SOLENNITÀ della NATIVITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA
Patrono della città e dell’Arcidiocesi
24 giugno 2026
Cari fratelli e sorelle,
pace e bene!
E grazie per la vostra presenza nella solennità di San Giovanni Battista, patrono della nostra città e dell’Arcidiocesi.
Questa celebrazione ci offre l’opportunità di fermarci a riflettere insieme sul cammino della nostra comunità. È l’occasione per guardare con gratitudine alla storia che abbiamo ricevuto, per riconoscere il bene che ci è stato donato e per interrogarci sul futuro che siamo chiamati a costruire.
San Giovanni Battista, il nostro patrono, è il profeta che prepara la strada. Quest’anno abbiamo voluto valorizzarne in modo particolare la figura attraverso un percorso di preparazione spirituale che ha aiutato molte persone a riscoprire il messaggio e la testimonianza del Precursore.
Desidero ringraziare tutti coloro che hanno animato il Triduo di preparazione, i Canonici del Capitolo della Cattedrale, le confraternite, i volontari e quanti si sono impegnati nell’accoglienza dei fedeli e dei visitatori che in questi giorni hanno sostato davanti alle reliquie del Battista custodite nell’antica Arca processionale per un momento di preghiera e di venerazione.
Tra poco le ceneri del Precursore lasceranno la Cattedrale e attraverso le vie della nostra città arriveranno al Porto Antico, simbolo del lavoro e della vocazione operosa di Genova.
In questo cammino le reliquie saranno vicine alla gente, ai credenti e ai non credenti, genovesi e turisti, a chi partecipa con convinzione e a chi semplicemente osserva. Invocheremo la benedizione del Signore sul mare, sulla nostra città, sui suoi abitanti, sulle famiglie, sui giovani, sugli anziani, sui lavoratori, su chi vive momenti di gioia e su chi attraversa situazioni di fatica.
La voce di Giovanni richiama alla verità, ma apre sempre alla speranza. Per questo oggi desidero guardare alla nostra città con realismo, senza nasconderne le difficoltà, ma senza cedere allo scoraggiamento.
Con questo sguardo aperto, desidero condividere alcune riflessioni su Genova, sulle sue speranze e sulle sue sfide.
Genova, una città in salita. La “povertà silenziosa”
Genova è una città in salita. Lo è nella sua geografia, fatta di vicoli, di colline e di mare. Ma lo è soprattutto nella vita concreta di tante persone. Papa Francesco affermava che “La realtà è superiore all’idea”1. Su questo presupposto, non voglio oggi costruire discorsi astratti, ma partire proprio dalla realtà e dalla vita concreta delle persone.
E la realtà di Genova ci parla con chiarezza. Ci dice che Genova invecchia. La Liguria continua a essere la regione più anziana d’Italia e l’indice di vecchiaia ha raggiunto livelli che non hanno eguali nel nostro Paese. In questo scenario, si configura in maniera incisiva il tema della solitudine.
È una “povertà silenziosa”, che trascende le generazioni e oggi accompagna l’uomo in tutte le fasi della sua vita. Non è solo mancanza di compagnia: è perdita di legami, di senso della vita, di appartenenza alla società. Nel tempo della “cultura dello scarto”, chi non produce o non è efficiente rischia di essere dimenticato, o fatica a trovare il proprio posto nella società.
La solitudine infatti non è solo quella degli anziani. È anche delle persone che convivono con una disabilità e che troppo spesso incontrano ostacoli che limitano la loro piena partecipazione alla vita sociale. E, drammaticamente, è anche quella di molti giovani che, pur immersi in una comunicazione continua, sperimentano la difficoltà di costruire relazioni profonde e durature. Viviamo un tempo paradossale, dominato dalla tecnologia: siamo sempre più connessi, ma spesso ci sentiamo più soli.
Nella recente Enciclica “Magnifica Humanitas”, Papa Leone pone al centro l’uomo, la sua dignità e la sua vocazione a vivere relazioni autentiche. L’intelligenza artificiale è il contesto storico nel quale viviamo, dice il Papa. Fatte salve le straordinarie opportunità offerte dalle nuove tecnologie nei campi della conoscenza, della salute, della comunicazione, è decisivo per il futuro salvaguardare l’uomo dal “paradigma tecnocratico”2, che attribuisce agli algoritmi capacità di intervenire in processi decisionali che riguardano il lavoro, l’economia, la sanità, l’istruzione e la comunicazione.
La risposta cristiana alla solitudine è far circolare il calore delle relazioni, esprimere presenza, farsi carico. All’odierna precarietà delle relazioni umane dobbiamo opporre la bellezza di una società che si fa comunità, una comunità dove tutti possono portare il proprio contributo.
In questo senso, Genova possiede risorse straordinarie nel volontariato, nelle reti capillari di assistenza e solidarietà, nella presenza discreta ma fattiva di tante persone che ogni giorno si prendono cura degli altri.
Allora sì che le salite, quando vengono percorse insieme, allargano lo sguardo. Non chiudono, ma aprono. Non schiacciano, ma possono diventare cammino.
Guardare la città con realismo significa non nasconderne le ferite. Ma, nella prospettiva cristiana, significa anche riconoscere che ogni ferita può diventare luogo di cura e ogni crisi un’occasione di conversione comunitaria, perché il vero senso della vita, unico antidoto alla solitudine, si svela nella comunità.
La dignità della persona umana e la sua piena realizzazione
La cura degli altri implica necessariamente l’amore per la persona umana nella sua totalità. Oggi è importante recuperare lo sguardo sulla persona per riconoscerne la dignità e la sacralità. La vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, richiede degli aiuti che non vanno considerati costi, ma piuttosto investimenti. Investire sulla vita è costruire futuro, è coltivare talenti e creare le condizioni per una società più giusta e solidale.
Per questo il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla casa e alla partecipazione sociale non possono essere considerati privilegi riservati ad alcuni, ma espressioni concrete della dignità di ogni essere umano. A questo ci richiama Papa Leone nella Magnifica Humanitas3, quando afferma: «È importante vigilare affinché questa crescita nella coscienza della dignità umana non venga offuscata sotto la pressione di nuove ideologie o di determinati interessi molto potenti nel mondo di oggi». E aggiunge: «Tra queste ideologie ritengo particolarmente insidiosa quella che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti».
Sono parole che interrogano profondamente. Dobbiamo essere consapevoli che il valore della persona non dipende da ciò che realizza, da ciò che produce o dalla posizione che occupa. Ogni uomo e ogni donna possiedono una dignità originaria e inalienabile, che deriva dall’essere creati a immagine e somiglianza di Dio. Per questo siamo chiamati ad affermare con convinzione che esistono diritti che appartengono a ogni persona e che nessun criterio di efficienza, utilità o produttività potrà mai metterli in discussione o diminuirne il valore.
La solitudine di cui parlavo poco fa spesso si manifesta anche in occasione della malattia. Ma una società che non accompagna i propri cittadini nei momenti difficili della malattia o nel sorgere di una invalidità non può definirsi umana. Esistono malattie inguaribili, che presuppongono ugualmente la dimensione della cura, in modo che nessuno possa mai percepirsi come “vita inutile”! È l’”amore sociale” di cui parla Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli Tutti. È una dimensione che nasce da un cuore capace di leggere le difficoltà e le fragilità degli altri.
Ma il riconoscimento della dignità umana implica anche creare i presupposti affinché la vita possa realizzarsi pienamente, in tutte le sue fasi.
Il “mondo dei giovani”
Se degli anziani abbiamo già detto all’inizio, merita ora una attenzione particolare il cosiddetto “mondo dei giovani”.
L’Istituto Toniolo ha recentemente pubblicato il Rapporto Giovani 20255, che ci restituisce il volto di una generazione cresciuta dentro un tempo segnato da crisi profonde: la pandemia, le guerre, le incertezze economiche, la trasformazione tecnologica. È una generazione che ha sperimentato precocemente la fragilità del futuro. A questo si aggiunge la crisi demografica, che sta caricando sulle spalle dei giovani la responsabilità di sostenere sistemi pensati per un equilibrio demografico che non esiste più. I dati ci dicono che da molti anni, in Italia e in Liguria, il numero delle persone che muoiono supera largamente quello delle nascite. Una società che fatica a generare vita manifesta spesso anche una difficoltà più profonda: la difficoltà di credere nel futuro.
Infatti, sebbene il Rapporto Giovani evidenzi alcuni segnali incoraggianti — una forte domanda di partecipazione, il desiderio di contribuire al miglioramento della società e la ricerca di un lavoro capace di offrire anche realizzazione personale — non possiamo ignorare la distanza che ancora separa le aspirazioni delle nuove generazioni dalle opportunità concretamente offerte loro.
Molti giovani percepiscono che il proprio talento non trova adeguato riconoscimento. La difficoltà di accedere ad un lavoro stabile, la precarietà abitativa e l’incertezza economica finiscono per influenzare anche le scelte di ordine personale.
La relazione affettiva, che per i nostri giovani resta un dato importante, è spesso determinata dalle diverse condizioni degli stati di vita. Per i giovani con risorse elevate, le relazioni stabili appaiono uno spazio in cui costruire progetti; per chi è in condizioni economiche fragili o precarie la relazione di coppia diventa addirittura un impegno difficile da sostenere. Questa condizione non costituisce soltanto una barriera materiale, ma anche psicologica, e ingenera mancanza di fiducia nel futuro.
Per questo, dobbiamo impegnarci a sostenere politiche adeguate nella formazione dei giovani e nell’inserimento nel mondo del lavoro. Occorre anche attivare politiche che garantiscano contratti di lavoro più stabili, con retribuzioni giuste e dignitose. In Italia, infatti, quasi la metà degli “under 35” guadagna meno di mille euro al mese e ha contratti di lavoro precari6.
La rete delle parrocchie e delle associazioni presenti sul territorio, che costituisce una risorsa fondamentale per la nostra comunità, può contribuire a fare da ponte tra il mondo giovanile e le istituzioni. Essa può aiutare a far emergere la voce dei giovani, le loro speranze e le loro proposte, affinché non rimangano inascoltate, ma possano trovare spazio nei luoghi in cui si progettano le scelte che riguardano il futuro della città. Ascoltare i giovani e coinvolgerli nei processi decisionali non è una concessione, ma un investimento necessario per costruire una comunità più giusta, dinamica e capace di guardare lontano.
A questo proposito, merita una particolare attenzione il “Bando giovani” organizzato anche quest’anno dal Percorso diocesano di formazione socio-politica. Un’esperienza concreta, laboratoriale, che ha saputo stimolare i giovani a lavorare al miglioramento dei loro territori e dei loro spazi, impegnandosi attivamente nella società. Hanno partecipato gli studenti di 32 scuole che hanno presentato progetti reali per tutta la città. A conclusione del percorso, sono stati accolti e ascoltati dal Consiglio Comunale.
Resilienti nell’incertezza
Il 59° Rapporto Censis, pubblicato a fine 2025, ha rilevato che la società italiana, pur attraversata da crisi profonde e da una diffusa percezione di incertezza, ha mostrato una grande capacità di resistere, adattarsi e affrontare il presente. Tuttavia questa resilienza, sebbene preziosa, non basta da sola.
Le rilevazioni osservano che negli ultimi quindici anni la ricchezza reale delle famiglie italiane è diminuita e che tale diminuzione ha colpito soprattutto le famiglie economicamente più fragili e il ceto medio. Lo vediamo chiaramente anche nella nostra città. Accanto alle situazioni di povertà estrema e di grande marginalità, il ceto medio appare impoverito e vulnerabile. La principale causa, come emerge dal “Report 2025 sulla povertà rilevata dai Centri di Ascolto Vicariali” della nostra Diocesi, è il cosiddetto “lavoro povero” o non giustamente retribuito.
I dati di oggi ci confermano quanto detto lo scorso anno. A Genova la realtà dell’occupazione presenta alcuni segnali positivi, con circa 243 mila lavoratori, il valore più elevato degli ultimi anni. Nella nostra città e in Liguria il settore dei servizi – commercio, alberghi e ristoranti – rappresenta ormai la principale fonte di occupazione, accanto alle attività portuali, logistiche, industriali e turistiche.
Questi numeri raccontano dunque una città che continua a lavorare, a produrre e a mettere in campo energie importanti. Tuttavia, non possiamo ignorare le fragilità che ancora persistono e che rischiano di frenare le potenzialità del nostro territorio. Tra queste vi è certamente la persistente criticità della rete infrastrutturale regionale, che continua a incidere sulla competitività delle imprese, sulla mobilità delle persone e sulla qualità della vita dei cittadini. Si tratta di una questione che interpella tutti e che non può essere affrontata attraverso contrapposizioni o divisioni. Solo uno sguardo autenticamente orientato al bene comune potrà favorire scelte condivise e lungimiranti, necessarie per garantire a Genova e alla Liguria uno sviluppo stabile.
Un segno incoraggiante di questa capacità di fare rete è rappresentato dalla nascita della Comunità Energetica Rinnovabile Solidale della Liguria, promossa dall’Arcidiocesi di Genova insieme alla Camera di Commercio e alla Fondazione Auxilium. È un’esperienza che mostra come la transizione ecologica possa diventare anche occasione di giustizia sociale, contrastando la povertà energetica e mettendo in dialogo il mondo delle imprese, delle istituzioni e della solidarietà.
La Chiesa genovese, attraverso la presenza dei Cappellani del lavoro, tiene alta l’attenzione sulle situazioni industriali che continuano a rappresentare una preoccupazione per il territorio: penso ad Acciaierie d’Italia, a Piaggio Aero, al comparto delle riparazioni navali, a Esaote e a tutte quelle realtà produttive che garantiscono lavoro qualificato e sostengono il tessuto economico della città. La perdita di occupazione stabile e di qualità ha conseguenze che andrebbero ben oltre il dato economico: significherebbe maggiore fragilità per le famiglie, ulteriore fuga di giovani competenti e un indebolimento dei legami sociali.
Ricordo, a questo proposito, l’appello rivolto da Papa Leone XIV alle istituzioni, al mondo economico e alla società civile in occasione del Giubileo dei Lavoratori. Il Santo Padre ha invitato tutti a impegnarsi per «creare valide opportunità occupazionali che offrano stabilità e dignità, assicurando soprattutto ai giovani di realizzare i propri sogni e contribuire al bene comune».
In questa prospettiva, Genova, Ianua, porta aperta sul Mediterraneo grazie alla sua posizione strategica e alla sua storia, possiede tutte le risorse per essere protagonista delle grandi trasformazioni del nostro tempo. Il sistema portuale, il mondo universitario e scientifico, i centri di ricerca e la presenza di imprese innovative costituiscono un patrimonio di competenze e di eccellenze che può consentire alla nostra città di svolgere un ruolo di primo piano anche nei nuovi processi di sviluppo legati al supercalcolo, alla cyber sicurezza e all’intelligenza artificiale.
Il cammino della Chiesa che è in Genova
Cari fratelli e sorelle,
mentre guardiamo alla città e alle sue sfide, vogliamo rivolgere uno sguardo anche alla nostra Chiesa che è in Genova. Anche noi siamo chiamati a lasciarci interrogare da questo tempo e a domandarci come essere oggi annunciatori credibili del Vangelo dentro la storia concreta degli uomini e delle donne che abitano la nostra terra.
Questo anno pastorale si è aperto con la risposta corale della nostra Chiesa agli appelli per la pace. Le guerre che continuano a insanguinare l’Europa, il Medio Oriente e le altre parti del mondo spesso dimenticate ci hanno spinto a metterci in cammino insieme, come comunità credente e come cittadini.
I momenti di preghiera vissuti nella nostra Cattedrale, al Santuario della Guardia e nella chiesa di Santo Stefano hanno rappresentato segni concreti di una partecipazione diffusa e sincera. Tante persone hanno sentito il bisogno di ritrovarsi per invocare il dono della pace, testimoniando che il desiderio di riconciliazione, di fraternità e di dialogo continua ad abitare il cuore di tanti uomini e di tante donne.
Sul tema della pace è stato declinato anche il percorso di formazione unitaria dei “5 sabati diocesani”, che ha coinvolto circa 850 fedeli laici, sacerdoti e religiosi.
In un tempo nel quale sembra prevalere la logica della contrapposizione abbiamo voluto riaffermare con convinzione che la pace non è soltanto assenza di guerra. Essa nasce dalla costruzione quotidiana di relazioni giuste, dalla capacità di ascoltarsi reciprocamente, dalla ricerca del bene comune e dalla volontà di riconoscere nell’altro non un avversario, ma un fratello.
Proprio la fraternità è stata il filo conduttore del cammino pastorale di quest’anno. In questa prospettiva si colloca il cammino delle “Fraternità di parrocchie”, che continua progressivamente a consolidarsi nella nostra Diocesi. Non si tratta semplicemente di una riorganizzazione delle strutture pastorali o di una risposta alla carenza dei sacerdoti, ma di una scelta missionaria che ci invita a condividere risorse, ministeri, progetti e responsabilità.
In questo orizzonte si inserisce l’esperienza della Scuola Evangelii Gaudium, il percorso nato quest’anno per la formazione dei “catechisti – animatori di comunità”. Attraverso questo cammino desideriamo accompagnare la crescita di uomini e donne capaci di vivere il servizio ecclesiale come autentica vocazione missionaria, contribuendo a rendere le nostre comunità sempre più accoglienti, vive e aperte all’annuncio del Vangelo.
Anche il percorso di riforma della Curia diocesana è arrivato ad uno snodo importante. Questo cammino ci aiuta ad approfondire modalità nuove di servizio al territorio, affinché le strutture siano sempre più indirizzate alla missione.
La nostra Chiesa continua con impegno anche il servizio verso chi è più fragile, verso i poveri, e con i suoi presidi sul territorio continua a prendersi cura e a mettersi in ascolto di tante persone. Vogliamo continuare a dialogare in maniera costruttiva con le istituzioni e con tutte le realtà locali, affinché nessuno sia lasciato indietro e perché il bene comune rimanga il criterio che orienta ogni scelta.
Guardiamo al futuro con fiducia. Non perché ignoriamo le difficoltà del presente, ma perché sappiamo che il Signore continua a camminare con il suo popolo.
San Giovanni Battista, nostro patrono, interceda per noi e la benedizione del Signore, per suo tramite, raggiunga tutti e ciascuno in questo giorno di festa e di grazia.
+ Marco Tasca
arcivescovo
