Dove va l’Europa?

Intervento pronunciato nell'ambito del Convegno organizzato da ILSREC - Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell′Età Contemporanea sul tema "Dove va l'Europa?"
28-03-2019
 

“Dove va l’Europa?”
 

Palazzo Tursi – Salone di Rappresentanza
Martedì 26 marzo 2019
 
Distinte autorità,
cari amici.
 
Anzitutto rivolgo i miei complimenti per questa iniziativa tanto opportuna e un saluto cordiale a tutti i relatori.
 
Dove va l’Europa? E’ una domanda molto seria, non è retorica; almeno io così la interpreto e la sento insieme ai miei confratelli Presidenti delle Conferenze Episcopali d’Europa.
 
Voglio tradurre questa domanda con un’altra domanda: l’Europa crede ancora in se stessa? Ha fiducia in sé? Si vuole bene? Queste domande non sono retoriche, ma racchiudono un dubbio, e nello stesso tempo un germe di speranza e un senso di responsabilità, perché nessuno vuole e deve tenersi fuori da un interrogativo così serio come questo.
 
I Vescovi europei credono nell’Europa; la Chiesa in Europa crede al Continente e a un suo cammino di unità, che deve essere, come tutte le cose vive, continuamente monitorato e serenamente esaminato, per riconoscere gioiosamente i frutti positivi e per riconoscere altrettanto serenamente e fiduciosamente le difficoltà e i successi, perché tutto questo ci permette di guardare al futuro senza arrenderci di fronte ad alcune fatiche del presente.
Potremmo dire, in modo molto sintetico, che bisogna rilanciare la soggettività sociale dell’Europa non solo come Unione Europea, ma come Continente “dall’Atlantico agli Urali”, come lo definiva San Giovanni Paolo II. Questo è il grande continente europeo, che, prima di essere una entità geografica, è una realtà spirituale e culturale.
Rilanciare una soggettività sociale richiede il rilancio di una soggettività di popoli, una consapevolezza di ciò che sono, in un rapporto dialettico, dinamico e virtuoso, che caratterizza il particolare rispetto all’universale e viceversa. Non c’è nessuna soggettività collettiva, sociale e continentale senza soggettività di popoli e di nazioni nel senso vero e alto della parola.
 
Ma come fare per rilanciare questa soggettività collettiva che richiede l’identità e la coscienza delle singole nazioni, delle singole patrie e dei singoli popoli?
Voglio usare un’immagine un po’ onirica, un po’ utopistica; infatti, a volte l’utopia non ci porta fuori dalla realtà, ma ci porta a viverla meglio. Immagino un tavolo europeo dove si guarda all’Europa, un tavolo che non è coincidente con le istituzioni dell’Unione Europa, ma un tavolo attorno al quale tutti i popoli del continente si radunano, per guardarsi gli uni gli altri e raccontare le proprie storie.
Immagino questo grande tavolo dei popoli europei – non delle Istituzioni – per interrogarsi sul cammino del Continente a partire dalle proprie storie, sapendo che il fondamento dell’edificio europeo non può essere né l’economia né la finanza. Questa non è soltanto una constatazione di principio, ma dovrebbe essere una constatazione storica.
 
E allora qual è la pietra angolare dell’edificio? Non è l’economia, non è la finanza, non è la difesa, che sono pietre secondarie. La pietra angolare è l’uomo: non basta dichiarare la dignità umana, ma è necessario entrarvi dentro in termini di fondazione della dignità umana. Qual è il fondamento della dignità umana che diventa il metro di giudizio per declinare la dignità inviolabile di ogni uomo, per cui esso è unico e per cui esso è persona?
Il fondamento dovrebbe essere il grande tavolo dei popoli, tavolo a cui i popoli potrebbero accedere anche attraverso le proprie storie, che sono importanti anche con i propri errori e le proprie tragedie.
È chiaro che quando parliamo della visione antropologica, che dovrebbe essere alla base dell’edificio europeo, emerge inevitabilmente l’essenzialità della dimensione etica come valore irrinunciabile e preliminare.
Senza moralità non vi è persona, e senza una persona cosciente non vi è moralità. La moralità è individuare, a partire dalla concezione della persona umana su cui pochi si sono espressi in modo consistente e argomentato, la dimensione etica e valoriale.
 
L’onestà, tanto giustamente invocata oggi in tanti ambienti, è un valore morale e spirituale, che va declinato con intelligenza e umiltà. L’onestà è fondamentale perché fondativa di un percorso comune, nel quale il principio di sussidiarietà e il principio di solidarietà sono colonne portanti, ma devono avere un fondamento e un criterio di misura, per non ridursi a un flatus vocis.
 
Concludo dicendo che forse, oggi, il grande concetto di nazione è da ripensare, non perché fino a ieri fosse tutt’altro che sbagliato, ma perché oggi probabilmente bisogna aggiungere, o meglio evidenziare, qualche elemento in più. Soprattutto, è importante evidenziare che un’identità nazionale è sempre più vera, quanto più include l’apertura alle altre realtà e alle altre soggettività.
L’identità di cui giustamente si parla, non è chiusura esclusiva, ma va intesa a partire da noi stessi, dalle nostre storie e dalle nostre radici, per poter dialogare e parlare con chiunque.
Emmanuel Mounier, nel suo celebre testo, Il Personalismo, diceva che per dialogare bisogna essere almeno in due, e bisogna avere qualcosa da dire di importante. Nel dialogo si parla e si ascolta: il concetto grande di nazionale deve sempre più aprirsi in questo senso. A partire da sé, incontrare tutti, per dirsi, e per ascoltare il meglio di ciascuno.
 
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova
Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee