieme.
C’è poi un altro passaggio che mi colpisce nel Vangelo: Gesù sta in mezzo ai suoi. Non sta sopra, non domina, ma sta in mezzo. Credo che questa sia una bellissima indicazione per noi sacerdoti: stare in mezzo al popolo.
Quanto è importante dare spazio alla relazione nel nostro ministero. Gesù è Maestro e guida, certo, ma prima di tutto coltiva la relazione.
Il nostro mondo ha bisogno di qualcuno che ascolti, di qualcuno che sappia dire una parola di consolazione, di qualcuno che sappia accompagnare. Dare tempo alle relazioni è essenziale.
E poi c’è un ultimo aspetto: la prima comunità cristiana ha dovuto imparare il perdono. Non era una comunità perfetta. Pensiamo al tradimento di Giuda, alle fatiche di Pietro, alle incomprensioni, alle paure, alle difficoltà nel credere persino all’annuncio della risurrezione portato dalle donne.
Eppure il Signore insegna alla sua Chiesa il perdono reciproco. Credo che questo sia uno dei grandi compiti che abbiamo come comunità cristiana: imparare sempre di più a perdonarci.
Quanto è importante riconoscere che siamo bisognosi di perdono e che siamo chiamati a donarlo.
Allora il mio augurio per te, Andrea, è questo: che tu sia un uomo capace di perdonare e di accompagnare con misericordia. È uno dei regali più grandi che possiamo fare alle persone che incontriamo.
Affidiamo il tuo cammino ai santi e alle sante della nostra Chiesa: siano loro le nostre guide, le nostre luci. Uomini e donne che si sono fidati del Signore e hanno vissuto con passione l’annuncio del Vangelo.
Essere appassionati del Vangelo: questo è il grande dono che auguro a te, al nostro presbiterio e a tutta la nostra comunità.
