“Dio non abita più qui?”

Intervento al Convegno internazionale sui beni culturali a Roma
29-11-2018
Porgo un cordiale saluto a Sua Eminenza il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, ai Responsabili della specifica Facoltà dell’Università Gregoriana, e dell’Ufficio competente della CEI, e a tutti i convenuti. Ho l’onore di esprimere la gratitudine mia e dei Vescovi Europei per questa iniziativa, che significa guardare le nuove complessità con realismo, intelligenza e fiducia.
Il primo realismo necessario – a me pare – è non perdere la memoria, come dice il Santo Padre Francesc: non dimenticare, cioè, come le cose sono nate, le circostanze storiche, gli scopi, il desiderio e le esigenze delle comunità che le ha espresse.
In questo senso, le cose – soprattutto quelle che qui ci hanno condotto – nascono da un popolo, popolo che è – come scrive Romano Guardini – “il compendio di ciò che nell’uomo è genuino, profondo, sostanziale” (Dostojevsckij).
Per questa ragione in lui l’istinto è ancora infallibile e, nonostante le miserie possibili, vive nella realtà fondamentale: Certo, il suo istinto si può corrompere, ma non può morire.
I luoghi di culto – che questo incontro ha messo a tema – nascono da quest’anima popolare, da un tessuto fatto di fede, di forme di vita, di sofferenze e gioie, di tempi di pace, traversie, speranze. Questo spirito, infatti, non è disincarnato, ma anima ed ispira la corporeità personale e sociale: si fa, potremmo dire, visibile.
Tra queste modalità, la forma del tempio segue e accompagna la storia umana. Ogni tempio, infatti, è testimonianza di quanto la religione diventi vita: il culto, invero, genera cultura poiché nel culto l’uomo in modo unico si pone di fronte al Mistero di Dio, suo Principio e suo Destino, e questo orizzonte ispira una visione della vita e del mondo, che ispira modi di pensare, di sentire e di vivere coerenti.
Questa consapevolezza – insieme a ben più ampie considerazioni che verranno fatte in questi giorni – ci rende sensibili e attenti verso queste realizzazioni umane, e quindi osservatori responsabili del loro futuro.
Il processo di secolarismo che è in atto riduce le comunità cristiane nella loro consistenza, e questo crea problemi seri rispetto ai luoghi di culto, sollevando aspetti pratici di rilievo.
Si tratta di individuare insieme in Europa le linee direttrici, i criteri di fondo per affrontare le singole situazioni, sapendo che la storia, la sensibilità e le circostanze dei diversi Paesi sfuggono alla omologazione, e quindi richiedono il discernimento dei Pastori delle singole Chiese. Pur tuttavia, resta l’ispirazione che ha originato quei luoghi e che ha segnato quegli spazi: sono – se così si può dire – dei pezzi di cuore della comunità, sono come delle frontiere dove generazioni non solo si sono susseguite, ma hanno vissuto e lottato per la fede, per le alterne vicende della vita loro e del loro popolo, dove hanno sofferto e gioito, dove hanno pregato quel Dio invisibile che a quei luoghi ha legato in qualche modo la sua presenza, e che ora sono deserti tanto da domandarci: “Dio non abita più qui?”.
Cari Amici, la sfida è seria, implica considerazioni pratiche e altre di ordine generale e di fondo: ma hanno risvolti molto concreti, tra questi la evidente distinzione tra chiese e altri edifici ecclesiastici, la eventuale possibilità di cessione di proprietà oppure la loro locazione. È giusta e necessaria una riflessione comune a questo livello, tenendo conto che la Chiesa è viva: la presenza visibile si può restringe in un punto e ampliarsi in un altro: ci sono luoghi che vengono alienati e luoghi che vengo restituiti. In altre epoche sarebbe stato impensabile.
Siamo nell’ orizzonte imprevedibile di Dio che guida la Chiesa e la storia umana. Per questo la serenità e la fiducia prevalgono, ispirano e sostengono l’intelligenza e la nostra responsabilità. Grazie e buon lavoro.
Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo di Genova
Presidente CCEE