8° anniversario del crollo del Ponte Morandi. Commemorazione delle 43 vittime

14-08-2026

Cari familiari delle vittime,
Distinte Autorità civili e militari,
cari amici,

 

Ci ritroviamo ancora una volta in questo luogo della memoria. Il tempo che passa può insegnare a convivere con il dolore, ma non lo rende meno vero. Nessuna ricostruzione ha potuto ricomporre quanto in quel giorno si è spezzato: affetti, sogni, futuro, vita.

Oggi siamo qui perché la memoria non diventi abitudine, perché il ricordo continui a interrogare le nostre coscienze e perché il desiderio di giustizia non venga estinto. Le sentenze giudiziarie sono sommamente necessarie e costituiscono un imprescindibile passaggio per il riconoscimento delle responsabilità. Nondimeno, nessuna decisione umana potrà restituire perdite tanto grandi e sanare ferite tanto profonde.

Il richiamo alla individuazione delle responsabilità ci induce a considerare il ruolo di chi esercita compiti sociali, economici e politici.

Quest’anno ricorre l’anno giubilare francescano e mi viene spontaneo ricordare la lettera di Francesco d’Assisi Lettera ai Reggitori dei Popoli (Fonti Francescane 210-213), in cui egli rivolge a quanti rivestono responsabilità pubbliche un’esortazione tanto semplice quanto decisiva: “Non dimenticate il Signore”. Che cosa significa oggi questo invito?

Significa ricordare anzitutto che la vita non ci appartiene in modo assoluto. Il credente sa che essa è un dono di Dio, è preziosa e irripetibile, ma anche limitata. Il tempo che ci è dato per questo va speso con sapienza. Le energie sono limitate e non possono essere disperse nell’indifferenza, nell’improvvisazione o nella ricerca di interessi particolari e di scarso respiro. Le risorse a nostra disposizione vanno amministrate con lungimiranza e con giustizia.

 

Dimenticare il Signore significa, in fondo, dimenticare l’uomo. Significa lasciare che altre logiche prevalgano: il profitto che dimentica il volto di chi lavora, il calcolo che prevale sulla cura, la superficialità che sostituisce la vigilanza, l’interesse di pochi che oscura il bene di tutti. Quando questo accade, le tragedie, che recano il segno della responsabilità umana, si rivelano non soltanto il frutto di errori tecnici, bensì più profondamente l’espressione di crisi morali e civili.

Per questo l’invito di Francesco è di straordinaria attualità. Esso interpella anzitutto coloro ai quali sono affidate responsabilità politiche, economiche, amministrative e sociali. Ma riguarda, in realtà, ciascuno di noi. Ognuno, nel proprio ambito, è chiamato a custodire la vita degli altri attraverso la serietà del proprio lavoro, la rettitudine delle proprie scelte, la fedeltà ai propri doveri.

Comprendo, tuttavia, che, proprio in un giorno come questo, qualcuno possa domandarsi se non sia stato il Signore a dimenticarsi dei suoi figli. È una domanda che attraversa il cuore di molti e che la fede non censura. La Sacra Scrittura stessa conosce il grido di chi si sente abbandonato, ma ci consegna un messaggio di salvezza: nel mistero del dolore, Dio non resta distante. Egli agisce pure quando fatichiamo a riconoscerlo. Dio non condivide solo la sofferenza dell’umanità nella croce di Gesù, ma è presente anche nelle mani di chi soccorre, nella dedizione di chi cura, nella solidarietà di chi sfida egoismo e individualismo.

Anche questo abbiamo visto in questi otto anni e di ciò dobbiamo ringraziare il Signore e ringraziarci fra di noi. Questa dinamica di bontà non elimina il dolore, ma non gli riserva l’ultima parola.

Francesco d’Assisi, nella medesima lettera, invita poi coloro che governano a “rendere onore al Signore in mezzo al popolo”. Rendere onore a Dio significa onorare la dignità dell’uomo; tradurre il potere in servizio, l’autorità in responsabilità, la competenza scientifica e l’inventiva imprenditoriale in cura concreta del bene comune. È questo, peraltro, il nucleo della recente Enciclica di Papa Leone Magnifica Humanitas.

Che la memoria delle vittime continui a parlare alle nostre coscienze, rendendoci più vigilanti, responsabili, umili e uniti. E che da tale memoria possa crescere una città nella quale la cura della vita umana e del bene comune rappresentino sempre il primo criterio di ogni discernimento e scelta.

Grazie.

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