“Giubileo, anno di grazia”

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Omelia pronunciata a Cumiana (To) nella S. Messa per il Giubileo per i 150 anni della consacrazione della chiesa
11-09-2022

Parrocchia di Cumiana (TO) 11.9.2022

Inizio Anno Giubilare per i 150 anni della consacrazione della chiesa 

OMELIA

“Giubileo, anno di grazia”

Cari Confratelli nel Sacerdozio

Distinte Autorità

Fratelli e Sorelle nel Signore

È una gioia e una grazia essere qui a celebrare la Natività di Maria Santissima, e per l’inizio dell’ Anno Giubilare in occasione dei 150 anni della consacrazione dell’altare della chiesa di Motta di Cumiana.

Ieri sera abbiamo aperto la porta della tempio e abbiamo varcato la soglia verso l’altare dove ora celebriamo l’Eucaristia, centro e culmine della vita cristiana. A questo altare ritorneremo il più possibile in questo anno speciale, sapendo che qui la comunità si rigenera e cresce.

Ringrazio il vostro Parroco, Don Carlo, per il gentile invito, e tutti voi per l’affetto che avete per la vostra chiesa. La Santa Vergine vi benedica e vi accompagni in questo  anno di grazia, lei, che con la sua natività è stella del mattino e aurora del nuovo giorno, Cristo.

  1. “E tu Betlemme di Efrata”

Il profeta Michea guarda a Betlemme, piccolo villaggio sconosciuto, e ne vede il destino: “da te uscirà colui che deve essere il dominatore di Israele”. Un re, dunque, vedrà la luce, l’Atteso delle genti.

Betlemme ci fa pensare allo stile di Dio: Egli agisce nella potenza, ma più spesso opera nel silenzio, come una brezza leggera, invisibile e feconda. Non è forse questa anche la nostra esperienza? Se non siamo troppo distratti, catturati dalle cose, ci accorgiamo che Dio ci circonda: non ci costringe ma ci accompagna.

Nelle molte solitudini del nostro tempo, come è importante appartenere a qualcuno, non certo come delle cose ma come persone;  quanto ci fa bene che qualcuno pensi a noi, ci guardi con occhi  d’amore, desideri di stare con noi … proprio Lui, così grande, che si è fatto tanto piccolo per venirci vicino; Lui, il Creatore dell’universo, che sembra mendicare la nostra compagnia! La fede non è solo credere che Dio esiste – come il secolarismo concede: credi in Dio ma vivi senza Dio! – bensì sapere che Egli centra con la nostra vita concreta: è, quindi, riconoscerlo vivo e presente. Tocca a noi scoprirlo nei movimenti del cuore, nelle cose quotidiane, negli imprevisti, nelle luci ma anche nelle prove.  La Madonna,  con gli occhi della fede, ha visto l’invisibile, nella carne di Gesù ha riconosciuto il Figlio di Dio: ella, ne era madre e si è fatta discepola.

Cari Fratelli e sorelle, dobbiamo farci piccoli come Betlemme, umili come la terra buona del campo che riconosce il seme e lo accoglie, dobbiamo diventare vedenti come i profeti, attenti alle tracce  della sua presenza. Ma dobbiamo anche vigilare affinché il compito di scrutare i “segni dei tempi” non ci faccia assumere le logiche del mondo, e così non vedere più i “segni di Dio”. Venerare Maria è percorrere la via dell’umiltà dove tutto è grazia, dove tutto è motivo di  lode a Dio  non di affermazione del nostro io.

  1. “Tutto concorre al bene”

Quelle di Paolo, sono parole grandiose che rallegrano e interrogano: come è  possibile che proprio tutto concorra al nostro bene? Anche le sventure, i dolori, perfino la morte?

Ancora guardiamo a Mari e la seguiamo nel suo cammino: la vediamo a Nazaret quando incontra l’angelo annunciatore e ascolta parole che sono di gloria: “concepirai un figlio (…) sarà grande (…) e il suo regno non avrà fine”. Ma sono anche parole misteriose: rallegrano e turbano. E poi, la vediamo a Cana, quando sembra forzare il miracolo: l’apparente rifiuto di Gesù poteva essere un’ombra, ma in realtà era premessa della gioia del vino che rallegra la festa. Soprattutto, la vediamo sotto la croce, in piedi, con lo sguardo  al frutto del suo grembo, alla luce dei suoi occhi, a Colui che era il suo stesso cuore ormai trafitto. Dov’era la gloria, il trono promesso, il Re dei re? Tutto, in quel momento,  era dolore e morte, rifiuto e umiliazione!

Ma la Vergine ama Dio, ama il Dio della potenza non la potenza di Dio: e Lui, che è amore, dalla morte trarrà la vita. Il legno secco della croce fiorirà e diventerà il trono del Re dei Re. La fede non ci assicura contro i mali, e il dolore resta dolore, ma il suo significato è gioia.

Questa è la novità assoluta di Dio. La Madonna era lì, e resta lì per continuare la sua maternità universale: Gesù l’ha affidata a Giovanni, cioè a tutti noi, e ha affidato noi a lei, Madre di Dio e nostra. Ma bisogna amare Gesù. Venerare Maria, infatti, è percorrere non solo la via dell’ umiltà ma anche quella dell’amore a Dio. Solo quando Lo amiamo le prove diventano incontro con Lui, che sulla croce ha fatto germogliare la vita

  1. “Salverà il suo popolo dai suoi peccati”

Il Vangelo ci parla della salvezza che è redenzione. Ma l’uomo moderno vuole ancora essere salvato? E da che cosa? Certamente dai mali che affliggono l’esistenza, ma Gesù è venuto per qualcosa di molto più grande: è venuto a salvarci dal male dell’anima, dal peccato  che ci allontana da Dio, che ci impedisce di amare, dalla presunzione di essere i padroni assoluti di no stessi, di decidere il bene e il male, la verità e la giustizia. Ci salva dalla banalità, dalla noia interiore che nasce dal non conoscere il perché del vivere  e del morire, del sacrifico e dell’amore. L’uomo sa che può salvarsi dall’ indigenza, dalla malattia, dall’insuccesso, ma può perdere se stesso.  Così come, al contrario, può essere ghermito  dalle strette dell’esistenza, ma salvare la sua vita.  La Santa Vergine ci esorta a non chiudere il cuore. Gesù ci sana dal peccato, che è sempre una ferita all’amore e quindi alla vita; dal peccato che è rifiuto della sua volontà che ci indica la via della vita e dell’amore. L’obbedienza a Dio non è sottomissione che mortifica, ma amore che eleva: essa, infatti, è una risposta d’amore all’amore del Padre che ci indica la strada del bene e della felicità.

Quanta confusione su questa parola sacra: amore! Il nostro tempo ne parla  come se amare dovesse essere sempre gratificante e facile, spontaneo. Come se dovesse sempre e comunque soddisfare la nostra sensibilità. Amare, però,  non significa soddisfare l’altro, ma volere il suo bene e per questo agire fino al sacrificio, fino al dono della vita come Gesù. Il peccato è il male dei mali, può appagare sul momento, ma non riempie il cuore. Tuttavia, se il male è un mistero pervasivo, la solidarietà degli uomini nel bene è un mistero ancor più diffusivo. E questo è frutto della grazia di Dio, della redenzione di Cristo. Dobbiamo saperlo riconoscere tra le pieghe della storia personale e umana.

La Madonna ha vissuto nell’amore che è il contrario del peccato, ha fatto le cose quotidiane con il cuore puntato a Dio cercando la sua volontà. Per questo le cose piccole diventano grandi. Lei non era fuori dal mondo, ma era nel mondo più di tutti poiché guardava le cose con gli occhi della fede.

La fede non rinchiude, ma allarga l’orizzonte, apre il cuore, permette di conoscere in profondità il mondo senza diventare mondo, e di starci nel modo giusto. Così è per il cristiano: egli sa che dove c’è Dio c’è calore, si è a casa, sorgono prossimità e condivisione. Egli sa che solo se Dio è onorato, anche l’uomo è onorato, e cresce lo stare insieme nella Chiesa. La Chiesa non nasce dal nostro fare, ma dal nostro guardare Cristo; non cresce dal nostro parlare, ma con il nostro ascoltare la sua parola! Per questo, l’oggetto dell’ interesse ecclesiale non è la Chiesa, ma il Vangelo: gli uomini, infatti, vogliono sapere che cosa Dio vuole e non vuole da loro nella vita e nella morte.

Cari Amici, la Santa Vergine ci faccia crescere nella fede per essere nel mondo senza essere del mondo, e così poterlo veramente servire.

Card. Angelo Bagnasco

Arcivescovo emerito di Genova