“Essere cristiani nel nostro tempo”

Discorso pronunciato a Brescia in occasione della presentazione del libro di Mons. Marco Doldi e del dott. Paolo Petralia
13-01-2022

Brescia 13.1.2021

 

“Essere cristiani nel nostro tempo”

Cardinale Angelo Bagnasco

Arcivescovo Emerito di Genova

 

Saluto il Presidente della Fondazione Prof. Taccolini e il Direttore, Dott. Alessandro Triboldi, e li ringrazio per il gentile invito in questa terra dove nacqui in anni difficili e dove ho respirato, a contatto con i nonni contadini, l’aria della operosità, del sacrificio e della fede.  L’argomento scelto – Essere cristiani nel nostro tempo” – può apparire fuori tema, ma in realtà cerca di inquadrare gli stimoli offerti dal libro e dalla parola di Mons. Marco Doldi e del Dott. Paolo Petralia.

Lo sguardo iniziale non ha uno scopo sociologico, come se il cristiano dovesse configurarsi in base alle linee di tendenza, bensì mira ad una doverosa consapevolezza per essere “sale” e “lievito” nella storia. Gesù, infatti, con queste immagini invita da un parte a immergerci nella pasta dell’umanità, e dall’altra a non assimilarci, a portare cioè la differenza cristiana. Non si tratta di essere contro qualcuno, ma di rappresentare qualcosa.

 

  1. Il nostro tempo

La Chiesa è a volte dipinta come nemica del progresso umano, come se avesse paura della ragione, del “sapere aude” di kantiana memoria. Non dobbiamo dimenticare, però, che la Chiesa ha sempre rifiutato sia il razionalismo, che riduce la realtà a misura, sia il fideismo, che rifiuta la ragionevolezza della fede. Inoltre, la scienza e la tecnica nascono nel Medioevo e sfociano nel Rinascimento, e tra i primi che vi si sono dedicati sono degli ecclesiastici. Pertanto, fermo restando l’apprezzamento e il contributo che i cattolici hanno dato e continuano a dare in ogni campo della modernità, per ragioni di tempo metterò in rilievo due aspetti problematici che ci aiuteranno a descrivere qualcosa del cristiano nell’ora presente.

 

  1. a) Distrarre e distrarsi: una strategia

Blaise Pascal, nei suoi “Pensieri”, non descrive solo l’uomo del settecento, bensì la condizione umana, quindi anche la nostra: “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte … hanno risolto, per vivere, di non pensarci” (pensiero 348). Da qui nasce il metodo della “distrazione”, cioè l’oblio di sé e della propria condizione, il tentativo di sottrarsi al sentimento oscuro della miseria umana. Anche oggi, il rincorrersi delle occupazioni genera una stasi della ri-flessione, cioè dell’ anima che si flette su se stessa alla ricerca della verità del reale, dato che non tutta la realtà è vera. Forse è proprio questa paralisi che la cultura generale vuole: un uomo sempre più distratto che ha meno tempo di riflessione e di giudizio poiché il potere non vuole essere giudicato.

 

  1. b) Il relativismo scettico e triste

Oltre alla valanga di distrazioni che mirano a condizionare la riflessione critica sul senso della vita, il bene e il male, si è diffusa la cultura del relativismo secondo cui l’unica cosa certa è che niente è certo. Quali le conseguenze? Sul piano teoretico il labirinto delle opinioni, e sul piano pratico quello dei comportamenti. Dato però che bisogna vivere insieme, ci si affida al diritto positivo come sorgente di legalità, con la fatale conseguenza che, nella coscienza collettiva, la legalità va a sostituire la morale. Il risultato è il nichilismo, che afferma che non vi è nulla di vero e nulla di falso, che il soggetto non è un dato ma qualcosa che si modifica secondo le mutazioni storico-culturali. Questa visione complessiva porta al cosiddetto “trans-umanesimo”.

 

  1. Una asimmetrica ricerca

Pascal, mette in rilievo anche un altro dato della condizione umana: “La grandezza dell’uomo sta in questo: ha coscienza della propria miseria” (pensiero 372). L’uomo ha bisogno di capire, non può farne a meno.

Norberto Bobbio, che si dichiarava non credente, in una conferenza del 1980 diceva: “l’uomo rimane un essere religioso nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione e di tutte le affermazioni della morte di Dio”. (Conferenza a Cattolica 1980). Egli riconosceva che la mente umana non riesce a dare risposta alle grandi domande. Affermava che la scienza pone i quesiti di fondo, mentre la religione offre le risposte: queste si pongono su un altro piano.

Posiamo dire, pertanto, che l’essere umano è una domanda di infinito e di vita, di amore e di bellezza. Ma anche Dio cerca l’uomo:lo ha creato “capax Dei”, lo chiama per nome, lo desidera perché partecipi alla vita divina. Il punto d’incontro è Cristo, il Verbo fatto carne: Egli è il luogo dove Dio nel Figlio rende figli gli uomini che lo riconoscono e lo accolgono; è l’incontro tra peccato e grazia, tra natura e sopranatura.

Per questo motivo, il cristiano non è un uomo buono, ma un uomo redento. Oggi la bontà naturale è spesso identificata con il sigillo di Cristo, oscurando così la Redenzione: questa non è un’opera buona di Dio, che per compassione condivide i nostri dolori fino alla morte. Il Logos, infatti, si è incarnato e ha patito per amore: il suo amare non solo condivide e compatisce l’umanità dolente, ma anche la eleva fino a Dio.

 

  1. La radicalità della vita cristiana

L’identità cristiana è relativa a Cristo. Dobbiamo ricordare che Gesù non è un maestro di sapienza umana, un perseguitato politico, un martire delle sue idee, ma è una Presenza unica che pone se stesso come “pietra di inciampo”. E’qualcuno che chiede ai discepoli di consacrarsi a Lui e di essere disposti a dare la vita per Lui. Pone se stesso come spartiacque della storia e della vita di ognuno, fino a dire che Egli è la vite e noi i tralci, che senza di lui non possiamo far nulla, che è la porta dell’ eternità. Chiede ai suoi l’adesione incondizionata: “chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37).

Oggi, a volte, Gesù è oggetto di ammirazione anziché di adorazione: se Egli ha parole esigenti tali da suscitare perplessità e scandalo, è perché nella sua umanità risplende la presenza di Dio. Troviamo qui una prima caratteristica del cristianesimo: la radicalità.

Se in occidente a fede cristiana si è indebolita, credo  che ciò si debba almeno a due fattori. Innanzitutto il diffondersi delle cultura che nasce con la rivoluzione del 68’, una rivoluzione che ha innescato un capovolgimento antropologico con ricadute a tutti i livelli e in ogni ambito. La persona viene ridefinita a partire dalla sua libertà individuale assoluta.

Il secondo elemento é la tiepidezza della fede dei credenti. Intendo una tiepidezza complessiva, un progressivo ritirarsi nella retroguardia del privato. In sostanza, mi sembra che nella cristianità occidentale si sia progressivamente smorzata la gioia di essere cristiani e cattolici. Questa opacità timorosa non è in grado di testimoniare la gioia della fede, ma dà l’impressione di incertezza e di peso.

 

  1. Il cristiano

Il cristiano innanzitutto  non fa qualcosa per Dio, ma è colui che si arrende a Dio: non solo crede in Dio, ma vive di Dio, poiché Gesù tocca l’intero orizzonte dell’esistenza.   “Rimanere nel suo amore”  significa intimità con Lui, stare con Lui cuore a cuore, pensare con il suo pensiero,  giudicare con i suoi criteri, amare con il suo amore.

Oggi, il cristiano è visto più come un agente di servizi, ma dobbiamo ricordare che le sue opere buone non possono essere solamente etiche, ma devono essere cristiche: devono lasciar trasparire il volto di Gesù. La filantropia è  opera dell’uomo ed e nobile, ma le opere di misericordia sono opere di Cristo attraverso i suoi discepoli.

Se dai frutti si giudica l’albero, vediamo che il secolarismo contemporaneo – che spinge a vivere come se Dio non ci fosse – ha prodotto smarrimento e angoscia, anche se lo scopo dichiarato era di  liberare l’uomo dalla “minorità” religiosa, di essere autonomo rispetto ad ogni forma di legame, di essere l’unico decisore del bene e del male. In questa prospettiva, anche la fede dovrebbe essere sempre di nuovo interpretata secondo lo spirito del tempo, secondo l’idea di un “novum” ritenuto migliore a prescindere dai contenuti, come, ad esempio, vediamo nel campo della vita, della famiglia, dell’educazione.

Quali sono, dunque, alcune attenzioni che il mondo contemporaneo chiede al’ cristiano?

 

1)        Il fondamento della vita cristiana è stare con Gesù, è vivere con Lui per vivere di Lui. La cura dell’anima è cura dell’amicizia: “non vi chiamo servi ma amici”(Gv 15,15).

Se guardiamo l’occidente, si può avere l’impressione di un deserto spirituale, ma sotto la superficie brulica la vita. Anche il deserto può fiorire! Se questo accade in natura – ed è uno spettacolo commovente – tanto più può accadere nei deserti dello spirito. Nei vari Paesi europei incontro gruppi che cercano luoghi per alimentare la fede: i sacramenti, specialmente la divina Eucaristia, l’adorazione, la devozione alla Santa Vergine, la catechesi che fa respirare la Tradizione della Chiesa. La Tradizione, infatti, non è un insieme di abitudini che si possono cambiare secondo i tempi e i gusti, ma è come un grande fiume carsico che attraversa la storia e dà vita a forme meravigliose che non hanno tempo, tesori che aiutano a vivere e che confermano la speranza; punti fermi per costruire la casa dell’esistenza.

E’ questo il primo compito del cristiano oggi: testimoniare al mondo la serietà e la gioia della fede cattolica: è la serietà e la gioia dell’amore, ricordando che la testimonianza non è solo la coerenza della vita, ma anche il coraggio della nostra voce. In un clima di forte relativismo, dove una scelta vale in quanto è libera a prescindere dal suo contenuto, la coerenza della vita può rimanere muta, può non essere compresa nella sua motivazione soprannaturale. Ad essa, infatti, si può contrapporre uno stile opposto: basta “rispettarsi” a vicenda, si dice! Il Vangelo, che ispira comportamenti anche controcorrente, appare come una delle opzioni possibili, equivalente fra altre. Per questo è necessaria la nostra parola.

 

2)        Entriamo così nella importanza della parola: non si tratta solamente di cosa dire, ma anche del coraggio di dire. Oggi, infatti, è diffuso un clima di intimidazione verso chiunque canti fuori dal coro sia con parole religiose, sia con parole umane. Viviamo una sorta di imperialismo culturale verso il quale è necessario reagire. E necessario diventare dissidenti verso una tolleranza intollerante che pretende di  omologare in un pensiero unico culture, società, stili di vita, religioni.

Si parla spesso di un nuovo “ordine mondiale”ma, se dovesse assumere la forma di un “regime”globale, magari felpato. sarebbe un atto d’amore opporsi con gesti e parole. Già oggi il confronto è umanamente impari e sorge la domanda se valga la pena di opporsi; bisogna ricordare, però, il piccolo Davide con i suoi cinque ciottoli nella fionda contro l’arrogante Golia, rivestito della sua armatura impenetrabile. Bisogna credere alla parola di Gesù: “non temete, io sono con voi”.

 

3)        Si è detto che respiriamo il relativismo in nome di una libertà assoluta presentata come liberazione, ma che in realtà imprigiona l’individuo in se stesso e lo isola dagli altri. Sembra un paradosso, ma è il frutto di una logica impietosa: come l’acqua salmastra, infatti, non placa la sete ma l’aumenta, così bere la libertà slegata da tutto non libera l’uomo ma lo rinchiude, poiché lo priva della relazione con gli altri, con i punti fermi e orientativi, con i valori oggettivi di riferimento.

Ma ci chiediamo: l’uomo d’oggi vuole conoscere la verità oppure pensa di vivere meglio nella menzogna, perché non riesce a portare il peso della responsabilità? Il volto di ogni esistente non è un involucro vuoto: dall’essere degli enti, infatti, emerge la loro verità non solo esteriore, ma anche le linee di sviluppo per diventare se stessi, cioè qualcosa che ci precede e che è indisponibile alla manipolazione. Dall’ontologia procede sempre una deontologia.

Il discepolo del Signore – guardando alla propria piccolezza bisognosa di perdono e di redenzione – deve condannare nella verità il male e venerare con amore la sofferenza del mondo. Questo non solo quando il mondo la subisce, ma anche quando la provoca, manifestando così il suo male interiore.

 

4)        Infine, è necessario sottolineare la responsabilità di ogni cristiano nella costruzione del mondo. La distinzione tra Dio e Cesare è nel Vangelo: non significa separazione o peggio contrapposizione, ma che ogni autorità deve agire per il bene integrale dell’uomo e della società. L’altare a servizio del trono e viceversa non rientra nel principio evangelico. Come lo Stato ha la sua autonomia e responsabilità, così la Chiesa, che non può mai essere ridotta a religione civile, cioè a riserva strumentale di valori morali, di energie spirituali, di assistenza ai bisognosi.

 1 –      Un primo modo per contribuire alla costruzione della città è vivere la comunità cristiana. La Chiesa non è un progetto umano, ma un atto d’amore di Cristo che ne è il Capo mentre i discepoli ne sono le membra. Per questo non è disponibile alle logiche del mondo: essa sfugge ai criteri  mondani, poiché è una realtà strutturata ma spirituale: non sono i numeri infatti, o le risorse, o l’efficienza organizzativa che la definiscono, ma l’invisibile azione dello Spirito che opera nelle anime. Forse anche questo è un motivo per cui il mondo la sente come corpo estraneo e prova un certo fastidio, poiché non riesce a controllarla con i mezzi suoi propri.

        2 –           Ma c’è anche un altro modo di presenza cristiana nella storia: pensare la fede in modo che essa diventi cultura, che ispiri cioè una visione antropologica vera e integrale. La questione antropologica è il principio guida per costruire una società giusta, una civiltà rispettosa della dignità umana come è bene illustrato nel testo dei nostri Autori. In questo senso,  dobbiamo fare molto di più, superando timidezze, impreparazione, rassegnazione e pigrizie. Il corpus della Dottrina Sociale della Chiesa è strumento di formazione permanente al riguardo.

 

Si ritorna, così, alla sfida decisiva del nostro tempo: un radicale cambio culturale che non mette in discussione solo la religione, ma anche la ragione. Essa è ritenuta incapace di raggiungere le verità che sfuggono alla verifica empirica propria della dimensione quantitativa, cioè le verità spirituali e i valori etici. Confinare la ragione solo sul piano tecnico-sciendifico, e spodestarla dal piano spirituale e morale (metafisico), significa aggredire l’umano in sé, riducendo l’homo sapiens a homo faber. Per tale motivo oggi è in grave pericolo la persona umana, che è sempre più manipolata nel suo pensare, ma in primo luogo nel suo pensarsi e vivere. Attentare alla persona significa, a cascata, deformare la società, la politica e ogni campo del vivere personale e collettivo. Lo scopo è quello di renderlo confuso e smarrito, quindi più fragile al fine di incrementare i consumi e il potere politico di  una elite mondiale sempre più ristretta e potente. E’ in gioco la libertà umana servendosi di un inganno raffinato: ridurre la libertà attraverso la libertà, tramite cioè una autonomia talmente assoluta da voler ridefinire tutto, anche se stesso. E’ il trans umanesimo di cui Nietzsche fu antesignano parlando del “super uomo” (cfr Così parlò Zarathustra).

A ben vedere, l’arbitrio ha come criterio l’utile, mentre la libertà ha come criterio la verità. Per questo l’uomo non è mai libero senza impegno e fatica, a volte con dolore, consapevole anche che è insidiato dal male che prende la veste del bene. E’ drammatico quanto anticipa Dostoveskij con le parole che Kirillov dice come in un delirio: “Colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere, quegli sarà il nuovo uomo (…) Chi osa uccidersi è un dio” (cfr I demoni)!

 

E’, questa, una lettura pessimista?No, è solo realista se guardiamo ciò che accade ormai da decenni in Occidente Vuole essere uno sguardo d’amore verso l’uomo.

La metamorfosi antropologia in atto richiede una fede più convinta, un sussulto della ragionevolezza, un rompere le maglie della subalternità, e con coraggio  riaffermare il primato della verità sulla decisione, del logos sulla volontà. La storia insegna che quando la ragione è debole la fede non è più forte come si pensa. Veramente “il sonno della ragione genera mostri”, ma dobbiamo anche aggiungere che non basta avere la ragione per ragionare bene: essa va custodita e coltivata poiché  si può deformare fino a non riconoscere più la verità e il bene. Non ne abbiamo forse esempi indicativi?

 

Conclusione

Chi è il cristiano oggi? È colui che per esperienza sa di essere trovato da Gesù; che vive lo stupore di essere amato e redento a caro prezzo. E’ colui per il quale la fede non è un insieme di buoni sentimenti, per il quale l’amore è una cosa meravigliosamente seria. Egli sa che è in gioco la vita eterna, e che bisogna prepararsi; che bisogna essere dissidenti rispetto alle mode; che questo è un tempo di vigilanza perché l’uomo è in pericolo anche nella sua umanità; che gli è richiesto coraggio per essere fedele a Dio e all’uomo; che non vuole naturalizzare il Vangelo tacendo la linfa del soprannaturale.

Per tutto questo e per altro, il cristiano accoglie l’invito di  Agostino: “Non foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas” ( De vera religione). Possiamo chiosare dicendo: ogni giorno rientra in te stesso, cerca un tempo di solitudine e silenzio per stare cuore a cuore con la luce “gentile” di Cristo. Il cristiano è consapevole che la corruzione intellettuale deve preoccupare maggiormente di quella morale: questa tocca la fragilità umana, quella mina la verità dei valori che sono il fondamento del vivere responsabilmente, cioè della moralità. Grazie.