“Il cristiano oggi”

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Intervento all'incontro Doctor Humanitatis - sezione di Verona della Società Internazionale Tommaso d’Aquino Fondazione Giorgio Zanotto
15-05-2021

“Il cristiano oggi”

 

Cardinale Angelo Bagnasco

Arcivescovo Emerito di Genova

Presidente Consiglio Conferenze Episcopali Europee

 

Cari Amici, grazie per l’invito a questo incontro da parte di “Doctor Humanitatis” – Sezione della Società Internazionale Tommaso d’Aquino – e della Fondazione Giorgio Zanotto. Il tema affidatomi può apparire forse acquisito, ma invece riveste una attualità crescente: “Il cristiano oggi”.

 

  1. La questione

Quella piccola parola “oggi” dà l’angolatura della nostra riflessione. Tutti respiriamo l’aria del  tempo, con le sue luci e le sue ombre: per tale ragione il tema non è affatto scontato.

Che cosa significa essere cristiano al giorno d’oggi? E che cosa significa l’oggi in cui viviamo e che amiamo poiché ci è dato da Dio? Ciò che cercherò di dire vuole essere un contributo nel discepolato di Gesù, e un atto d’amore per servire il nostro tempo nella verità.

Lo sguardo iniziale non ha uno scopo sociologico, come se il cristiano dovesse configurarsi in base alle linee di tendenza, di sensibilità, di moda, bensì mira ad una doverosa consapevolezza per essere sale e lievito della pasta umana. Gesù, infatti, con queste immagini ci invita da una parte a immergerci nella storia e dall’altra a non assimilarci, a portare cioè la differenza cristiana. Non si tratta di essere contro qualcuno, ma di rappresentare qualcosa.

 

  1. L’oggi: qualche tratto

La Chiesa è a volte dipinta come nemica del progresso umano, come se avesse paura della ragione, del “sapere aude” di kantiana memoria. Non dobbiamo dimenticare, però, che la Chiesa ha sempre rifiutato sia il razionalismo, che riduce la realtà a misura, sia il fideismo, che rifiuta la ragionevolezza della fede. Inoltre, la scienza e la tecnica nascono nel Medioevo e sfociano nel Rinascimento, e tra i primi che vi si sono dedicati sono degli ecclesiastici. Pertanto, fermo restando l’apprezzamento e il contributo che i cattolici hanno dato e continuano a dare in ogni campo della modernità, per ragioni di tempo metterò in rilievo alcuni tratti problematici, elementi che ci aiutano a descrivere qualcosa del cristiano nell’ora presente.

 

Distrarre e distrarsi: una strategia

Partirò dall’uomo contemporaneo per giungere al cristiano.

Blaise Pascal, nei suoi “Pensieri” al capitolo quinto, non descrive solo l’uomo del settecento, bensì la condizione umana, quindi anche la nostra: “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte … hanno risolto, per vivere, di non pensarci” (pensiero 348). Da qui nasce il metodo della “distrazione”, cioè l’oblio di sé e della propria condizione, il tentativo di sottrarsi al sentimento oscuro della sua miseria. E quanto più numerose e veloci sono le occupazioni, tanto meglio possono nascondere questo scopo. Non è forse questo un dato del nostro oggi?

Ma il rincorrersi delle occupazioni non genera  forse una specie di paralisi interiore? Una sorta di impotenza del pensiero, una stasi della ri-flessione, cioè dell’ anima che si flette su se stessa e sul mondo alla ricerca della verità del reale, dato che non tutta la realtà è vera? Forse è proprio questa paralisi che la cultura generale vuole: un uomo sempre più distratto che ha sempre meno tempo e capacità di riflessione e di giudizio. Un l’essere umano che da homo sapiens muta in homo faber poiché il potere non vuole essere giudicato.

 

 

Il relativismo scettico e triste

Oltre la valanga di distrazioni che bombarda col tentativo di condizionare e peggio di impedire la riflessione critica sull’uomo,  il senso della vita, il bene e il male, ciò che conta, si è diffusa la cultura del relativismo secondo cui l’unica cosa certa è che niente è certo. Quali le conseguenze? Sul piano teoretico la confusione nel labirinto delle opinioni e dei comportamenti individuali; ma dato che bisogna pur vivere insieme, ci si affida al diritto positivo come sorgente di legalità, con la fatale conseguenza che nella coscienza collettiva va a coincidere la legalità con la morale. La conseguenza è il nichilismo, che afferma che non vi è nulla di vero e nulla di falso, che il senso dell’essere è solo interpretazione, che il soggetto non è un dato ma qualcosa che si modifica secondo le mutazioni storico-culturali. Questa visione complessiva porta al cosiddetto “trans-umanesimo”. Siamo di fronte all’antico dramma del peccato che vuole porre l’io al posto di Dio. Nietzsche critica ferocemente lo spirito debole del cristianesimo che- secondo lui –  ha portato alla morale della compassione (pazienza, perdono, mitezza, bontà…), che ha impedito all’uomo di essere se stesso e ha portato alla decadenza. Egli sostiene che bisogna, pertanto, imporre la morale dei forti andando “al di là del bene e del male”. La religione della compassione, infatti, intralcia lo sviluppo che è la legge della selezione.

 

  1. L’uomo è un essere religioso

Pascal, mette in rilievo un altro dato della condizione umana: “La grandezza dell’uomo sta in questo: ha coscienza della propria miseria” (pensiero 372). E ancora: “l’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua bastano per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, poiché  sa di morire, e sa della superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla” (pensiero 377). L’uomo ha bisogno di capire, non può farne a meno.

Norberto Bobbio, che si dichiarava non credente, in una conferenza del 1980 diceva: “l’uomo rimane un essere religioso nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione e di tutte le affermazioni della morte di Dio”. (Conferenza a Cattolica). Egli, onesto intellettualmente, riconosceva che la mente umana non riesce a dare risposta alle grandi domande dell’umanità. Affermava che la scienza pone i quesiti di fondo, mentre la religione offre le risposte: queste si pongono su un altro piano. Martin Heidegger parla dell’angoscia che prende l’uomo quando giunge sul ciglio della possibilità del nulla: sull’orlo del precipizio subentrano la vertigine e la necessità di una risposta che possa corrispondere all’essere profondo dell’uomo.  Non è un dinamismo psicologico o culturale, ma è un’esigenza di tutti in ogni epoca.

Per questo posiamo dire che l’essere umano è una domanda: di che cosa? Di infinito, di vita, di amore e di bellezza. In una parola, è un cercatore di assoluto, rivela la sua vocazione ad oltrepassare se stesso, a trascendersi. Questo desiderio – nella misura in cui è riconosciuto – porta sulla soglia del mistero, cioè dell’infinito: terreno, questo, che è oltre le capacità naturali ma che sentiamo non estraneo, ma casa. Sfugge dunque alla volontà di potenza, è qualcosa di cui non possiamo disporre, qualcosa da desiderare e da invocare come dono. Siamo nel cuore del rapporto natura e sopranatura, natura umana e grazia. Il Creatore ha creato l’uomo “capax Dei”, e Dio è Presenza che lo chiama per nome, lo desidera, lo attende, lo cerca per farlo partecipe della vita trinitaria. E’ questo desiderio profondo, che diventa nostalgia di un futuro promesso, che rende il vero volto dell’uomo e la sua dignità: “che serve all’uomo conquistare il mondo intero, se perde la sua anima?” (Lc 9,25).

 

  1. Il cercatore dell’uomo

Il vero cercatore dell’uomo è dunque Dio, ma anche l’uomo, a sua volta, è spinto dal suo stesso essere a cercare Dio. Qual è l’esito di questo cercarsi e trovarsi a vicenda? E’Cristo, il Verbo fatto carne: “ tutto è stato fatto per mezzo di Lui” (Gv 1,3). Gesù è la spazio divino e umano, il luogo dove Dio nel Figlio rende figli gli uomini che lo riconoscono e lo accolgono; è l’incontro tra finito e infinito, fragilità e onnipotenza; tra peccato e grazia, natura e sopranatura. Egli è la sorgente dove il vecchio mondo diventa nuovo, il primo Adamo è redento dal nuovo Adamo; dove il cielo scende sulla terra, dove l’acqua viva disseta le arsure umane, dove il bene fatto dagli uomini è purificato e diventa fecondo. Cristo è  la novità di Dio, è la differenza radicale e unica. Con il dono della vita sulla croce, riconcilia il mondo con il Padre, e nasce una realtà nuova dove tutto ciò che vi è di autentico è assunto e ricreato nella novità che Gesù chiama “Regno”.

Di fronte al “novum” assoluto di Cristo, si comprende che il cristiano non è un uomo buono, ma un uomo redento. Oggi la bontà naturale è spesso confusa con il sigillo di Cristo, oscurando così la Redenzione: questa non è un’opera buona di Dio che per compassione muore per no, per condividere le nostre fatiche e oscurità. Il Logos si è incarnato ed è morto per amore: il suo amare non solo condivide e compatisce, ma anche eleva fino a Dio.

 

  1. La radicalità della vita cristiana

Alla luce di queste note, è possibile dire qualcosa del cristiano oggi.

L’identità cristiana è relativa a Cristo. Dobbiamo ricordare che Gesù non è un maestro di sapienza umana, un perseguitato politico, un martire delle sue idee, ma è una Presenza unica che pone se stesso come “pietra di inciampo”. E’qualcuno che chiede ai discepoli di consacrarsi a Lui e di essere disposti a dare la vita per Lui. Pone se stesso come spartiacque della storia e della vita di ognuno, fino a dire che Egli è la vita e noi i tralci, che senza di lui non possiamo far nulla, che è la porta dell’ eternità. Chiede ai suoi l’adesione incondizionata: “chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); vuole che si fidino di Lui e che seguano le sue parole con docilità nel segno di un’obbedienza d’amore. Quando parla della sua carne come pane di vita eterna e la folla lo abbandona poiché il discorso è incomprensibile, egli non li richiama per spiegare o per cambiare il suo dire, ma provoca gli Apostoli: “volete andarvene anche voi?”. Pietro risponde per tutti con parole disarmanti: “Dove andremo? Tu hai parole di vita eterna”!

Oggi, a volte, Gesù è oggetto di ammirazione anziché di adorazione: se Egli ha parole esigenti tali da suscitare perplessità e scandalo, è perché nella sua umanità risplende la presenza di Dio. Troviamo qui una prima caratteristica del cristianesimo: la radicalità.

Se in occidente a fede cristiana si è indebolita, credo  che ciò si debba almeno a due fattori, uno esterno e uno interno. Innanzitutto il diffondersi delle cultura che nasce con la rivoluzione del ’68, una rivoluzione che ha innescato un capovolgimento antropologico con ricadute a tutti i livelli e in ogni ambito. La persona viene ridefinita a partire dalla sua libertà individuale assoluta, ponendo così le basi per il primato incondizionato dell’io e quindi – come si diceva prima – del relativismo libertario e isolazionista.

Il secondo elemento é la tiepidezza della fede dei credenti. Intendo una tiepidezza complessiva, un progressivo ritirarsi nella retroguardia del privato. In sostanza, mi sembra che nella cristianità occidentale si sia progressivamente smorzata la gioia di essere cristiani e cattolici. Questa opacità timorosa non era in grado di testimoniare la gioia della fede, ma dava l’impressione di peso e di incertezza.

 

  1. Il cristiano

L’identità del cristiano non è innanzitutto  seguire Cristo imitando Lui, ciò sarebbe solo una nostra nobile decisone: non è fare qualcosa per Dio, ma è arrendersi a Dio, non è credere in Dio, ma vivere di Dio. La differenza sta nell’averLo incontrato oppure solo conosciuto per sentito dire; nel rimanere nel suo amore, nel convivere con Lui,  oppure nel viverLo come una serie di adempimenti. Infatti, si può credere, pregare, andare a Messa…ma non vivere di Lui, come se Gesù non toccasse l’intero orizzonte dell’esistenza, come se fosse una decorazione della vita e non la nostra vita, un addobbo della casa e non Lui stesso la nostra dimora: “Se uno mi ama, osserverà la mia parla e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23).

Siamo così rimandati alle parole di Pietro che risponde alla domanda di Gesù: “Chi dice la gente che sia?….E voi che dite? Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,15). Le parole di Pietro non sono solamente ortodosse, ma anche esistenziali, cioè sono una duplice confessione: della  verità di Cristo, e della consegna di sé a Lui. Sono una professione e consacrazione.

Chiediamoci se il credere in Gesù, Figlio di Dio è anche una nostra consacrazione a Lui. “Rimanere nel suo amore”  significa intimità con Lui, stare con Lui cuore a cuore, pensare con il suo pensiero, vedere le cose con i suoi occhi, giudicare con i suoi criteri, amare con il suo amore. E’ avvicinarci alle parole di Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Parole che fanno tremare tanto sono impossibili agli uomini. Ma è’ dentro a questa impossibilità che sta l’opera di Cristo, opera che comincia solo quando intuiamo che siamo inadeguati e quando ci apriamo all’invocazione. E’ questo il gesto più grande della dignità personale: inginocchiarci, chinare la fronte davanti al Mistero che ci sovrasta ma che non ci schiaccia, anzi ci abbraccia e ci eleva: “Senza di me non potete far nulla”.

Oggi, il cristiano è visto più come un agente di servizi: ma le opere buone, per il credente, non possono essere solamente buone, ma religiose, cioè cristiche: devono lasciar trasparire il volto di Cristo. La filantropia è  opera dell’uomo ed e nobile, ma le opere di misericordia sono opere di Cristo attraverso i suoi discepoli.

 

  1. Il cristiano oggi

Se l’identità del discepolo è relativa a Cristo testimoniato dagli Apostoli, dalla Tradizione viva, dalla Chiesa, è anche vero che alcune attenzioni sono relative al contesto storico nel quale il cristiano vive. “Voi siete il sale e il lievito nella pasta”: Gesù dice ciò che Egli ha fatto di noi, e a noi tocca corrispondere alla sua opera.

Le due immagini evocano lo stare dentro alla storia, ma lo scopo di tale immersione non è l’assimilazione, bensì il fermentare e il salare. Il sale conserva ciò che di buono esiste, dà sapore, mentre il lievito è la forza elevante del Vangelo affinché il mondo, invocando Dio, diventi nuovo. Le due immagini, però, devono essere completate con altre due, la luce e la città sul monte. Se le prime evocano immersione, le altre evocano visibilità. Le quattro immagini descrivono in qualche modo il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione: Cristo sceglie la via della Kenosis, si immerge nell’umanità ferita, l’ illumina sulla sua condizione, la chiama alla vita divina, la eleva fino al monte della città santa, la Trinità.

Se dai frutti si giudica l’albero, il secolarismo – che spinge a vivere come se Dio non ci fosse – ha prodotto confusione, smarrimento, angoscia. Secondo un pregiudizio astorico, lo scopo è di liberare l’uomo dalla “minorità” religiosa; è di essere autonomo da ogni forma di legame, decisore del bene e del male senza verità oggettive e universali. Tutto, pertanto, deve essere interpretato, visto nella situazione concreta, nella dimensione storica. In questa prospettiva, anche il Vangelo e la fede dovrebbero essere sempre di nuovo interpretate alla luce dei tempi. In ogni ambito, si parla di sviluppo e di progresso come se fossero il meglio a prescindere. Un esempio è il progresso nel campo tecnologico, dove tutto ciò che si è in grado di fare è ritenuto moralmente fattibile: lo vediamo in particolare nel campo della vita, della famiglia, dell’educazione.

Quali sono alcune attenzioni che il mondo contemporaneo chiede al’ cristiano?

 

1)         La base irrinunciabile – come abbiamo visto – è lo stare con Gesù, è vivere con Lui per vivere di Lui. La cura della vita spirituale è quindi cura dell’amicizia: “non vi chiamo servi ma amici”(Gv 15,15).

Se guardiamo all’occidente, si può avere l’impressione di un deserto spirituale, ma sotto la superficie brulica la vita. Anche il deserto può fiorire! Se questo accade in natura – ed è uno spettacolo commovente – tanto più può accadere nei deserti dell’anima. Nei vari Paesi europei incontro gruppi che cercano luoghi per alimentare la fede: i sacramenti, specialmente la divina Eucaristia, l’adorazione, la devozione alla Santa Vergine, la catechesi che fa respirare la certezza della Tradizione della Chiesa. La Tradizione non è un insieme di abitudini che si possono cambiare secondo i tempi e i gusti, ma è come un grande fiume carsico che attraversa la storia e dà vita a forme meravigliose che non hanno tempo, tesori che aiutano a vivere e che confermano la speranza; punti fermi per costruire la casa solida dell’esistenza.

Qui, cari Amici, troviamo un grande compito per il cristiano oggi: mostrare al mondo la gioia della fede cristiana e cattolica, e la bellezza della liturgia, che non è estetismo, bensì un raggio della Bellezza che salva.

2)         Si è detto che respiriamo il relativismo in nome di una libertà assoluta presentata come liberazione, ma che in realtà imprigiona l’individuo in se stesso e lo isola dagli altri. Sembra un paradosso, ma è il frutto di una logica impietosa: come l’acqua salmastra, infatti, non placa la sete ma l’aumenta, così bere la libertà slegata da tutto non libera l’uomo ma lo rinchiude. Se tutto è relativo, nulla ha valore e quindi non può vincolare nessuno. Il relativismo, che genera uno scetticismo triste, è il tentativo dell’uomo di liberarsi dalla dipendenza da Dio, dalla  verità che chiede di riconoscerla. Ma l’uomo d’oggi vuole forse essere ingannato? Forse vive meglio nella menzogna perché non riesce a portare il peso della verità e della responsabilità che ne consegue? Il volto di ogni esistente non è una maschera esteriore: dall’essere degli enti emerge qualcosa che ci precede e che è indisponibile. Dall’ontologia procede sempre una deontologia. La libertà individualista si condanna a restare sola con se stessa, e la solitudine è la malattia che uccide l’uomo che si vuole superare fino ad auto costruirsi e diventare transumano.

Dentro a tale paradosso, vi è però una grazia che il cristiano deve accogliere con fiducia: la grazia della insoddisfazione radicale. E’ una inquietudine che rivela, come un sigillo, che il cuore è fatto da Dio ed è fatto per Dio. Il cristiano deve aiutare a far emergere gli aneliti profondi e dar loro un nome. Deve aiutare l’uomo contemporaneo a risvegliare la coscienza che sonnecchia anestetizzata dalle distrazioni alimentate da chi si dedica ad influenzare le masse e a  condizionare le menti.

 

3)         In riflessioni di questo tipo, emerge giustamente l’appello alla testimonianza credibile dei cristiani: ciò è assolutamente necessario, ma bisogna ricordare che per essere dei testimoni credibili bisogna credere! Ritorna il primato della fede e della sua verità. Parlando di testimonianza, spesso ci si ferma alla coerenza della vita, ma ciò è incompleto: non c’è vera testimonianza senza la parola. Vale a dire che – in un clima di forte relativismo, per cui una scelta vale in quanto è libera a prescindere dal suo contenuto – la coerenza della vita può rimanere muta, può non essere compresa nella sua motivazione soprannaturale. Ad essa, infatti, si può contrapporre uno stile opposto, basta rispettarsi a vicenda. Il Vangelo, che ispira comportamenti cristiani anche controcorrente, non si palesa, non raggiunge l’altro: risulta una opzione fra altre.

 

4)         Entriamo così nella importanza della parola; non si tratta solamente di cosa dire, ma del coraggio di dire. Oggi, infatti, è diffuso un clima di intimidazione verso chiunque canti fuori dal coro sia con parole religiose, sia con parole umane non allineate con i decisori dei processi culturali e sociale. Viviamo un sorta di imperialismo culturale verso il quale è necessario reagire. E necessario diventare dissidenti verso una tolleranza intollerante che pretende di  omologare in un pensiero unico culture, società, stili di vita, religioni. A questo tentativo globale, è un atto d’amore opporsi con gesti e parole. Il confronto è umanamente impari e sorge la domanda se valga la pena; bisogna ricordare, però, il piccolo Davide con i suoi cinque ciottoli nella fionda contro l’arrogante Golia rivestito della sua armatura impenetrabile. Bisogna nutrirci della parola di Gesù: “non temete, io sono con voi”. La vicenda di Gedeone è un esempio impressionante: il condottiero di Israele e i suoi 32.000 soldati sono terrorizzati dalla sproporzione con le forze dei Madianiti, e chiede aiuto a Dio. Contro ogni logica, Gedeone deve ridurre le truppe a 300 uomini, affinché  il popolo non possa vantarsi e così non riconoscere la mano del Signore (cfr Giudici, 7).

 

5)         Poiché l’uomo contemporaneo è indotto a credere di poter allontanare sempre più la morte e il male che affligge l’umanità, il discepolo del Signore – guardando alla propria piccolezza bisognosa di perdono e di redenzione – deve condannare nella verità il male del mondo, ma venerare con amore la sofferenza del mondo. Questo non solo quando il mondo la subisce, ma anche quando la provoca, manifestando così il suo male interiore. L’uomo occidentale, nonostante i molti e gravi problemi che deve affrontare, porta nel cuore una domanda spesso non detta: che sarà di me? L’interrogativo non può essere tacitato in modo definitivo: può essere assopito, distratto, ma prima o poi si risveglia implacabile. Nei momenti di solitudine e di silenzio, di incontro con il dolore o con la gioia vera, un’ improvvisa luce nell’anima o un sussulto dell’emozione possono bastare perché la domanda si ripresenti e pretenda risposta. Questa specie di tormento è una grazia affinché la creatura sappia di essere fatta da Dio, e che nulla di meno può riempire il suo bisogno di infinito.

 

6)         Infine, mi sembra necessario sottolineare la responsabilità di ogni cristiano nella costruzione di un mondo nella luce di Cristo. Il principio di distinzione tra Dio e Cesare è nel Vangelo: non significa separazione o peggio contrapposizione, ma che ogni autorità deve lavorare per il bene integrale dell’uomo e della società. L’altare a servizio del trono e viceversa non rientrano nel principio evangelico. Come lo Stato ha la sua autonomia e responsabilità, così la Chiesa, che non può mai essere ridotta a religione civile, cioè a riserva strumentale di valori morali, di energie spirituali, di assistenza ai bisognosi.

 

6.1   Un primo modo per contribuire alla costruzione della città degli uomini è vivere la comunità cristiana. La Chiesa non è un progetto umano, ma un atto d’amore di Cristo che ne è il Capo mente i discepoli ne sono le membra. Per questo non è disponibile alle logiche del mondo, ma dev’ essere fedele al pensiero di Gesù. Essa sfugge ai criteri di misurazione umani, poiché è una realtà strutturata ma spirituale: non sono i numeri o le risorse o l’efficienza organizzativa che la definiscono, ma l’invisibile azione dello Spirito che opera nei cuori. Forse anche questo è un motivo per cui il mondo la sente come corpo estraneo e prova un certo fastidio: non riesce a controllarla con i mezzi suoi propri. Questa diversità  forse crea disagio e qualche interrogativo. Altrimenti perché tanto clamore – quando i cristiani non sono allineati con il linguaggio corrente – da parte di chi si dichiara non credente? Forse perché, nonostante tutto, si teme che il Vangelo crei persone libere, e i poteri del mondo non vogliono uomini liberi. Inoltre, quanto più il nostro tempo si presenta diviso e conflittuale, tanto più ha bisogno di vedere che vivere diversamente è possibile, ha bisogno di spazi di benevolenza dove la gente prega, cresce nella fede, esercita la carità evangelica, è operosa per le necessità di tutti.

 

6.2        Ma c’è anche un altro modo di presenza cristiana nella storia: pensare la fede in modo che essa diventi cultura, che ispiri una visione antropologica vera e integrale. La questione antropologica è il principio guida per costruire una società giusta, una civiltà rispettosa della dignità umana. Le difficoltà e le incoerenze dei discepoli non cambiano il messaggio cristiano.  Su questo versante, dobbiamo fare di più superando timidezze, impreparazione, rassegnazione e pigrizie. Il corpus della Dottrina Sociale della Chiesa è strumento di formazione permanente al riguardo.

 

 

 

  1. Conclusione

Chi è il cristiano oggi? È colui che per esperienza sa di essere trovato da Gesù; che vive lo stupore di essere amato e redento a caro prezzo. E’ colui per il quale la fede non è un insieme di buoni sentimenti, e l’amore è una cosa meravigliosamente seria. Egli sa che è in gioco la vita eterna, e che bisogna prepararsi; che bisogna essere dissidenti rispetto alle mode; che questo è un tempo di vigilanza perché l’uomo è in pericolo anche nella sua umanità; che gli è richiesto coraggio per essere fedele a Dio e all’uomo; che non vuole naturalizzare il Vangelo tacendo la linfa del soprannaturale.

Per tutto questo e per altro, il cristiano accoglie l’invito di  Agostino: “Non foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas” ( De vera religione). Possiamo chiosare dicendo: ogni giorno rientra in te stesso, cerca un tempo si solitudine e silenzio per stare cuore a cuore con la luce “gentile” di Cristo. Il cristiano è consapevole che la corruzione intellettuale deve preoccupare maggiormente di quella morale: questa tocca la fragilità umana, quella mina la verità dei valori che sono il fondamento della moralità.

Cari Amici, apprezzo iniziative di questo tipo poiché esprimono l’impegno di crescere nella verità di Cristo e di ciò che ne consegue. In altre parole, vi aiutate ad alimentare la ragione e la fede: è’una responsabilità che nasce dall’essere redenti da Gesù e dalla missione di annunciarLo fino ai confini della terra. Confini che oggi attraversano seriamente anche i nostri Paesi.

Tutto questo avviene sotto lo sguardo di san Tommaso d’Aquino: lo ringraziamo perché si è lascito condurre dallo Spirito di verità e d’amore. Lo ringraziamo perché continua ad aiutarci a contemplare il Mistero Santo nella  luce superna del Verbo eterno: quel Verbo che si è su di noi chinato, per noi morto, con noi rimasto nella Eucaristia e nella Chiesa.

 

IL VIDEO INTEGRALE DELLA CONFERENZA