Catechesi per il Ritiro spirituale del Clero per il tempo di Avvento

Catechesi tenuta in Cattedrale per il Ritiro spirituale del Clero per il tempo di Avvento

Siamo all’inizio di un nuovo anno liturgico, vorrei affidare alla nostra preghiera, riflessione e condivisione un tema che mi sta a cuore, ovvero la fraternità tra i ministri ordinari, in modo particolare tra i presbiteri.

Si tratta di pensieri ad alta voce, niente di sistematico o esaustivo. Nel parlare di fraternità presbiterale c’è un primo rischio, quello di descrivere una cosa bella in modo idealistico; credo che l’unica strada sia quella del Vangelo. Nella scrittura non ci sono fantasie, ma uomini e donne che si fidano di Dio; non ci sono programmi, ma promesse che Dio realizza. Non siamo chiamati a fare tanti programmi, siamo piuttosto chiamati a inseguire e percorrere le promesse che Dio realizza. Dio realizza le sue promesse, nei modi e nei tempi che decide. Il compito di ciascuno è riuscire a cogliere queste promesse, facendo fare a Dio tutto il resto.  Una prima domanda: c’è una promessa anche per me e per noi riguardo alla fraternità?

Un altro rischio è quello di pensare che la fraternità presbiterale sia nello stile dello stare insieme dei religiosi. Certamente ogni stato di vita può essere di ispirazione agli altri, ma ognuno deve cercare il suo modo di declinare valori e esperienze. Credo di non poter dire io come realizzare la fraternità sacerdotale, perché dovrebbero essere realtà che nascono e si sviluppano ‘dal basso’. Come Vescovo sarei molto felice che i miei sacerdoti facessero esperienze di fede insieme, lo considero un punto cruciale, anche perché un’esperienza di fede senza il fratello semplicemente non esiste. Stiamo vivendo un tempo di Chiesa molto bello e complesso, siamo in un kairos, è vero, con il rischio di sentirci inadeguati. Sui sacerdoti grava un carico di aspettative enormi e le aspettative, personali e di gruppo, se assecondate uccidono il discernimento.

C’è nella chiesa una santità diffusa, spesso nascosta, che forse non riusciamo neanche a quantificare. Penso che tutti voi nelle vostre comunità cristiane abbiate presenti uomini e donne davvero santi e sante. Tutti noi ne conosciamo, pensiamo solo a un ultimo esempio, quello di Carlo Acutis.

D’altra parte sentiamo anche la fragilità del nostro stato di vita. Un prete o diacono che vive in mezzo alla gente si trova stretto tra due sentimenti: la sensazione dell’opportunità che questo tempo offre e dall’altra un senso di inadeguatezza personale e anche legata alle strutture nostre pastorali.

Convivono quindi nei nostri cuori la fragilità e la sensazione di avere un’occasione d’oro e fragilità. Siamo chiamati a metterli insieme. Di fronte a questo credo possa venire spontanea la domanda: “Che cosa dobbiamo fare?” A me pare che sia una domanda sbagliata, perché non c’è niente da inventare. E’ inopportuna anche la domanda “Chi vogliamo essere?”, perché non siamo chiamati a diventare nessuno. La domanda giusta credo sia “Di chi siamo?” Nella vita cristiana, infatti, l’appartenenza precede l’identità individuale. Io so chi sono se so di chi sono. E’ l’esperienza che ha fatto il popolo ebraico. Il popolo è di Dio e da qui deriva la sua identità, non è vero il contrario.

E’ questa la domanda che davvero ci coinvolge: “Di chi sono? A chi appartengo?” Ci sono di fronte a questo tema delle precomprensioni. La prima è la declinazione individualistica della salvezza: “Mi salvo io e mi salvo da solo!” Io credo che ognuno di noi è responsabile ‘in proprio’ di alimentare la lampada della fede, di coltivare il talento dell’amore di Dio; pensiamo sempre ai talenti come doti personali, ma dimentichiamo il talento favoloso che il Signore ci ha regalato, ovvero il suo amore. Certo nessuno può fare il mio cammino, ma la salvezza è un fatto di popolo. Io sono redento personalmente, ma sarò salvato insieme a coloro che Dio radunerà con me.

C’è forse un altro ostacolo: il rapporto prete-vescovo; su questo non posso tanto entrare in merito perché sono appena arrivato, ma credo che sia un tema sul quale bisogna soffermarsi, mi pare ci siano due rischi. Pensare il prete come a un vassallo a cui si dà qualcosa in sub-appalto, oppure pensare al Vescovo come il feudatario che reclama le vendite. Per uscire da questa precomprensione c’è solo la possibilità di declinare il ministero sul ‘noi’ e non sull’io.

C’è infine una terza precomprensione ossia la declinazione edonistica dello stare insieme; spesso siamo delusi dalle cose perché ci siamo illusi, spesso dalla fraternità, dalla collaborazione, dal trovare occasioni di stare insieme. Ci siamo forse accorti che dopo il Seminario, a fronte di tanti confratelli santi e fedeli, il presbiterio non è una tana calda, né un nido sicuro, né una scala mobile che mi porta in alto senza fatica. Siamo rimasti magari scandalizzati qualche volta, abbiamo subito ingiustizie, siamo stati oggetto di invidie immotivate. C’è da chiedersi: avevamo e abbiamo oggi una visione pasquale della fraternità, del presbiterio, dello stare insieme? Sapevamo che tutto ciò è segnato dalla logica della croce e della resurrezione? Diciamolo chiaramente: la fraternità presbiterale ha valore soltanto nell’ottica pasquale. Senza questa logica non c’è fraternità cristiana.

Ci sono poi alcune parole sulle quali vale la pena fermarsi.

Innanzitutto la parola ‘comunione’: la prima realtà da amare è la comunione tra Dio e le creature. Il Signore ci ha creato per la comunione, Cristo ci ha liberato dall’isolamento, il mio io cristiano è un ‘noi’. La comunione nasce dalla kenosi, noi non creiamo la comunione, ma piuttosto la riceviamo. Per cui dobbiamo incentivare la comunione che è una creatura dello Spirito, è il nostro destino, ma non è in mano nostra.

Poi certo ognuno di noi è chiamato a costruire comunità secondo le sue possibilità. La comunità e la fraternità a che cosa servono? Cito il Vangelo di Matteo, capitolo 18:

Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 

Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.  In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. 

E’ spiazzante questo testo, davvero straordinario; si accoglie la comunione che è un dono mettendo in atto due comportamenti: corresponsabilità della conversione e preghiera di intercessione. Perché fare fraternità? Per convertirsi e intercedere, per perdonarsi e pregare. Non è poco, e neanche scontato. Noi non stiamo insieme per organizzarci o farci compagnia, non siamo chiamati a fare fraternità per diventare pastoralmente efficaci. La comunione diventa reale perdonandosi e intercedendo. Questa forza deriva dalla Presenza.

Ci sono anche alcuni inganni o resistenze che ci possono creare problemi.

I padri greci insegnano che anche le cose più belle che lo Spirito ci dona possono al massimo convincerci mentalmente e intellettualmente, ma non diventano prassi perché intorno a loro si accampano quelli che chiamano ‘demoni doganieri’.

Che cosa fanno? Fanno passare i pensieri viziosi e inutili e bloccano quelli divini. I demoni doganieri sono tre: oblio, negligenza e ignoranza.

L’oblio è il gigante che ci fa dimenticare la ‘memoria Dei’: dimentichiamo da che cosa la grazia ci ha salvati e il rischio è quello di cadere nella superbia. Ci consuma anche la ‘memoria ecclesiae’, ossia la gratitudine per tutte le persone sante che ci hanno cresciuto, soccorso, perdonato. Nell’oblio dimentico che quello che sono oggi é il frutto di una comunità di credenti di cui ho ancora bisogno. L’oblio mi fa dire: “Me la sono sempre cavata da solo, è sempre stato così, tutto sommato gli altri non mi servono!” L’oblio è davvero uno di questi demoni che non permettono che il flusso dello Spirito arrivi nel mio cuore producendo una prassi; toglie la memoria della storia che Dio ha costruito con me.

Quante volte ringrazio Dio per questa storia? Non solo per le cose belle, per i momenti di dolore e fatica, di incomprensione e fallimento? Quanto so cogliere la bella storia che Dio sta facendo con me? La gratitudine verso tanti confratelli che hanno segnato il mio cammino senza che io pensi a loro e li ringrazi!

Un altro demone è la negligenza, è il gigante che apre all’accidia spirituale e relazionale. Il negligente sottovaluta la fedeltà al poco, magari nel nome di grandi ideali e magnifici programmi. Se l’oblio nasce dalla sottovalutazione della presenza di Dio nella storia, la negligenza nasce dalla mancanza di fede nella grandezza delle piccole cose e nascoste. Pensiamo magari: “Sono chiamato a cose grandi ma purtroppo con frustrazione devo occuparmi di piccole cose…”, ma il Vangelo non ragiona così!

Il negligente non coglie il valore enorme dell’incontrarsi, di fare una telefonata a un confratello, del fare un regalo …; in altre parole appartiene solo al presente, si sente vivo solo se passa da un colpo di scena a un altro. Quante volte sogniamo cose grandi e dimentichiamo la grandezza di quelle piccole!

Il terzo demone è l’ignoranza che ci fa appiattire sull’oggi. L’ignorante è chi non ha visione, non intercetta la traiettoria degli eventi; è l’antagonista del vigilante, ha sempre il terrore delle verifiche, delle messe in discussione che minacciano il suo quieto vivere. Pensa solo che ‘si è sempre fatto così…’. L’ignorante non sa leggere le cose nuove che Dio fa lievitare nel grembo delle antiche. Il demone dell’ignoranza scansa la domanda frequente di Gesù: “Che ve ne pare?” Gesù fa questa domanda ai suoi discepoli. Anche questo gigante minaccia l’edificazione della fraternità, tappando gli occhi dell’uomo sul futuro di Dio che è sempre declinato sul ‘noi’ e lasciando addormentati nella nostra piccola zona di comfort.

Ovviamente i padri trovano anche tre virtù da coltivare per imparare a vincere questi demoni: senza il fratello si é come privati della possibilità di essere corretti e di perdonare, di sopportare le umiliazioni e esercitare la carità.

All’inizio, come sappiamo, c’erano gli asceti che poi scelsero di riunirsi, ma non per idealismo, ma piuttosto per non cadere nelle illusioni. E’ facile credersi santi quando non si fa la fatica delle relazioni, credersi umili senza che nessuno ti umili. Si cade facilmente nell’illusione di essere santo, buono, umile?

I padri hanno scelto di riunirsi per non illudersi. Si sceglie la fraternità per fare verità!

Il primo atteggiamento di questa dinamica virtuosa è dettato dal verbo lasciare: so rinunciare alle mie idee, ai miei progetti, ai miei programmi? Chi non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere mio discepolo! Pensiamo alla capacità di fare un passo indietro di fronte ai confratelli. Pensiamo alla calunnia, diffamazione, è anche alla più ‘educata’ detrazione, quando parliamo dei confratelli; affermazioni del tipo: “Si è bravo, però…!” Dietro a quel però c’è la fretta di trovare qualcosa che non va, la sottile arte di svalutare l’altro senza fare la figura del mormoratore. Torno spesso nei miei interventi sulla pessima mania di avere ragione a tutti i costi. Un bene che non vogliamo che ci sia tolto neanche dal Padre eterno! Avere ragione a tutti i costi è più importante della relazione… quando mi sento offeso, pretendo che mi venga chiesto scusa e se non accade arrivo a chiudere la relazione … mi farei qualche domanda su questo atteggiamento! Si è disposti a tralasciare la relazione che è la cosa più importante che abbiamo.

Il secondo atteggiamento è legato al verbo cercare; per costruire la fraternità bisogna amare la solitudine con Dio, è un elemento fondamentale. Se la fraternità non nasce da una solitudine santa, si cercheranno gli altri come fossero dei surrogati, allora sono spinto a pensare che tutti devono apprezzarmi e valorizzarmi. Se manca la solitudine con Dio in qualche modo dovrò riempire questo vuoto! Il terzo atteggiamento è legato al verbo abbracciare; la vita cristiana è come percorrere il raggio di una ruota verso il centro: più mi avvicino al centro più si accorciano le distane tra i raggi. In altre parole, chi ha incontrato davvero la grazia di Dio Padre, ha buttato via l’utopia dell’indipendenza.

Voglio anche dirvi che non vorrei dare l’impressione di leggere la realtà soltanto attraverso la mia esperienza di frate francescano! La mia proposta riguardo alla fraternità presbiterale è consapevole delle differenze; la vita dei religiosi è una vita di comunità, mi pare di capire che la vita del presbitero diocesano è piuttosto nella chiesa locale e nella dedizione al santo popolo di Dio. Il prete fa famiglia con il Vescovo e il presbiterio, ma soprattutto nella vita quotidiana fa casa con la gente che gli é affidata. Non vi propongo certo di fare i frati, ma di considerare quanto un presbiterio segnato da un clima fraternamente evangelico possa rendere ancora ancora più bella la nostra Chiesa di Genova! E’ la sintesi di quello che ho cercato di dirvi attraverso questi pensieri ad alta voce come li ho definiti all’inizio e che affido all’inizio di un nuovo anno liturgico alla preghiera, condivisione e riflessione di tutti noi, perché sempre di più lo Spirito ci illumini su che cosa vuole dire alla nostra Chiesa di Genova.

Mons. Marco Tasca

Arcivescovo di Genova

Trascrizione non rivista dall’autore

26-11-2020