Funerale di Emanuele Galeppini
Chiesa di Sant’Antonio in Boccadasse
08/01/2026
Omelia
La morte di Emanuele, di un giovane, e degli altri giovani, ci lascia storditi, frastornati, increduli. Il primo pensiero è per Emanuele: penso all’interruzione dei sogni della sua vita, di ciò che amava di più, dei suoi progetti. Penso ai suoi genitori, Edoardo e Beatrice; penso al fratello Eugenio, ai parenti, agli amici. E poi per tutti noi che siamo partecipi di questo stordimento, di questo essere frastornati e increduli. Perché questa morte colpisce tutti e ci spinge a riflettere e a ricercare un senso nella perdita.
Il Vangelo che ho scelto parte proprio da una domanda: «Signore, se tu fossi stato qui». Quando si soffre, si soffre molto, delle volte ci si sente così soli che si ha, forse, anche la sensazione che Dio ci abbia lasciati soli. Il Vangelo ci parla della risposta che Gesù dà a Marta e a Maria. Gesù dice: «Io sono la risurrezione e la vita». Gesù non dà, non argomenta, non dà spiegazioni, ma assicura che la vita non è tolta, ma trasformata e che un giorno ci ritroveremo tutti nella casa del Padre.
La fede non è un argomento consolatorio in mezzo alle tragedie della vita, ma è una certezza che Dio è con noi anche nei momenti in cui ci sentiamo soli. Ce lo rassicura anche il nome Emanuele, che significa “Dio è con noi”. Emanuele è con noi e Dio è con noi, come ci ricordava la prima lettura: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione?».
E di fronte alla morte di una persona cara che Gesù amava, che cosa fa? La prima cosa che mi colpisce è il silenzio di Gesù: dice pochissime parole. Il silenzio. Di fronte alla morte, talvolta il silenzio può essere forse più eloquente delle parole. Di fronte alla morte spesso ci mancano le parole perché ci troviamo di fronte a un mistero e le parole non ci aiutano molto a comprendere il mistero, forse.
Poi Gesù fa una seconda cosa: si commosse profondamente e scoppiò in pianto. È davvero questa coesistenza in Gesù, figlio di Dio, l’onnipotente, esistito da sempre, immutabile nella sua divinità; tutto questo coesiste con l’umanità, con la fragilità, con la debolezza. Gesù è Dio e uomo e, con fiducia, possiamo affidarci a lui.
E con fiducia chiediamo che la giustizia faccia il suo corso, che la verità emerga e venga fatta luce su eventi così tanto, tanto dolorosi. Abbiamo appena chiuso, per noi credenti, il Giubileo della speranza. La speranza, per noi cristiani, non è soltanto ottimismo, ma è la certezza che il Signore ci accompagna in questa nostra vita; ci accompagna certo a modo suo, certe volte in maniera incomprensibile o faticosa da comprendere. E davvero chiediamo al Signore la grande grazia oggi per avere questi occhi, perché tutti noi vediamo come il Signore ci stia accompagnando anche in questo momento.
E vorrei concludere con una preghiera di Sant’Agostino:
La morte non è niente. Sono solamente passato
dall’altra parte: è come fossi nascosto nella
stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che
eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato,
che ti è familiare; parlami nello stesso modo
affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare
tono di voce, non assumere un’aria solenne o
triste. Continua a ridere di quello che ci faceva
ridere, di quelle piccole cose che tanto ci
piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di
prima: pronuncialo senza la minima traccia
d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che
ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una
continuità che non si spezza. Perché dovrei
essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente,
solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono
lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro
l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio
cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi
ami: il tuo sorriso è la mia pace.
