Catechesi sulla fede

Catechesi sulla fede tenuta a Rho
05-05-2022

RHO-MILANO 2022.5.05

Catechesi sulla fede

Card. Angelo Bagnasco

 

In questo incontro sulla fede procederò su quattro parti e, per ogni punto, partirò dalla Parola di Dio e dalla parola di un uomo, per poi passare ad alcune riflessioni.

 

 

  1. LA FEDE  IN  DIO

 

Salmo 8

  • “O Signore nostro Dio/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!/ Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza/ Quando vedo i tuoi celi opera delle tue dita// la luna e le stelle che tu hai creato,/ chi è l’uomo perché di lui ti ricordi/ il figlio dell’uomo perché te ne curi?”

 

Norberto Bobbio

  • Si dice che “la filosofia è morta perché non è in grado di dare delle risposte assolute alle domande dell’uomo, al senso della vita, al senso della storia (…) L’esigenza di una riposta a queste domande c’è, queste domande ci sono. Il che spiega la forza della religione. Non è sufficiente dire: la religione c’è ma non dovrebbe esserci. C’è, perché c’è? Perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo delle domande senza dare le risposte” ( Bobbio e altri, Che cosa fanno oggi i filosofi?, Bompiani 1982, pag 175).
  • “Proprio perché le grandi domande non sono alla portata della nostra mente, l’uomo rimane un essere religioso nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione, e tutte le affermazioni della morte di Dio che caratterizzano l’era moderna e ancor più quella contemporanea (id pag 169).
  • “Il compito della filosofia è porre delle domande, non lasciare l’uomo senza domande, e fare intendere che al di là delle risposte della scienza c’è sempre una domanda ulteriore (…) Il compito della filosofia oggi è quello di tenere in vita queste grandi domande, perché impediscano alla massa degli indifferenti di diventare preda del fanatismo di pochi” ( pagg. 168-170).

 

Riflessioni

 

1)       Nessuno si è fatto da solo, ha deciso di esistere, di essere così com’è con capacità e limiti, ma si è accolto da Altro. I genitori desiderano dei figli ma non possono sceglierli, li accolgono e li amano sapendo che generare delle persone non ha fine. Anche in Cielo continuano a generarci! A partire da questo dato di fatto, l’uomo si percepisce come un dono non solo per gli altri, ma innanzitutto per se stesso, a cominciare dall’ “esserci” prima ancora che “dove e come esistere”. In questa prospettiva, tutto prende luminosità, e permette l’autostima e la fiducia in se stessi. Questo modo di percepirsi, a ben vedere, lo impariamo dagli altri ci fanno sentire che “è bello che tu esista”. Senza questa esperienza, legata a chi è attorno a noi, sarebbe difficile guardare noi stessi con occhi positivi. In realtà, però, si tratta di qualcosa che precede ogni apprezzamento esterno, poiché si fonda nel nostro stesso essere, nel nostro esserci prima che sulle nostre doti, così come afferma con forza poetica il Salmo 8.

 

2)       L’essere umano, dunque, si coglie come un dono, e riconosce la sua superiorità sull’universo, così come scrive B. Pascal: “L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. (…) Quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla” (B.Pascal, Pensieri n.377).

L’uomo, dunque, supera il cosmo, ma anche tende a superare se stesso, e questo in triplice senso. Innanzitutto perché egli è “uni totalità”, cioè è una molteplicità unificata secondo un ordine interiore che ha un centro unificante spirituale. Per i credenti è Cristo. Inoltre, l’uomo è un individuo-persona, vale a dire è un essere unico e irripetibile ma in relazione con gli altri e con il mondo: è dentro a questa relazionalità che la persona raggiunge se stessa e cresce, mai in modo isolato. Infine, la persona si trascende, cioè è aperta al di sopra di sé verso una realtà che lo sovrasta ma lo abbraccia e lo sostiene. Egli avverte che supera se stesso e che il suo compimento è fuori di sé.

 

3)       Per tale ragione si può dire che l’uomo è desiderio, cioè tensione verso l’Assoluto, desiderio che assomiglia ad una ferita che solo l’Eterno può sanare; che diventa nostalgia di un Mistero che lo trascende, e che sente essere la sua vera casa. Solo l’Eternità è il senso del tempo.

Questo “paradosso” metafisico pone all’uomo delle domande radicali che riguardano non tanto il significato delle singole azioni, ma il senso della sua vita, di se steso, della sua identità profonda e complessiva. La domanda esistenziale della coscienza riguarda non solo l’uomo, ma tutta la creazione: in lui l’universo prende voce: da dove vengo e dove vado? Si tratta dell’origine e del destino: senza, l’uomo è un vagabondo senza meta, anziché un pellegrino verso un destino. Scopriamo così che l’uomo è una creatura di “confine” tra terra e cielo, creato finito ma fatto per l’Infinito, è un mistero per se stesso e, come afferma il Concilio, “La creatura, senza il Creatore, svanisce”. (Concilio Vaticano II, GS 36).

 

 

  1. LA FEDE  IN  GESU’  CRISTO

 

Gesù

  • “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16)
  • “Volete andarvene anche voi? Pietro rispose: Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 67-70)

 

André Gide

  • “Non perché mi sia stato detto che tu sei il figlio di Dio ascolto la tua parola; ma la tua parola è talmente bella, al di sopra di ogni parola umana, che io credo che tu sei il Figlio di Dio!” (Rel. 14)

 

Riflessioni

 

1)       La fede è la risposta a un Tu che ci chiama per nome; che ci chiama ad uscire da noi stessi (esodo) per andare con Lui. E’ la chiamata di un Tu che è avvolto dal mistero, che non è oscuro ma più grande di noi, che non ci schiaccia, che ci supera e che ci  abbraccia. La fede è un rapporto non con una idea o una presenza, ma con una Persona viva.

 

2)       La fede vede nella misura in cui cammina, cioè si coinvolge per sperimentare il Tu di Dio che è Cristo (cfr A. Gide).

L’episodio in cui Pietro e Giovanni corrono per vedere se la tomba fosse veramente vuota come avevano detto le donne, è emblematico. Il Vangelo dice con assoluta sobrietà che Giovanni entrò nel sepolcro “e vide e credette!”. Nel correre verso la tomba vediamo il cammino della fede: quanto più è lungo e arduo, tanto più cresce il desiderio del cuore. L’amore di Giovanni per il Maestro non condiziona lo sguardo dell’Apostolo, ma lo rende più pronto e acuto, capace di andare oltre i segni del Risorto, docile al loro linguaggio. Il correre di Giovanni non è un pigro andare, ma è pronto e veloce, esprime non solo un movimento fisico, ma un rapido cammino interiore che tocca i sensi ma arriva allo spirito, segna la mente, i sentimenti, il cuore.

L’affermazione evangelica – “vide e credette” – non solo racconta quanto è accaduto al sepolcro dopo la corsa col cuore in gola, ma anche, nella sua sostanza, quanto accade sulla via di Emmaus con i due discepoli, fuggiaschi disperati da Gerusalemme, e sul lago di Tiberiade con i discepoli grazie a Giovanni, sentinella vigile e araldo di Gesù: “E’ il Signore!”. Il dinamismo interiore è identico, la fede e l’amore  intrecciano i loro cammini e l’anima vede e riconosce il Risorto.

 

3)       L’uomo è fatto per Dio che ne è la causa creante, esemplare e finale: veniamo dal cuore della Trinità, siamo plasmati sul modello del Figlio Unigenito, e camminiamo verso la Meta che è la vita eterna. L’essere umano, però, non ha compreso questo, non si è fidato, e si è messo a dialogare col Maligno, il Divisore. Il peccato d’origine è il “punto di rottura” che si verifica nella storia del mondo, che ha immesso il disordine, ed è causa di ogni male compresa la morte fisica.

Ma il Creatore non si è “arreso”, e ha ricominciato da ..  se stesso! Il Verbo  eterno di Dio (il Logos) assume la nostra carne mortale e dà la vita sulla croce affinché noi avessimo la vita divina: è questo il “punto di non ritorno”. Affinché l’umanità capisse che siamo fatti per Dio, Dio si è fatto per noi e ha mostrato all’intera creazione il suo disegno d’amore. Nella umanità del Figlio Unigenito ci ha fatto vedere e toccare con mano la verità dell’uomo, la sua libertà, la sua dignità e bellezza. Quindi la sua felicità.

Per tale ragione, il Concilio Vaticano II afferma che “Cristo, che è il nuovo Adamo, rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo, e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22).

 

  1. LA GIOIA  DELLA  FEDE

 

San Paolo

  • “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia a nota a tutti. Il Signore è vicino!” (Filippesi, 4, 4-5)

 

Friedrich  Nietzsche

  • “Migliori canzoni dovrebbero cantarmi per insegnarmi a credere nel loro Salvatore; più redenti dovrebbero apparirmi i suoi discepoli!”(Così parlò Zarathustra, Mursia 1972, pag 85)

 

  • “Ogni gioia vuole essere eterna”(…) La gioia vuole di tutte le cose l’eternità, profonda eternità” (id’ pag 279)

 

Riflessioni

 

1)       La gioia evangelica non è quella del mondo: questa è prodotta dalle soddisfazioni immediate, dai successi, dalle cose…,, quella nasce dal Vangelo che è Cristo, la Parola fatta Carne. Le gioie terrene, se nascono da cose buone, non sono inconsistenti e senza valore, ma non sono al riparo dalle circostanze fluttuanti e passeggere. La gioia della Fede, invece, ci fa partecipare alla gioia di Dio che è assoluto. Quando la Liturgia, al termine della Santa Messa, dice la formula del comminato “La gioia del Signore sia la nostra forza”, è spontaneo chiederci come sia possibile che la sua gioia diventi forza per noi: dobbiamo ricordare, però, che la gioia di Dio è ciascuno di noi, è amarci, è salvarci dal male del peccato e dal buio della morte. Ecco la nostra forza.

 

2)       San Paolo ripete ai cristiani: “Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto: rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini! Il Signore è vicino” (Fil 4, 4-5).

Sapersi amati dall’Amore, guardati e accompagnati da Colui che tutto vede e che conosce le profondità del nostro cuore, è la ragione di una letizia possibile anche nelle prove e nei dolori dell’esistenza; è possibile mentre portiamo il fardello quotidiano; è possibile nelle croci inevitabili che la vita e gli altri ci possono causare; è possibile perfino nelle croci che a volte siamo noi per noi stessi. Si può vivere senza comodità, ma non si può vivere soli. Quanta parte di umanità ce lo insegna!

  1. LA FEDE   DONO   E   COMPITO

 

Gesù

  • “Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20)

 

San Giovanni Paolo II

  • “ La Chiesa è missionaria o non è (…) La fede si rafforza donandola” (Redemptoris missio 1990)

 

Riflessioni

 

1)       La fede è un dono di Dio.

E’ un dono da desiderare, cercare e invocare: “Gli apostoli dissero al Signore. aumenta la nostra fede!” (Lc 17,5). Non è dunque solo un dono, ma chiede anche un movimento interiore, una ricerca che esprime un coinvolgimento personale, una libertà da pregiudizi, da condizionamenti. Chiede la disponibilità a cambiare qualcosa del nostro modo di vivere: pensieri e abitudini.

C’è da chiedersi se ogni giorno ringraziamo il Signore per il grande dono della fede, oppure se è diventata qualcosa di scontato, di ovvio, quasi un’ abitudine per alcuni momenti della vita e giorni dell’anno. La consapevolezza del dono deve essere sempre richiamata e rinnovata affinché non cada nell’oblio di una cattiva abitudine, nella penombra insignificante del nostro vivere.

 

2)       La fede è compito.

La fede è cosa viva, non si può chiuderla in luogo sicuro per non perderla: non è un oggetto, ma è rapporto con Lui. Come tutto ciò che è vivo, chiede di essere custodito e coltivato, e questo si chiama “vita spirituale”. La vita spirituale è vivere secondo lo Spirito di Gesù; la vita spirituale è un cammino verso la santità alla quale tutti siamo chiamati. Il Battesimo ha impresso nell’anima il volto di Gesù, l’Unigenito del Padre: nel Figlio siamo diventati figli di Dio.

La santità è lasciar emergere, nel tempo, il volto di Gesù che è in noi, è diventare icona del Volto, è lasciar trasparire la sua bellezza. Ciò richiede la nostra partecipazione, la risposta quotidiana al dono ricevuto e al compito affidatoci, sapendo che non siamo soli, ma con noi vi è la sua grazia, i doni dello  Spirito, la sua luce e la sua forza, sapendo che “nulla è impossibile a Dio”.

La lettura quotidiana della Parola di Dio plasma le nsotre menti secondo il suo pensiero; la preghiera personale nutre l’intimità del cuore a cuore; la celebrazione della divina Eucaristia ci porta sulle ali dello Spirito nel grembo della Trinità per unirci al sacrificio di Gesù che è fiducia obbediente al Padre; l’adorazione eucaristica ci fa vedere l’invisibile che sostiene il mondo sensibile, e ci riconduce alla realtà di creature fragili e amate; il sacramento della riconciliazione perdona i peccati e ci restituisce alla nostra bellezza; la conoscenza dei Maestri dell’anima e dei Santi, nostri modelli e amici. Tutto questo chiede spazi di tempo, di non aver paura del silenzio e di momenti di solitudine, poiché questa solitudine non è vuota, ma è abitata da Dio.

 

3)       La fede è missione.

La fede custodita e coltivata è la sorgente dell’agire cristiano, delle opere dell’amore verso i fratelli e il mondo: fuori da essa il bene diventa uno sforzo della volontà, anziché il farsi visibile dell’ Amore che ci ama. Per questo le opere di misericordia, il farci samaritani della storia, non può essere solo un’opera etica, bensì religiosa, anzi “cristica”: dev’essere, cioè, il dilatarsi, tramite noi, della presenza di Cristo che continua la sua opera di salvezza nella storia. Questa consapevolezza alimenta il desiderio che coloro che ci incontrano non vedano solo la mano tesa, ma in trasparenza il volto di Gesù.

Ma questo non basta ancora. La testimonianza è completa se l’agire cristiano è illuminato dalla nostra parola, dal perché del modo di vivere che – pur identico a tutti – in alcune cose è diverso. La visione della vita cristiana ha qualcosa di specifico e di talmente bello da essere attraente e desiderabile. In altre parole, se la differenza cristiana non è vista ed esplicitata, la stessa coerenza della vita può risultare incomprensibile, o una scelta equivalente ad altre.

Appartiene alla missione di evangelizzare, anche il compito di pensare la fede, cioè di tradurla in cultura affinché possa animare le realtà temporali con la luce di Cristo. “Dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” non significa confinare la fede nel privato, ma riconoscere che il Vangelo conferma tutto ciò che di buono vi è nell’ esperienza umana universale, e tutto eleva nella luce della grazia. La “città di Dio” non oscura la “città dell’uomo; al contrario, la costruisce nella sua verità per il bene di tutti. Anche per questo, come dicevano gli Apostoli, non possiamo tacere ricordando le parole di Gesù:

 

“Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Questa è l’opera di Dio: credere a Colui che Egli ha mandato” (Gv 6, 29).