A testa alta attorno a un tavolo

Omelia pronunciata in Cattedrale nella S. Messa per la Solennità di San Giuseppe
19-03-2015
 Arcidiocesi di Genova
Solennità di San Giuseppe, 19.3.2015
OMELIA
“A testa alta attorno a un tavolo”
Cari Fratelli e Sorelle,
La solennità di San Giuseppe ci raccoglie attorno all’altare per in un momento di riflessione e preghiera. Egli ha avuto il compito di custodire Gesù, il Figlio di Dio, e di mantenerlo con il proprio lavoro nell’umile casa di Nazaret, che ancor oggi testimonia la vita della famiglia e del lavoro. I tempi sono cambiati profondamente: alcune cose cadono ma altre restano. Tra queste, la famiglia e il lavoro: fuori da questi due cardini la persona si trova senza identità e dignità, sente di non contare per nessuno e di essere inutile. E’ lo sfascio non solo della persona ma anche della società; è in gioco non solo il benessere e l’economia, ma anche la coesione di una città e di un Paese.
1. A che punto siamo? Sembra che i cattivi esempi, che ogni giorno escono da una specie di vaso di Pandora, se accertati congiurino per deprimere il popolo degli onesti. Quasi a volerlo spingere alla resa rispetto ad una vita laboriosa e a testa alta. Ma così non deve essere e non sarà. Noi conosciamo la gente semplice delle nostre contrade, e siamo certi che – con la dignità rude e solida che l’accompagna – non cederà, e tirerà diritto per la via dei padri: abituati al lavoro duro del mare e della terra ligure, i nostri avi si sono guadagnati la vita per mantenere le proprie famiglie e per fare grande Genova. Sono convinto che – nonostante difficoltà e prove dentro e fuori della Città – ce la possiamo fare non solo a resistere alla tentazione del malcostume, ma anche a rinascere e ad imporci a chi ci guarda forse con sufficienza e diffidenza.
Ma dobbiamo cambiare qualcosa e presto. Le virtù dei padri non devono essere solo lodate, ma imitate: il risparmio – ad esempio – non deve diventare accumulo inerte, ma investimento; la prudenza non può diventare freno e immobilismo – abbiamo fatto sempre così …non si sa mai! – ma rischio e intrapresa; le eccellenze produttive non possono restare delle isole gelose e incomunicabili, ma dei punti stimolanti per fare reti, per creare sistema. Continua, implacabile, l’azione di depauperamento del tessuto produttivo legato al territorio: è vero che ci sono situazioni da sanare e nuovi mercati da conquistare. Ci chiediamo però se vi sia un progetto, un disegno d’insieme che permetta di affrontare i problemi in modo articolato e prospettico. Altrimenti si rischia – senza volerlo – di tappare dei buchi aprendo delle voragini. C’è dunque una visione del lavoro? Ci siamo messi attorno a un tavolo per parlare, pensare, proporre, forse sognare? Abbiamo fiducia gli uni degli altri, istituzioni, organizzazioni, privati? Il criterio per parlarsi è quello della furbizia e del sospetto, oppure quello di fare il bene della città e della gente? I mondi della finanza e dell’impresa si parlano con lealtà e collaborazione? Che cosa vogliamo che Genova sia? Genova è la nostra Nazaret, cioè la nostra casa e la nostra famiglia!
2. Sappiamo bene che dobbiamo fare i conti con il mondo globale del lavoro, delle comunicazioni, degli scambi e delle culture; sappiamo che oggi è importante avere possibilità di esperienza e spesso anche di lavoro all’estero. Ma, ci chiediamo, è veramente un destino fatale che i nostri giovani debbano emigrare e arricchire di intelligenza e di cuore altre parti del mondo? E’ proprio inevitabile che Genova resti spopolata di gioventù? Non è vero che i giovani guardino fuori con allegria e a cuor leggero! Quanti di loro mi dicono che ritornerebbero volentieri se potessero!
Con loro dobbiamo essere esigenti, ma anche dobbiamo dare fiducia e opportunità. Il loro entusiasmo – a meno che non siano già vecchi a venti, trent’anni – immette linfa e freschezza nel tessuto lavorativo; la loro inesperienza provoca salutarmente chi è più avanti negli anni e nella professione.
In questi giorni prepasquali, visitando le aziende, i capannoni, gli uffici, le ferrovie … sento la temperatura delle imprese. La temperatura è una realtà invisibile, ma è la più concreta. E’ più importante anche dell’abbondanza dei mezzi e del livello tecnologico più avanzato: si tratta del clima che si respira. Il clima è dato dal livello di fiducia che circola tra i lavoratori: se questa temperatura è alta subito si avverte, e le difficoltà si affrontano con forza e coraggio. Quando i responsabili aziendali, i singoli, le associazioni di categoria, riescono ad alimentare questo bene invisibile allora, compatti, si diventa capaci di qualunque sacrificio perché si guarda avanti, alla meta, e insieme si lotta per l’aggiungerla. Questa temperatura l’ho sentita da molte parti: ho ringraziato il Signore e i lavoratori che, anche cosi, mi confermano ciò che mio padre operaio, e mio nonno scaricatore in porto, mi hanno tramandato con l’esempio. Senza la fiducia che ci lega gli uni agli altri, ognuno si sente smarrito e solo, lo sguardo si restringe sul proprio particolare a prescindere dalla comunità di lavoro; viene meno il senso di appartenenza e ognuno è divorato dalle proprie preoccupazioni slegate dagli altri. Sappiamo che le centrali oscure del potere mondiale vogliono disgregare ogni senso di appartenenza sociale, culturale, religiosa, coscienti che nell’appiattimento e nell’isolamento generale si manovra meglio. Ma non per il bene del popolo!
San Giuseppe ci illumini, lui che ha lavorato guardando a Gesù e alla sua sposa la Vergine Maria. Ognuno, come lui, guardi con fiducia Dio e la propria famiglia e, insieme, la nostra Città e la propria azienda: anch’esse fanno parte della nostra casa.
Angelo Card. Bagnasco