Genova sia più aperta, unita e forte

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail
Discorso pronunciato giovedì 31 dicembre 2015 nella Chiesa del Gesù in occasione del tradizionale canto del Te Deum
31-12-2015
Arcidiocesi di Genova
Giovedì 31.12.2015
 
TE DEUM
Cari Fratelli e Sorelle
Cari Amici
È tradizione darci appuntamento nella Chiesa dei Padri Gesuiti, che saluto grato, per ringraziare Dio dell’anno che si conclude, e per alcune riflessioni che l’Arcivescovo offre alla Città e alla Diocesi; considerazioni che, partendo da ciò che abbiamo vissuto, cercano di guardare all’anno che è alle porte. Il nostro convenire oggi sa di gratitudine al Signore del tempo, e di affidamento perché i giorni che verranno non siano sprecati.
1. Il tempo della Chiesa
Come cristiani, ringraziamo la Divina Provvidenza per il dono del Giubileo della Misericordia che il Santo Padre Francesco ha voluto per tutta la Chiesa. Ad esso guarda la comunità cristiana perché l’esperienza dell’amore misericordioso di Gesù, Volto santo della misericordia divina, sia più intensa ed efficace nel cuore e nella vita dei discepoli di Cristo. I limiti e le ombre sono sempre presenti, e a volte particolarmente penose, ma ciò non può oscurare la luminosità e la bellezza della fede e del Vangelo, ma anche della Chiesa stessa, sacramento della presenza di Dio nel mondo.
Segno speciale per la Diocesi, saranno i ventisette pellegrinaggi vicariali alla Porta Santa della Cattedrale che abbiamo aperto domenica 13 dicembre. Desidero io stesso poter accogliere questi Pellegrinaggi e invocare con loro la misericordia di Dio.
In questo anno abbiamo vissuto l’evento del Sinodo sulla famiglia, la sua vocazione e missione oggi: ho avuto la grazia di parteciparvi come Padre sinodale rinnovando l’emozionante esperienza dello scorso anno: nell’aula del Sinodo – come un nuovo cenacolo o un piccolo concilio – è risuonata da ogni angolo della Terra la stima, la bellezza, l’importanza insostituibile della famiglia, base insostituibile e ineguagliabile della società umana e della Chiesa stessa; messaggio e lievito per ogni situazione di difficoltà e di prova, di sfida e di impegno. La Diocesi ha accompagnato i lavori del Sinodo con il Biennio dedicato alla famiglia e, con il coinvolgimento delle Parrocchie e Aggregazioni, stiamo facendo una sintesi dei molti contributi per poter meglio rispondere alle esigenze antiche e nuove delle coppie e delle famiglie nelle loro diverse fasi e responsabilità.
A Firenze, alla fine di novembre, è stato celebrato il Convegno della Chiesa italiana a metà del decennio dedicato alla sfida educativa. Il tema – ‘In Gesù Cristo il nuovo umanesimo’ -, insieme alle parole incoraggianti di Papa Francesco, ha destato moltissimo entusiasmo e partecipazione.
Davanti a noi, nel prossimo settembre – dal 15 al 18 – Genova avrà la gioia di accogliere il Congresso Eucaristico Nazionale. L’ultimo che la nostra Diocesi ha ospitato è quello del 1923: è un onore e anche un grande impegno che coinvolge già da ora tutti a diversi livelli, perché i delegati delle Diocesi italiane possano trovare una Genova accogliente, entusiasta, organizzata e credente. Ma ricordiamo: la prima e più importante forma di preparazione del Congresso Eucaristico, però, non è l’organizzazione, ma la nostra preghiera personale e comunitaria, la confessione frequente, la partecipazione assidua – anche infrasettimanale – alla Santa Messa. Siamo ancora in attesa circa la possibilità del Santo Padre di partecipare, tenuto conto dei suoi numerosi e gravosi impegni e viaggi apostolici già in agenda per l’anno che inizia: tutti speriamo ardentemente nella sua presenza.
Desidero in questo momento, davanti a voi e con voi, ringraziare i miei, i nostri Sacerdoti, le persone consacrate alle quali il Santo Padre ha dedicato l’anno che si conclude: a tutti e a ciascuno va il mio affetto grato e il mio sostegno. Non scoraggiatevi mai, cari Amici, il Signore vi ha scelti misteriosamente e vi ama: il suo amore fedele che ha stretto un patto particolare con voi, si chiama misericordia.
2. Il tempo della Città
Genova è più che la nostra città, è la nostra casa! Non sono poche, però, le persone che vivono qui per motivi di lavoro o di studio – provenendo dall’estero oppure da regioni bellissime della nostra Italia – che mi dicono che noi genovesi dovremmo renderci più conto della fortuna che abbiamo di vivere a Genova: la sua bellezza naturale, climatica, storico-artistica, religiosa e culturale, rende non solo la nostra città particolarmente bella, ma anche la qualità di vita particolarmente attrattiva. Certo, Genova non si concede a chi non la cerca, ma ripaga oltre misura chi la desidera e impara ad amarla. Nel gioco dei suoi vicoli, delle sue piccole piazze, dei palazzi solenni e austeri, come delle chiese che sono autentici scrigni che incantano il visitatore e il credente, Genova appare e scompare allo sguardo di chi la cerca, come se volesse mettere a prova e acuire il desiderio di lei; sembra sorridere furtiva in uno scorcio improvviso e subito diventare sfuggente dietro l’angolo, per poi riapparire più bella nel dettaglio che promette nuove scoperte e nuovi sussulti.
Molti mi dicono: dovete amarla di più questa Città che a volte sembra triste, oppressa da preoccupazioni serie, meritevole di cura da parte di tutti e di ciascuno. Essa – stretta fra il mare i monti – ha una nobiltà da regina adagiata su un lungo e stretto lembo di terra. Ma rischia di diventare un grande signora decaduta e opaca se non si apre rapidamente al resto delle regioni confinanti, premessa per essere veramente la porta e il porto d’Europa. Le vie di comunicazione – terra, mare, cielo – diventano sempre più urgenti perché la sua storica autosufficienza non diventi la sua agonia: aprirsi, comunicare, guardarsi attorno, incontrare oltre ogni monte, ogni mare, ogni paese, per dare e accogliere stimoli, accettare il confronto, conservare, innovare e creare lavoro, occupazione, dialogo. Andare d’accordo non è mai stato facile in nessun tempo e per nessuno, ma quando ciò diventa impossibilità di decisioni che sono vitali per aumentare lavoro e occupazione, allora non è più dialogo, ma scontro ideologico, difesa di interessi particolari, puntigli di basso profilo ammantati da visioni inesistenti e contro ogni elementare buon senso. La perfezione non è di questo mondo, e in nome dell’ottimo non si può rinunciare al bene possibile rimanendo fermi. Perché, in questo caso, chi resta ferma è la Città, e oggi – nella cultura della globalizzazione e della velocità – chi non va avanti velocemente torna indietro e muore. Se questa logica è disumana e inaccettabile per le singole persone, è comprensibile per una città.
L’appello è dunque quello di ritrovare la fiducia e la voglia di lottare insieme. La via migliore per farsi ascoltare è avere qualcosa da dire, è avere proposte e presentarle con convinzione, con ragioni, con insistenza, e in modo corale. Maggiori saranno i progetti, intelligenti e fattibili – senza sognare l’impossibile – più forte sarà la voce, la credibilità e l’efficacia. Piangere e lamentarsi non serve, genera una cattiva immagine e alimenta malumore e scoraggiamento; ma bisogna che la voce sia unitaria anche per non dare buon gioco alla poca considerazione o, peggio, al giudizio di incapacità collettiva.
I segnali positivi sul piano economico complessivo sono ripetuti da diverse sedi: lo speriamo e li incoraggiamo. Ma nelle nostre Parrocchie, nei 38 Centri di Ascolto vicariali, come negli altri Organismi, Istituti religiosi e realtà ecclesiali, nonostante immensi sforzi, le ricadute ancora non appaiono. Basta pensare che solo nelle nostre mense sono stati distribuiti circa 350.000 pasti, mentre in tutta Italia ne sono stati offerti più di 6 milioni. Sono significativi anche altri dati: quest’anno, ai Centri di Ascolto, si sono presentate quasi 9.000 persone con un aumento rispetto allo scorso anno: il 66% sono donne anche se sta aumentando la presenza maschile. Il 60% sono italiani, soprattutto famiglie con figli maggiorenni. Il 67% è stato aiutato economicamente con un impiego di quasi un milione e quattrocento mila euro grazie all’otto per mille e a contributi delle comunità parrocchiali. Gli altri hanno chiesto soprattutto ascolto e orientamento ai servizi presenti sul territorio. Purtroppo, ma non è una sorpresa, aumentano il disagio psico-relazionale e gli stati ansiosi dovuti alla preoccupazione per il futuro specialmente dei figli. Ciò accresce le difficoltà nei rapporti famigliari, nonché nelle possibilità di trovare e di tenere il lavoro.
Questo è il quadro che le parrocchie, presenti dove la gente vive, registrano e ogni giorno condividono meglio che possono con chi è nel bisogno. Non porto questi dati per deprimere, ma semmai per riconoscere il bene sommerso che non fa notizia ma fa storia, e per incoraggiare a far crescere il fronte della generosità e del servizio ai poveri e agli indigenti, perché la vita concreta chiede risposte concrete. Ma nello stesso tempo dobbiamo far crescere la voce insistente perché le politiche per la famiglia, per le imprese che creano occupazione, le provvidenze indispensabili per una società solidale, siano veramente consistenti, incisive e veloci.
3. Il nichilismo secolarista
Mi si permetta ora un parola su un fenomeno che tutti tocca e che lascia pieni di domande e timori: il terrorismo internazionale che esibisce il volto islamico. Il mostro è cresciuto esibendo il suo intento coperto dalla bandiera religiosa, bandiera che non può essere religiosa agli occhi di nessun uomo intelligente, poiché Dio non può essere mai un Dio di violenza, di persecuzione e di morte.
I macabri riti della ‘bestia’ sono penetrati nei circuiti delle nostre case, e il suo odio sanguinario ha colpito i luoghi della vita quotidiana. Lo scopo è chiaro: farci vivere dominati da un sentimento di radicale insicurezza – l’attentato sarà dietro l’angolo? -; succubi del sospetto gli uni verso gli altri; divisi fra noi, ognuno ritirato nel fortino di se stesso e dei pochi fidati. Si vuole spezzare la nostra vita: insicuri e destinati al peggio. Ma così non deve essere: la vita quotidiana non deve arrendersi all’angoscia. Dobbiamo reagire rimanendo noi stessi, recuperando il meglio di noi con intelligenza più acuta e coscienza più seria, nuovamente capaci di dire la verità e di chiamare le cose per nome.
Si presenta, però, una domanda imperiosa e irrinunciabile: perché tutto questo? Perché tanti focolai di violenza, di conflitto, su questa nostra tormentata e magnifica terra? Avanzo due considerazioni.
– Il primo fattore è di ordine economico.
Le guerre si fanno perché qualcuno costruisce armi e vuole venderle per fare profitto. Ma il mercato della difesa, evidentemente, non è sufficiente. Questa logica elementare porta così addirittura a ipotizzare e provocare altri mercati utili allo scopo, porta a creare nuovi conflitti. Non importa il costo di distruzione, sofferenza e morte, conta solo il commercio il più possibile ampio, pronto, redditizio. Le conseguenze vanno da sé.
– Il secondo fattore è di carattere culturale.
Il nichilismo che l’occidente europeo ha sposato non ha prodotto nulla di buono: dal nulla, infatti, non può venire nulla. Nichilismo vuol dire che non c’è nulla per cui valga l’impegno di vivere e di sacrificarsi; vuol dire che la vita umana non ha orizzonte e scopo; che ogni azione ha di mira l’utile immediato; vuol dire che i grandi ideali sono fantasmi di un tempo oscuro e andato; che non ci sono ali per la nostra magra esistenza. E’ il regno del nulla che ha deciso lo svuotamento dello spirito e della morale.
Il nichilismo culturale, dunque, non è un’astrazione di intellettuali che hanno buon tempo, ma è qualcosa di terribilmente serio e grave: deruba l’anima di ciò che ha di più grande, la verità e il bene; oscura il ‘per che cosa’ vivere e il ‘come’ vivere. Svuotata e in balìa di se stessa, può l’anima vivere sospesa nel nulla di significati alti, di senso totalizzante, di valori veri? Può vivere senza verità e bene? Non sarà una vita sbiadita e sempre più annoiata e triste? E una società come può costruirsi senza un fondamento di verità e di bene? Sarà una società liquida dove ognuno nuota come può, e dove i più forti si faranno sempre più largo a danno degli altri; una società dove sempre meno si riuscirà a comunicare, e sempre più sarà difficile il senso di appartenenza a un popolo e a una storia. Quanto sia importante sentirsi di appartenere, di stare a cuore e di avere a cuore la comunità e la sua vita, è esperienza di tutti. Oggi lo è soprattutto per i giovani che – nonostante la grande mobilità per ragioni di studio e lavoro – sentono di aver bisogno di non essere orfani, orfani non solo di affetti sicuri, ma anche di società e cultura. L’entusiasmo per il nuovo, di cui essi sono i primi artefici, non elimina il bisogno di appartenere a una storia, di sapere da dove si viene; non diminuisce il bisogno e la gioia di ‘tornare a casa’.
Dal ceppo del nichilismo germoglia il frutto amaro del secolarismo. Secolarismo è vivere come se Dio non esistesse. Chiaramente, non parlo di chi non crede, ma di chi ha ricevuto il dono della fede, piccola o grande che sia. Per noi cristiani il secolarismo è una posizione di sostanziale indifferenza che intende la fede come un orpello della vita, non il suo impasto; come una decorazione di casa, non la propria casa; come un’occasione di qualche preghiera, non la vita stessa; come qualcosa da vivere in chiesa, non nella vita corrente, in famiglia, nel lavoro, nella politica, nelle relazioni, nella carriera, nelle gioie e nelle sofferenze, nel successo e nelle delusioni, nei limiti e nella morte. In sostanza, si crede che Dio c’è, ma – in fondo – non c’entra con la nostra vita, che non ha nulla da dire e da spartire. Il secolarismo ci fa credere che possiamo gestirci a prescindere da Lui, dalla sua volontà, dalla sua compagnia. Si crede in Dio ma si tagliano le radici della vita.
Ma si può vivere così sempre? No! Non si può vivere così per lungo tempo: sia l’uomo che la società si autodistruggono. Rincorreranno delle cose, delle soddisfazioni, tenteranno vie di fuga, si stordiranno nella ricerca di compensazioni, ma il vuoto spirituale non può essere riempito da beni e soddisfazioni materiali. Il vuoto – creato dal nichilismo predicato ogni giorno – è contro natura. L’uomo, infatti, ha bisogno di vivere per qualcosa di grande, di eterno, di bello. Il ‘per sempre’ fa parte del suo DNA, del suo essere originario. E questo qualcosa deve essere non solo reale, ma vero. Il vuoto dell’anima ha due effetti: impedisce di vivere, di stare su piedi solidi, ed è disposto a lasciarsi riempire da qualcosa che appaia degno di attenzione, degno delle nostre energie, mente, cuore, vita.
In tale contesto, l’ideologia turpe e truce, feroce e falsa, che è l’ISIS, e che ispira il terrore, all’anima vuota e delusa dal nulla culturale dell’Europa decadente, può apparire suggestiva, incantare, esercitare una malia mortale, apparire degna di essere sposata! Il vuoto della fede e della ragione ha lasciato spazio al fondamentalismo ideologico e al terrorismo omicida. Non è vero che coloro che partono per arruolarsi nei plotoni neri della morte siano spinti da motivi economici: lo sono piuttosto da motivi spirituali. E ciò è una grande colpa dell’Europa che ha ucciso la sua cultura: intrappolata nel materialismo, ha perso la visione della storia, e vuole mettere al bando tutte le fedi – il cristianesimo in particolare -, disposta comunque a riconoscerle ‘fino a quando restano inginocchiate nel loculo dell’intimità’ (Liberation, 17.11.2015). Vuole costruire se stessa come se Dio non esistesse, ossessionata dal secolarismo, dimentica dei suoi storici fondatori, Adenauer, Schuman, De Gasperi: essi non volevano un’Europa laicista e secolarizzata, e neppure teocratica, ma laica e religiosa. Riconoscevano nei dieci comandamenti – oltre che un dato rivelato – la sintesi, il distillato universale della sapienza umana. Quanto ci siamo allontanati da quella visione alta, saggia, lungimirante!
Perché il riconoscimento di Dio è fondamentale? Perché solo ciò che non muta è stabile e affidabile per costruire una casa. E ciò che non muta è Dio e l’ambito dello spirito immortale. Il vecchio continente non è più il centro del mondo, altre aree del pianeta avanzano con risorse, potenzialità, numeri, idee, tradizioni. Queste, all’Europa, guardano con interesse per il benessere che ha raggiunto, ma – non dobbiamo dimenticarlo! – la guardano anche con aria di sospetto, quasi di disprezzo, per la sua povertà spirituale, per il secolarismo diffuso, per la mancanza di senso religioso, per l’etica individualista: perché non ne colgono l’anima! Ne vedono però la presunzione e l’arroganza con cui spesso essa si rapporta con altre parti del mondo per aggredire culture e tradizioni diverse, decise però a non piegarsi a ricatti e nuove forme di colonizzazione contrarie alle loro visioni della persona, della vita, del vivere sociale.
Non possiamo tacere che se il nichilismo e il secolarismo da anni si aggirano come ombre sul cielo europeo, buona parte di responsabilità è dei cristiani, che si sono lasciati incantare da pensieri contorti, come aveva anticipato l’Apostolo Paolo: ‘Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole’ (2 Tim 4.3-4). Il risultato è stata una fede languida, soggettiva e individualista, non attrezzata a dialogare con il mondo, quanto meno coltivata tanto più presuntuosa: la fede spesso ha allentato il suo legame con il ‘noi’ della Chiesa, si è auto confinata nel privato rinunciando di fatto ad essere ‘sale e luce del mondo’. Ritenendo di non dover andare ‘controcorrente’ , come esorta Papa Francesco, ha smesso di dire le parole del Vangelo e della Chiesa, le parole che dicono i martiri di ieri e di oggi. La stessa ragione, che Dio ci ha dato come la facoltà per riconoscere il vero, si è ripiegata sempre più su se stessa perdendo il contatto con la realtà, è diventata autoreferenziale, e si compiaciuta di guardarsi allo specchio. Anziché pensare le cose, ha finito per pensare il pensiero.
E’ chiaro che qui non sto parlando della vita quotidiana della gente. Infatti, sotto la coltre, brulica la vita fatta di bontà e di sacrificio, di altruismo e onestà, di principi autentici che i genitori e i nonni tramandano ai figli e ai nipoti per assicurare non tanto un futuro di benessere materiale, ma un fondamento spirituale e morale che nessuna crisi economica o bufera culturale potrà distruggere nei loro giorni. Qui parlo dell’aria che si respira, un’aria che – senza filtri efficaci – entra nei polmoni della mente e del cuore, li avvelena, ruba l’anima con il mito di una libertà che è licenza, con una concezione antropologica senza storia, senza tradizione, senza fondamento. Storia, tradizione, fondamento, sono parole ancora usate nell’educazione dei giovani? Oppure la storia è ridotta a cronaca passata, la tradizione a usanze superate, il fondamento a categorie ‘andate’, la religione a superstizione oppressiva?
Cari Amici, giunge il nuovo Anno: davanti al Signore della storia ci scambiamo gli auguri di giorni più sereni e di pace, di famiglia, di preghiera e di lavoro. A Genova, come ho detto, auguriamo di essere una città aperta e una voce unita e forte. Vogliamo amarla di più e, mettendo da parte protagonismi dannosi, vogliamo tutti averla più a cuore nelle grandi come nelle piccole cose di tutti i giorni. Lamentarci di meno, amare e agire di più, consapevoli e fieri delle nostre tradizioni civili e religiose. Siamo certi che la grazia di Dio non verrà meno, e la benedizione che invochiamo sarà abbondante per tutti.
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo di Genova