Amore pastorale come radice dell’identità del sacerdote e risposta alle sfide contemporanee

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Relazione tenuta a Cracovia alla Conferenza Internazionale su Giovanni Paolo II, a 40 anni dall'elezione a Sommo Pontefice
17-10-2018

Cari Confratelli nell’Episcopato, nel Sacerdozio e nel Diaconato

Autorità

Cari Fratelli e Sorelle

 

È un onore partecipare alla Conferenza Internazionale su ‘San Giovanni Paolo II, che ha cambiato il volto del mondo’, a quarant’anni dalla sua elevazione al Sommo Pontifcato. Ringtrazio il Pastore di questa Arcidiocesi, S.E.Mons Marek Jedraszewski, per il fraterno invito, S.Em il Card. Stanislaw Dziwisz, e tutti i presenti.

Mi sono state chieste alcune considerazioni sul ruolo del Sacerdote nel mondo contemporaneo alla luce dell’Esortazione Apostolica ‘Pastores dabo vobis’, con particolare riferimento ad alcuni numeri del Documento. Riconosco che – quanto più leggo l’Esortazione – tanto meglio ne vedo l’urgenza.

 

  1. Attualità dell’Esortazione Apostolica

Proprio da qui desidero partire. Perché – dopo 26 anni – il Documento mantiene la sua attualità? Non è forse cambiato il mondo? La pastorale non richiede un’altra figura di prete? La mia risposta è semplice: quanto più il mondo sta cambiando, tanto più dobbiamo guardare a Cristo. Le mutazioni nel modo di pensare, di sentire e di vivere, investono e travolgono tutto; vogliono modificare anche l’identità sacerdotale ed ecclesiale: si cerca di ridurre la Chiesa ad una ONLUS e i sacerdoti ad operatori sociali. Lo scopo di questa operazione non è nascosto, almeno nei Paesi occidentali dove da anni si sostiene questa idea: voi Pastori siete esperti nella solidarietà umana, dedicatevi a questa sulla quale tutti siamo d’accordo, ma non occupatevi del modo di pensare della gente e dei suoi comportamenti. In sintesi: fate la carità, ma non parlate di verità. Se noi uniformassimo il nostro ministero in questa direzione, so per certo che molti ci coprirebbero d’oro! E’ evidente che, se la Chiesa tace, altri possono parlare più agevolmente per condizionare la cultura, con l’intento di destrutturare l’umanità dell’uomo, di renderlo smarrito e fragile, quindi più esposto alle manipolazioni. Mi sembra che si potrebbe riassumere così: seminare confusione per disorientare l’uomo e riorientarlo ai fini di chi ha interessi di economia e di potere; sciogliere l’uomo per manovrarlo, farne una ‘cosa’ di cui disporre.

 

  1. Il secolarismo e la questione della fede

Parlando di speranze e di ostacoli nell’annuncio del Vangelo, Giovanni Paolo II scrive che ‘cadono pregiudizi ideologici e chiusure violente all’annuncio dei valori spirituali e religiosi, mentre sorgono nuove e insperate possibilità per l’evangelizzazione e la ripresa della vita ecclesiale in molte parti del mondo’ (Pastores dabo vobis 6). A distanza di tempo, ci chiediamo quale sia la situazione oggi, se corrisponda ancora a questa lettura. A me pare di sì, ma con una considerazione complessiva. Il nostro tempo è segnato dal secolarismo che il documento descrive in modo incisivo affermando che oggi ‘la vita – anche nei suoi momenti più significativi e nelle sue scelte più decisive – viene vissuta come se Dio non esistesse’ (id 8). A distanza di 26 anni, il secolarismo è ulteriormente dilagato e – come una nube tossica – assedia e si infiltra ovunque, cambiando l’alfabeto dell’umano.

Il secolarismo è una forma molto raffinata di quell’ateismo pratico di cui parlava già allora il santo Pontefice: ‘Non c’è più bisogno di combattere Dio, si pensa di poter fare semplicemente a meno di Lui’ (id 7). Con altre parole Cornelio Fabro diceva: ‘se Dio c’è, non c’entra’!

La questione centrale oggi, nel nostro occidente, è dunque la questione della fede: oggi più ancora di ieri. Se la fede langue la vita cristiana diventa moralismo sterile e pesante, e la Chiesa perde se stessa, si riduce ad altro, ad una burocrazia filantropica. E’ questa la ragione per cui il cristianesimo è sfidato sulla fede: si vuole portare il Vangelo sul piano dell’ umanismo senza la vita della grazia. Per questo – tra i molti compiti della pastorale – quello della fede è il più decisivo. Infatti, ‘L’esistenza cristiana – leggiamo – è vita spirituale, ossia vita animata e guidata dallo Spirito verso la santità o perfezione della carità’ (id 19).

Mi viene alla mente l’inquietante domanda di Gesù: ‘Quando il Figlio dell’uomo tornerà sulla terra, troverà ancora la fede?’ (Lc 18,8). Cari Amici, è una domanda cruda e diretta che non ammette distrazioni. Cristo ci interroga perché non dobbiamo essere superficiali, ma neppure complicare i problemi. Ci vuole ricordare una verità teologica e pastorale: ogni pastorale o trova il suo fondamento nella dottrina oppure segue le suggestioni del momento. La Chiesa, infatti, cresce dall’interno verso l’esterno, non viceversa: e ciò richiama il primato dell’unione con Cristo. La fede ha al centro Gesù Cristo, e se la Chiesa si allontanasse da Cristo, gli uomini si allontanerebbero da lei! Mi sembra questo il primo messaggio che la domanda di Gesù dona a noi. Ma ne contiene altri due. Il primo è che la fede non può estinguersi sulla terra, poiché Gesù è risorto, e il suo Spirito è all’opera. Il secondo è che la fede può indebolirsi e ridursi a minoranza in alcuni punti della terra, ma si accende e cresce in altri. Le comunità cristiane possono ammalarsi, ma possono anche guarire. Possono diventare anemiche fino alla irrilevanza, ma altrove prendono vigore e si espandono. Ecco perché alla domanda del Maestro possiamo rispondere: sì, alla fine del mondo la fede ci sarà ancora!

 

  1. Sotto la superficie, la vita

Ma, mi chiedo, il nostro popolo è davvero convertito a questa mentalità? Vive secondo questa forma di totalitarismo ideologico in veste di liberazione e di umanesimo adulto? Mi sembra innegabile – nonostante la massiccia propaganda secolarista – che la vita si svolga ancora con criteri cristiani o vicini al Vangelo. E’ noto che la schiuma del mare porta alla luce il peggio, ma non è tutto il mare: sotto la superficie della cronaca, della cultura di moda e dei maestri di turno, la vita brulica: come pastori conosciamo la vita sana di tanta gente che vive con semplicità ed eroismo la vita quotidiana, gli affetti, la famiglia, l’educazione dei figli, la cura dei malati e degli anziani; vive con serietà il lavoro, cammina a testa alta non per presunzione ma per onestà. Nel fondo del cuore umano abita una nostalgia di Infinito; per questo possiamo dire che il migliore alleato del Vangelo non sono l’organizzazione, le risorse, la cultura dominante, l’appoggio politico, ma l’uomo. E per tale ragione non possiamo disperare mai. Non sappiamo quanto durerà la metamorfosi antropologica in atto, né fin dove giungerà, ma è certo che quel senso di incompletezza che ogni uomo avverte in se stesso non potrà mai morire né essere ucciso.

 

  1. L’identità sacerdotale

La tentazione può essere quella di rincorrere il mondo nel tentativo di convertirlo, ma il risultato di questa ingenuità è quello di essere noi ad adeguarci alla mentalità secolare: si può ottenere plauso per noi, ma non fede nel Signore. Quanto più la cultura è cangiante, tanto più dobbiamo guardare a Gesù, poiché quello che siamo lo troviamo in Lui non altrove: l’identità sacerdotale, infatti, è una realtà relativa, cioè in relazione a Cristo buon Pastore, non ad altro. Lo vediamo nel Vangelo: i Dodici diventano Pastori non solo perché sono chiamati dal Maestro, ma perché guardano a Lui che è il grande Pastore. Gesù – dopo una notte di preghiera – sceglie dodici uomini ‘perché stessero con Lui’: li invita a dimorare con Lui, ad entrare nell’intimità della sua amicizia, a prendere parte al suo mondo interiore; li chiama uno ad uno e li invita ad arrendersi al suo amore. Il testo evangelico prosegue: ‘E anche per mandarli a predicare’ (Mc 3,14-15). Quella piccola parola ‘anche’ segna una priorità decisiva tra ‘lo stare’ e ‘l’andare’.

 

  1. Stare per poter andare

Vorrei fare due considerazioni su questo punto.

1) Innanzitutto lo stare con Gesù non è solamente una scuola di pastorale – un imparare dei principi, delle verità, dei criteri – ma è anche un ‘prendere forma’ interiore. Si può dire che Gesù, mentre li chiama a stare con Lui, li plasma nella loro umanità come – in un certo senso – l’artista plasma la creta. In quest’opera di formazione anche Gesù deve fare i conti con la libertà e le peculiarità di ogni apostolo. La storia è nota. Ma, in questo dimorare con il Maestro, nel lasciarsi lavorare da Lui, essi diventano simili a Gesù nel modo di pensare, di sentire il mondo, di agire: diventano ‘immagine viva e trasparente di Cristo sacerdote’ (id 12). Ma, ad un certo momento, il rapporto con Gesù si invera a tal punto da toccare non più solo la somiglianza, ma l’essere dell’ uomo, diventa un ‘legame ontologico specifico che unisce il sacerdote a Cristo, sommo sacerdote e buon pastore’ (id 11), così da poter agire efficacemente nella sua persona. Risiede qui l’identità sacerdotale: tenere ferma e chiara l’identità che Cristo ci ha dato è la prima risposta alle sfide contemporanee. In un clima di programmata confusione, il primo modo per starci in mezzo in modo costruttivo è sapere quello che si è. A volte si ritiene che riconoscere la propria identità sia segno di arroganza e di distacco, mentre invece condividere la confusione esprime vicinanza. Si sente dire che noi abbiamo la pretesa di possedere la verità, invero è la verità che possiede noi, e ci chiede di esserle fedeli nonostante le nostre debolezze.

2) Una seconda considerazione è questa: stare con Gesù è la condizione per andare a predicare. Nella mentalità segnata dall’efficienza, è facile che anche la pastorale sia vista come produzione di risultati, mettendo in secondo piano il fondamento e l’anima dell’apostolato. Un episodio evangelico significativo è la visita di Gesù nella casa di Lazzaro: il Maestro non rimprovera Marta perché lavora per dargli la migliore ospitalità, né rimprovera Maria perché non aiuta Marta nei necessari lavori. Tiene insieme le due situazioni, ma ne indica l’ordine intrinseco e dinamico: se – come scrive san Giacomo – ‘la fede senza le opere è morta’ (Gc 2,20) il pastore deve ricordare che la preghiera è la prima opera, e – nello stesso tempo – è principio e garanzia di ogni altra opera. La contemplazione e l’azione non si contrappongono, ma si richiamano: la contemplazione è fondamento dell’azione, e l’azione invera la nostra preghiera. Il criterio può suonare un po’ freddo e meccanico ma, in realtà, risponde alla dinamica che san Giovanni Paolo II riassume in modo efficace quando afferma che la vocazione sacerdotale è un a’dichiarazione d’amore’. Tutti sappiamo che l’amore dichiarato contiene la richiesta d’essere ricambiato con l’amore.

 

  1. La vocazione sacerdotale come ‘dichiarazione d’amore’

Qui entriamo in un punto non solo decisivo, ma anche delicato e urgente. Perché? Che sia decisivo è evidente: ‘Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito’ (Gv 3,16). Siamo nel cuore della fede cristiana: Gesù Cristo, Verbo incarnato, Salvatore del mondo, Pontefice per la vita eterna. Nel mistero della sua croce, Dio si volge contro se stesso per donarsi all’uomo e salvarlo. Egli rivela all’uomo il suo Principio e il suo Destino, l’Origine e il Fine; gli dona così un nuovo orizzonte, e con ciò la direzione essenziale del cammino. Ma la questione della vocazione come ‘dichiarazione d’amore’ mi sembra anche delicata e urgente per due ragioni.

1) In primo luogo, perché mi pare ci sia il rischio che si facciano avanti motivazioni proprie del mondo secolare: la realizzazione dei propri talenti, la soddisfazione delle aspirazioni personali, la selezione dei compiti preferiti, una sensibilità impiegatizia del tempo… Nella misura in cui questo è vero, si falsa l’itinerario formativo, ma soprattutto si vive il sacerdozio con prospettive sbagliate che creano distorsioni interiori e uno scontento ingiusto e pericoloso per il Pastore, il Presbiterio, la comunità cristiana. Anche il rapporto con i Confratelli e con il Vescovo – rapporto nel quale siamo costituiti presbiteri – ne risente, anziché aiutare ed essere aiutati si accrescono le fatiche interiori. In questa situazione, il servizio pastorale può essere anche intenso ma non è efficace, e soprattutto diventa sempre più stancante per il sacerdote: certe stanchezze pastorali non sono in realtà fisiche ma spirituali. E’ una questione di amore: se la vocazione è una dichiarazione d’amore, allora o la risposta è quella del nostro amore oppure tutto entra in una prospettiva diversa: solo l’amore, però, può animare la vita. E’ necessario pertanto sempre ‘ravvivare il dono’ che è in noi.

2) Vorrei aggiungere una seconda ragione: proprio perché la vocazione sacerdotale è una questione d’amore radicale, oggi si aggiunge una difficoltà che si respira nell’aria e che riguarda l’idea stessa dell’amore. Si pensa che l’amore sia emozione e sentimento: questi sono certamente elementi dell’ amore, ma non lo qualificano nella sua sostanza. L’amore – nelle sue diverse forme – non cerca se stesso, ma il bene dell’altro, diventa rinuncia ed è pronto al sacrificio: è dono di sé a prescindere dalla corrispondenza e dalla gratificazione propria. Mi sembra che la cultura induca a concepire l’amore in termini di gratificazione personale creando così difficoltà serie verso ciò che nel ministero pastorale non è gratificante. Si registra a volte una fragile resistenza rispetto a conflitti, incomprensioni, tensioni e delusioni che la vita in generale comporta. Anche l’insofferenza nei rapporti, a volte la fatica a perdonare gli altri – confratelli o laici – a dare fiducia, la facilità a ritenerci offesi per poco, a vivere nel ricordo di torti veri o presunti, o altro ancora, mostrano una umanità fragile sulla quale la preghiera non sempre incide in profondità. A mio parere, oltre che la necessità di una vita spirituale più profonda, è necessario rivedere quanto la dimensione dell’ amore sia radicata nello spirito, nella psiche e nel corpo.

 

  1. La carità pastorale

Emerge qui ‘l’amoris officium’, la ‘carità pastorale’, che costituisce un elemento portante del Documento: ‘la vita spirituale del sacerdote viene improntata, plasmata, connotata da quegli atteggiamenti e comportamenti che sono propri di Gesù Cristo capo e pastore della Chiesa e che si compendiano nella sua carità pastorale’ (id 21). Il santo Pontefice spiega: ‘Il contenuto essenziale della carità pastorale è il dono di sé, il totale dono di sé alla Chiesa (…) Non è soltanto quello che facciamo, ma il dono di noi stessi che mostra l’amore di Cristo per il suo gregge’ (id 23). Il sacerdote – costituito sacramentalmente capo e pastore – sa che guidare un popolo significa non spadroneggiare ma amare. Alcune considerazioni.

1) La vita spirituale del sacerdote è legata alla sua azione pastorale, come nel matrimonio è legata alla vita coniugale e familiare: ‘Ogni sacerdote (…) fruisce di una grazia speciale in virtù della quale, mentre è al servizio della gente che gli è affidata e di tutto il popolo di Dio, egli può avvicinarsi più efficacemente alla perfezione di Colui del quale è rappresentante’ (id 20). La coscienza della forza santificante e unificante del nostro ministero è da ricordare con crescente convinzione, affinché i doveri pastorali non siano visti come qualcosa di alternativo o addirittura di contrapposto al nostro cammino spirituale.

2) Dobbiamo avere coscienza che il primo atto della carità pastorale del pastore non è fare qualcosa per le anime, ma è lasciarsi fare da Dio, cioè è lasciarsi amare da Lui. Sarà possibile e vero l’amore per gli altri nel ministero nella misura in cui noi ci arrendiamo al Signore, cioè ci lasciamo amare.

3) Non è criterio di carità pastorale il consenso degli altri, bensì la fedeltà al deposito della fede custodito dalla Chiesa. La verità di Dio è amore, e l’amore è volere il bene dell’altro. Il bene di ognuno è corrispondere al disegno di Dio, a come il Creatore lo ha pensato: è questa la verità di ciascuno e in questo sta l’amore del Padre. Il Logos fatto carne ha rivelato la verità di Dio e la verità dell’ uomo: ‘tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui’ (Col 1,16). Temere di indicare l’altezza a cui il Signore ci ha portati e la meta della santità e della beatitudine eterna, tacere la verità, non è carità pastorale in nessuna circostanza storica e culturale. Già l’Apostolo l’aveva detto: ‘Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole’ (2 Tm 4,3-4). La redenzione – possiamo dire – nel senso pieno consiste nel fatto che la verità diventi riconoscibile, e ciò è possibile solo se Dio diventa riconoscibile: Egli lo è diventato in Gesù.

4) Il nostro tempo richiede un particolare atto di amore pastorale: suscitare le domande più radicali che – come si è detto – possono dormire ma non morire nella coscienza. La verità funzionale sull’uomo (come funzioni) è diventata visibile, ma la verità su lui stesso – su chi egli sia, da dove venga, per quale scopo esista, che cosa sia il bene o il male – questa è un’altra cosa. E di questa verità l’uomo è continuo cercatore anche quando non la cerca espressamente perché svogliato e distratto.

5) La carità pastorale richiede anche di rispettare noi stessi: Questo atto di rispetto si attua nel riconoscere ciò che Gesù ha fatto di noi, ‘strumenti vivi di Cristo eterno sacerdote’ (Pastores dabo vobis, 20). Quando, in nome dell’ incontro e della vicinanza, di fatto si abdica a questa straordinaria realtà e ci si adegua alla mentalità del secolo, potremo forse suscitare qualche simpatia umana, ma bisogna ricordare che lo scopo è avvicinare a Dio: ‘il sacerdote è l’uomo di Dio, colui che appartiene a Dio e fa pensare a Dio’ (id 47). Tutto di sé, la fede, le virtù umane e cristiane, sono finalizzate ad aprire alle anime la via di Dio. Anche l’indispensabile capacità di relazione e di collaborazione non ha come scopo lo stare bene insieme, ma facilitare l’accesso al Signore, alla sua Persona, al suo modo di vedere l’esistenza, di giudicare e di vivere. Il sacerdote – stando con la gente – sa che lo scopo vero è quello di far incontrare Gesù, di evocare la nostalgia per un mondo altro che – pur essendo invisibile – non nega il mondo sensibile, bensì lo abbraccia e lo eleva. Un mondo non abitato da numi da temere e da propiziarsi, ma da Dio che è Trinità, dalla Madonna e dai Santi, dagli angeli e dalle anime beate. E’ una compagnia che cammina con noi, che ci sostiene, che ci attende per la gioia eterna. Le chiese, le cappelle, le edicole, le immagini della nostra fede, fanno sentire che l’uomo non è solo nel pellegrinaggio terreno; è dentro a un grande fiume, ad un popolo che inizia nel tempo e si compie nel cielo.

6) La carità pastorale è ‘lasciarsi afferrare, quasi mangiare, dalle necessità e dalle esigenze del gregge. Queste ultime devono avere una giusta razionalità, e talvolta vanno selezionate e sottoposte a verifica’ (id 28). Le parole di san Giovanni Paolo II sono quanto mai puntuali: la carità non deve spingere il pastore a sciogliere se stesso negli altri, nei loro dubbi, nelle loro ombre, nella emotività esasperata, nel mondo fluttuante dei sentimenti, nei sofismi della ragione. Se così fosse, il pastore non potrebbe servire le anime, resterebbe impigliato: sarebbe come il sale che perde il sapore.

 

  1. Il roveto ardente e il cenacolo

Un’ultima parola. La carità pastorale chiama in causa la maturità affettiva: ‘ Nella verginità e nel celibato la castità mantiene il suo significato originario, quello cioè di una sessualità umana vissuta come autentica manifestazione e prezioso servizio all’amore di comunione e di donazione interpersonale’ (id 29). Prima che un richiamo alla necessaria e serena vigilanza sui cancelli del cuore, è opportuno porre l’attenzione sulla vita spirituale del pastore: essa è qualificata certamente dal servizio pastorale, ma sempre a partire da quello ‘stare con Lui’ che sigilla la chiamata dei Dodici. Il criterio più decisivo della nostra vita sacerdotale non è ciò che facciamo, ma ciò che siamo e quindi come facciamo i nostri doveri. Si può esprimere semplicemente così: sono contento di essere sacerdote? Sento la grandezza di ciò che Gesù ha fatto di me con l’ordinazione? Sono cosciente che la vicinanza umana alla gente non basta se non avvicina la anime a Dio? Il mio volto, le parole, le azioni pastorali, i comportamenti privati irradiano questa gioia? Se – nonostante le fatiche quotidiane – non viviamo la gioia di fondo, diventiamo introversi, malinconici, risentiti: idealizziamo situazioni di altri e ci allontaniamo dalla realtà. Facilmente allora si cercano compensazioni illusorie, ci si isola dal presbiterio, dalla vita diocesana, giudicando tutto in modo opaco e sfiduciato, ritenendo ogni iniziativa inutile, poco interessante, non rispondente alle proprie preferenze.

Senza il calore interiore il cuore umano non può vivere. Vale anche per i Pastori! E’ necessaria una continua conversione a Dio così come ci è venuto incontro in Cristo: è questo il cuore di ogni rinnovamento, non le strutture, le organizzazioni, i programmi. Il primato di Dio non è assicurato né dal credere in Lui se non si vive ‘di’ Lui, cioè se non si vive continuamente riferiti a Lui; né è assicurato dal lavorare per Dio se non si lavora ‘con’ Lui. Le opere di Dio, infatti, possono farci dimenticare il suo volto: per amare veramente gli altri e servirli, dobbiamo lasciarci amare da Gesù, altrimenti rischiamo di amare negli altri noi stessi, di cercare l’appagamento, di attaccarci a chi ci è grato e ci gratifica.

La nostra vita spirituale è innanzitutto un continuo consegnarci – come Gesù sulla croce – al Padre e alla sua volontà; è fare spazio alla grazia che ci trasforma in creature nuove, che dona un cuore di carne. Fuori da questo orizzonte, si entra nella logica cripto-pelagiana diffusa, per cui, in fondo, ci salviamo da soli con la nostra buona volontà. Ma così tocchiamo la nostra disperante insufficienza nella via del bene, il cuore si trova solo con se stesso, in un gelo interiore dove è difficile vivere: si andrà alla ricerca del tepore di fuochi fatui.

Si ritorna alla semplice parola di Gesù: ‘Ne scelse dodici che stessero con Lui’. Se il sacerdote non sta con il Maestro non andrà da nessuna parte, perché porterà solo se stesso; ma le anime non aspettano noi con le nostro doti, ma la grande Speranza, il grande Bene, la grande Gioia. Lo stare con Lui significa la messa quotidiana, la liturgia delle ore, il rosario, la meditazione e così via. Ma ciò non basta. Poiché la vocazione è una ‘dichiarazione d’amore’, e come tale chiede anche intimità, solitudine, cuore a cuore. Un’ immagine significativa è il ‘roveto ardente’ davanti al quale Mosè, a piedi scalzi, sosta in solitudine e si lascia trasformare. Mi pare che il punto più delicato stia qui. Intimismo? La dimensione personale non esclude quella comunitaria ma la sostanzia, così come quella comunitaria invera la preghiera personale.

La fraternità sacerdotale è necessaria anche per la maturità affettiva di cui parla l’Esortazione, una fraternità che si manifesta nelle forme concrete dell’esistenza e del ministero, ma che ancor prima deve alimentare l’umanità, la fede, la gioia della vocazione. Deve essere una fraternità matura: bisogna, infatti, saper stare soli per poter stare con gli altri e viceversa. L’incontro con i confratelli deve essere motivato non dalle cose da fare, ma da ciò che Gesù ha fatto e continua a fare di ciascuno, della sua vita e dell’apostolato. L’incontro e l’amicizia presbiterale devono innanzitutto aiutare a scorgere la presenza del Risorto per insieme lodarlo, e affidare a Lui il frutto del ministero, contenti di lavorare nella sua vigna. Allora ogni incontro sarà un ‘cenacolo’ dove il calore della fraternità sarà di stimolo e forza.

 

Cari Confratelli e cari Amici, il secolarismo – forma raffinata di totalitarismo – si presenta come il ‘nuovo mondo’, una specie di età dell’oro, una terra promessa finalmente raggiunta, che porta un’umanità moderna, emancipata, soddisfatta. Per contro, il cristianesimo è presentato come il ‘mondo vecchio’. Il cuore dell’uomo però sente nostalgia di qualcosa di diverso, di più alto e nobile: emerge qui la novità del Vangelo di cui abbiamo la grazia di essere ministri. Per questo possiamo dire a ragione che i sacerdoti non sono gli uomini del passato, ma i pastori del futuro, e che le comunità cristiane, con le loro difficoltà, non sono il tramonto, ma la promettente luce dell’alba. Grazie.

Card. Angelo Bagnasco

Arcivescovo Metropolita di Genova

Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee