“Etica, politica, coscienza”

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Intervento all'Associazione interparlamentare “Cultori dell’etica” tenuto a Roma il 18 dicembre 2019
18-12-2019

Roma 18.12.2019

Associazione interparlamentare

“Cultori dell’etica”

 

“Etica, politica, coscienza”

Card. Angelo Bagnasco

Arcivescovo di Genova

Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa

 

 

Signore e Signori,

sono lieto di proporre alcune considerazioni su “Politica, Etica e Coscienza”, nel duplice aspetto delle specifiche identità e delle loro  intrinseche correlazioni.

  1. La politica

Comincio dal tema della politica, che San Paolo VI definì una forma alta di carità, espressione che pone il discorso subito in un orizzonte che ai credenti è familiare, e che per tutti è percepibile e penso condiviso.

Dalla politica ci si attende che risponda ai bisogni più veri dell’uomo e del popolo; ad essa si guarda con speranza e aspettativa. Quando, invece, prevale un sentimento diffuso di delusione e diffidenza, allora tutta la società è a rischio, tanto più se si dovesse addossare sistematicamente la responsabilità sull’avversario politico, su circostanze sfavorevoli, anziché fare un bagno di onestà intellettuale e morale, come singoli e come parti politiche. Chiaramente, il sospetto per cui la politica per definizione guardi al tornaconto proprio o di parte anziché all’interesse generale, avvelena il clima sociale e impedisce di valutare serenamente ogni operato, tanto più se prevale, anziché il confronto serrato e ragionevole, un non-rapporto urlato e ideologico che non mira al bene del Paese, ma alla delegittimazione dell’altro. Il risultato, in questo caso, è solo la confusione dei cittadini e una pericolosa polarizzazione sociale. Nella storia ci sono stati momenti in cui, a causa dei parlamentari – chi ha prevaricato e chi non era in grado o non ha voluto reagire – chi ha pagato il prezzo più alto  è stato il Parlamento che è composto dai suoi membri, ma ne resta comunque al di sopra. Di fronte alle delusioni, alle alchimie spesso incomprensibili e lontane dai problemi della gente, nessuno deve arrendersi, né chi è investito di responsabilità parlamentari, né chi ha il dovere di partecipare innanzitutto attraverso il voto elettorale.

Com’è noto, lo scopo della politica è la costruzione del bene comune, termine che – usato e abusato – esprime non la somma dei beni di un Paese, ma qualcosa di più profondo: indica il complesso delle condizioni sociali che consentono ad ogni persona di raggiungere obiettivi ragionevoli, in una parola di realizzare se stessa (cfr Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes).

Questa definizione ha al centro non il consenso, ma la persona umana, ricordando che quando si parla del bene della persona necessariamente si parla di tutti, poiché al di fuori delle relazioni con gli altri non può esistere neppure la persona, ma solo degli individui che, in quanto tali, non mirano al bene di tutti – un insieme dove ciascuno si trova arricchito – ma all’esclusivo  interesse dell’io. Tale prospettiva nega la politica nella sua essenza, in quanto cura della polis.

 

  1. La centralità della persona

Per questa ragione non è possibile fare politica senza avere un impianto teoretico di tipo antropologico: a poco servono competenze specifiche, necessarie per ogni dicastero, se non sono declinate in riferimento alla visione della persona nella sua integralità. La politica deve affrontare i problemi della gente, ma l’uomo non è la somma di fattori particolari, bensì è un insieme, è una totalità unificata o “unitotalità”, come diceva Romano Guardini. Se non si considera questa prospettiva, l’affronto dei singoli aspetti umani e di ogni bisogno – ancorché reali – può addirittura contrastare con il bene comune. L’impegno a mantenere la visione alta e cpompleta della persona non è scontato per nessuno, specie se si considera la quantità  e l’urgenza delle questioni che il Parlamento deve affrontare. Nessuno però deve scoraggiarsi, consapevole che prescindere dal quadro antropologico conduce a  perdersi nel particolare. I grandi statisti erano ispirati e sostenuti da idee grandi, all’interno delle quali guardavano le singole questioni. Non sempre avevano visioni o ideali giusti, ma – dal punto di vista del metodo – erano nel giusto.

Si dice che la politica è l’arte del possibile e che la mediazione è la via maestra. Penso che ciò esprima certamente un grado di verità e di realismo, ma non di assolutezza. Infatti esistono cose sulle quali mediare non è possibile: si tratta dei valori fondamentali che toccano non usanze e tradizioni particolari, ma la struttura stessa della persona, come la vita, la morte, la famiglia, l’educazione… Stravolgere questi valori significa toccare le corde più profonde e intime della persona e di un popolo.

 

  1. La questione antropologica

Tornando alla centralità della persona, è utile ricordare come negli anni sessanta sia avvenuta la rottura antropologica che dà inizio alla mutazione culturale in atto.  La rivoluzione culturale del ’68 non nasce all’improvviso, ma dentro ad un processo storico di lunga data. Premesse di tipo filosofico, ma anche sociale, sfociano in una rottura radicale che ha al suo centro l’assolutizzazione dell’individuo e lo spostamento della dignità umana sia dall’essere “immagine del Creatore”, sia dall’appartenere alla natura umana: l’una e l’altra concezione non erano allineate con il nuovo e indiscutibile paradigma antropologico che pone al centro della dignità l’assoluta autonomia dell’io. E’ questo che sembra definire l’uomo, lo scioglimento da qualunque vincolo e il primato dell’individuo solo con se stesso. Qualunque legame – religioso, familiare, sociale – viene ritenuto un limite insopportabile. Lo slogan “la fantasia al potere” riassumeva il sentire dilagante, aprendo non ad una prospettiva ricostruttiva, ma al cambiamento inteso come valore per se stesso. La Chiesa, con il Concilio Vaticano II, si era definitivamente riconciliata con la modernità, ma la modernità stava ormai cambiando, e la direzione di marcia era il suo superamento verso un postmoderno liquido;  dall’ umanesimo sregolato si stava navigando verso un transumanesimo che è possibile vedere anticipato in Nietzsche. Dire una parola su questo fenomeno può illuminare – per contrasto – quel personalismo comunitario che, se non venisse ripreso, porterà la società a dissolversi, e a concepire lo Stato come lo ha descritto Hobbes, un “cane da guardia” che tiene a bada i cittadini perché possano convivere senza dilagnarsi. Il “superuomo” è colui che – per affermare la propria assoluta autonomia – pone le azioni più sregolate e artefatte, anche contro il buon senso. Esso afferma se stesso contro ogni dato naturale, nega l’evidenza, non si arrende davanti all’ostinazione della realtà, non accetta di essersi ricevuto da altro che da sé, afferma che l’uomo si costruisce come ritiene. Viene in mente Sartre: liberatosi da ogni vincolo, non gli resta che liberarsi da se stesso. Questo stile prometeico viene rivolto anche verso il proprio corpo, cercando di modificarlo o sfigurarlo a piacimento con esibita compiacenza. M. Foucault, portando a conseguenza la posizione di Nietzsche che dichiara la morte di Dio, afferma con lucidità che la conseguenza di tale deicidio è la morte del suo uccisore, l’uomo.

Ma che cosa intendiamo per uomo? Solamente alcuni accenni. 1) L’uomo è un individuo che esiste, cioè sta-fuori dal nulla come ogni ente: anche una pietra esiste come individuo, è un “in se”.  Egli è un composto come tanti altri enti, ma ha anche qualcosa che lo rende diverso, unico.

2)      L’uomo, infatti, appartiene al mondo naturale, ma anche si pone di fronte ad esso, prende una certa distanza: mentre per un verso è parte dell’universo, dall’altro lo guarda in faccia e si erge a signore di esso. Dal particolare, l’uomo si eleva alla sfera dell’universale: tale indipendenza rispetto alla materia non è materiale ma di ordine spirituale.   E’ lo spirito. Sente i morsi della sua carne ma può dominarli ed esserne padrone. A questo riguardo mi pare interessante quanto scrive Karl Marx nel Capitale. Senza usare le parole “spirito” o “anima”, egli ne parla:  «L’animale si confonde totalmente e direttamente con la sia attività vitale; l’uomo fa della sua attività vitale un oggetto della sua volontà e della sua coscienza. Ha un’attività vitale cosciente (…) Ciò che distingue innanzitutto il peggiore architetto dall’ape più abile, è il fatto che il primo ha costruito la celletta nella sua testa prima di realizzarla nella cera (…) Egli conosce questo fine che definisce come una modalità della sua azione e a cui deve subordinare la sua volontà» (“Il Capitale”, UTET 2017, vol. I pag. 274).

Per questa ragione l’uomo si presenta come un “mistero”, cioè come un paradosso, un essere di confine, che nessun bene materiale riesce a colmare. E’ perennemente insoddisfatto anche se sazio di cose. L’uomo – se non si lascia appiattire sulla superficie – si scopre come desiderio e nostalgia. Desiderio di un oltre che non può darsi e nostalgia verso una pienezza che può solo invocare e attendere come dono. Per questo ogni uomo non può mai essere posseduto come un oggetto, e Rosmini lo definisce come “diritto sussistente”, come soggetto di diritti e di doveri. In conclusione, la persona si specifica in quanto relazione aperta non autoreferenziale, aperta al mondo, agli altri, alla Trascendenza divina.

Nella prospettiva personalistica, si spiega meglio anche l’idea di Stato. Abbiamo detto che scopo della politica è la giustizia, e al centro della giustizia vi è la persona. E’ presente, dunque, un rapporto tra individuo e Stato, una specie di polarità dinamica e virtuosa, potremmo dire strutturale, tenendo presente però che singolo e totalità non si possono derivare l’uno dall’altro. L’individualismo radicale sente lo Stato come necessità e contratto; mentre lo Stato totalitario considera l’individuo come semplice cellula del proprio corpo. In realtà, le due forme di vita sono uno e un medesimo uomo. Ogni uomo, infatti, sussiste come individuo, ma al tempo stesso come membro di una comunità, e pertanto non può non pensare senza riferimento alla totalità in cui vive: se così non avviene, egli si nega come persona. Ne consegue che uno Stato meramente sociologico, che si preoccupa solo di scopi immediatamente tangibili, come l’ordine, il benessere, l’utile, il potere, è irreale. Pertanto, sono veramente realisti quei politici che sanno vedere che le strutture dello Stato sono determinate da un’istanza trans-sociologica.

 

  1. L’etica

Parlare di etica è oggi più difficile che parlare di politica, poiché il discorso rimanda in modo più diretto e immediato al problema della verità. Oggi, infatti, il dogma del relativismo sembra indiscutibile: solo sfiorarlo per affermare che esistono verità oggettive e universali viene interpretato come una forma di intolleranza, un discorso che fomenta l’odio, prodromo di violenza. L’unica verità certa che si può affermare pare che sia la non-verità, e in nome della tolleranza si compiono a volte atti di intolleranza. In questo contesto il dialogo, e il confronto come metodo della politica e della democrazia, diventano più difficili. La situazione ha come presupposto ancora una volta il primato assoluto dell’individuo che – tanto più nella postmodernità – occupa il posto centrale ed esclusivo. Si potrebbe dire che la postmodernità ha risolto un quesito che la modernità ancora si poneva, quello appunto della verità, la sua esistenza e la sua conoscibilità. Oggi il problema sembra risolto nella sua semplice negazione. Ciò avviene all’interno di una netta separazione tra la ragione scientifica o strumentale che indaga sul “come” delle cose, e la ragione riflessiva o metafisica che si interroga sul “perché” del cosmo, della vita e dell’uomo: più precisamente da dove veniamo, verso dove andiamo e su come andare. Si tratta, in sintesi, di chi siamo, e ciò implica un’etica coerente. Mentre sul piano scientifico e tecnologico la ragione non è discussa nel suo fine, nel metodo e nella sua capacità, sul piano invece riflessivo la ragione è praticamente estromessa perché ritenuta incapace di cogliere le verità che non sono misurabili. Non potendo misurarle, si negano o non si considerano, vengono sostituite con le opinioni, la tradizione con le abitudini: alla fatica riflessiva che argomenta, viene sostituito il sondaggio. Il positivismo teoretico si trasforma inevitabilmente in nichilismo valoriale, e sfocia nel pragmatismo esistenziale.  Curiosamente, la fede – che ad una lettura superficiale sembra voler prevaricare sulla ragione –  crede in lei, e la cerca per un dialogo fecondo, in quanto la fede non è irrazionale né razionale, ma è ragionevole: e la ragione – indagando sul mistero umano – formula le grandi domande e si porta fino sul ciglio dell’infinito. In questo senso è significativo quanto ha scritto Norberto Bobbio: “Queste domande ci sono. Il che spiega la forza della religione. Non è sufficiente dire: la religione c’è ma non dovrebbe esserci. C’è. Perché c’è?Perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo delle domande senza dare le risposte” (Norberto Bobbio e altri, Che cosa fanno oggi i filosofi?, Bompiani 1982).

In questo contesto è necessario tornare alle cose, cioè alla realtà. Romano Guardini, parlando dell’epoca moderna, diceva che l’uomo europeo è diventato “occidentalista”, intendendo dire che è giunto ad una autoriflessione e introspezione tali da rimanerne imbrigliato. La conseguenza è che l’uomo smarrisce il respiro della riflessione che nasce dal mondo greco, ed è diventato “artificiale”, lontano cioè dalla realtà concreta. Tornare alle cose – come insegna la fenomenologia di Husserl a cui si è educata Edith Stein – significa liberare la ragione dai suoi condizionamenti e semplificarsi nell’aderenza alla realtà, accettando umilmente che la verità non è creazione del pensiero pensante, ma riconoscimento della realtà, obbedienza piena di stupore e gratitudine.

Tornando all’etica, a quale realtà la ragione deve tornare? Deve tornare all’essere dell’uomo, al suo essere naturale, al suo dato ontologico che precede qualunque costruzione intellettuale e qualunque atto di volontà. Come cristiani, ci è dato di sapere che l’uomo è creato ad immagine di Dio e, pertanto, nel suo essere è depositato un dover essere. Già Kelsen – pur negando di crederci – riconosceva la legittimità di questo percorso. Ma anche senza ricorrere a Dio Creatore, all’interno di una società plurale è possibile tornare alle cose, all’essere umano, ascoltando la storia universale. Pur nella grande varietà dei millenni e delle culture, emergono dati comuni ovunque. La pretesa di ridurre l’uomo a un prodotto della cultura che si evolve di continuo, non tiene conto dei dati di fondo che non solo arrivano a noi, ma che sono anche dentro di noi. La lente con cui oggi li guardiamo non è più quella del sano realismo che cerca le linee dell’essere, ma è quella dell’io ipertrofico, che Nietzsche ha proclamato come l’uomo nuovo, affrancato da ogni vincolo, anche quello di Dio, e – a ben vedere – anche da quello della ragione: essa infatti ha ucciso Dio e – nella Gaia scienza –  descrive con potenza ditirambica il vagare della terra in un universo dove non c’è più un sopra e un sotto, perché il sole si è spento.  La famosa affermazione di Dostoievshij – “se Dio non c’è tutto è possibile” – è profondamente vera nella sua ultimatività: portare il lettore al fondamento. Noi occidentali, però, aggiungiamo un punto di vista forse più completo, quello di credere nella forza della ragione che è dono di Dio e riflette il Logos eterno: “il Lui e in vista di Lui tutto è stato fatto”.

 

  1. La coscienza

Una breve parola sulla coscienza, il sacrario intimo dove avviene il giudizio sul bene e sul male, sulla verità e sulla menzogna, cioè il giudizio morale. L’uomo è creato libero poiché Dio è verità e amore: e l’amore è diffusivo di sua natura, si apre, si dona, è fecondo o non è. E’questa la ratio della creazione. L’uomo – vertice e coscienza dell’universo – è un dato e un compito: deve raggiungere se stesso, compiersi, e ciò avviene tramite il suo agire libero e responsabile, in actu exercito. La libertà è dunque non fine a se stessa ma strumento necessario in ordine all’autocostruzione. Per questo la libertà vuota non costruisce nulla, e una libertà piena solo di desideri individuali può giungere a diminuire il soggetto fino a negarlo. A ragione qualcuno pensa che la moltiplicazione dei diritti individuali non libera l’uomo, ma lo consegna alla sua solitudine, lo isola e lo rende più vulnerabile.  E’ veramente buono solo ciò che fa bene alla persona: il valore, infatti, non si pone solamente o primariamente sul piano della soddisfazione ma sul piano del bene oggettivo che corrisponde al suo essere umano.

Tornando alla coscienza, spesso è vista come sinonimo di sincerità dell’individuo: essendo invece il luogo del giudizio sulla corrispondenza al vero bene per sé e quindi per tutti, ha bisogno di essere custodita e formata. Non possiamo negare che, sia la ragione che la coscienza, possono essere inquinate dall’aria che respiriamo, e quindi possono diventare deboli tanto da vedere le cose in modo deformato, e da non riconoscere più le verità di base.

Altrettanto la coscienza può far fatica a emettere un giudizio circa i valori legati all’umanità dell’uomo. Renderci conto di questo significa essere continuamente vigili con noi stessi rispetto ai luoghi comuni, alle opinioni correnti, al tornaconto personale, alle abitudini acquisite, alle pressioni di gruppi, alla intimidazione che circola prepotente, alla possibilità di discriminazione che – in nome della non discriminazione – regna n Europa come gli osservatori registrano. Il grande sacrario della coscienza deve essere custodito e alimentato per ciascuna persona e per la società.

La vita democratica richiede giustamente lo strumento della maggioranza nella approvazione delle leggi, e sappiamo che questo metodo è adeguato a molte materie della comunità, ma vi sono – come ho detto – dei limes che toccano l’umanità dell’uomo. Per questo la riflessione e il dialogo devono diventare più rigorosi e stringenti. La capacità di argomentare i valori e la dignità umana diventa un dovere irrinunciabile se si vuole vivere il proprio compito con onore, come recita la nostra Costituzione (art. 54). Su questo crinale non è in causa qualcosa di trattabile, ma l’umanità dell’umanità, il futuro del mondo, la giustizia fondamentale, la pace. Molte difficoltà dell’ora presente non riguardano tanto l’economia o altro – tutti aspetti importanti – ma le corde più profonde dell’essere umano, non solo dei singoli, ma dei Popoli e dei Continenti. Grazie.